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mercoledì, 25 febbraio 2009

Oscare 

Recentemente mi sono trovato coinvolto, con un certo interesse, in avvenimenti che più nazional popolari non si può. Prendete S.Remo. E quel pupazzetto adorabile di Arisa, con la sua canzone che è come uno zuccherino di quelli che ti dava la nonna quando fuori erano solo fulmini e saette. A me è piaciuta proprio, cantata con gusto, scrittura musicale semplice ed efficace, testo non banale.

 

Al che l’atroce dubbio: Oddio condivido qualcosa con Bonolis?

 

Poi c’erano pure gli Afterhours, che pur non essendo sicuramente tra le mie band preferite, sono stati come quando incontri un italiano in vacanza in Lapponia. Che va a finire che sei quasi contento che ci sono pure loro in quel posto lì.

 

Poi l’altra sera, già che c’ero, visto che mi capita spesso di invertire il giorno con la notte e che quasi ormai mi resta più facile seguire il palinsesto delle tv americane che di quelle italiane, mi sono visto, già che c’ero, pure tutti i premi oscar.

 

Era davanti al computer e più quella faccenda andava avanti e più le cose si facevano preoccupanti:

 

attrice protagonista, Kate Winslet; cacchio mica male Kate Winslet che anche se ancora non ho visto the Reader, ho però visto Revolutionary Road dove era proprio brava Kate Winslet.

 

Attore non protagonista: Heath Ledger; accipicchia proprio bravo Heath, nel Cavaliere Oscuro che quasi che il suo Joker è stato meglio di quello di Jack Nicholson.

 

Attore protagonista, Sean Penn; corbezzoli che prova quel vecchio frocio di Sean Penn in Milk, che anche se, diciamocelo, qui si tifava tutti per Mickey Rourke che in The Wrestler fa una di quelle parti che sarà difficile dimenticare e che poi a noi ci piace un sacco quando realtà e finzione si mischiano in groviglioni in cui non si capiscono più i confini, resta il fatto che anche Harvey Milk è stato un grandissimo personaggio che ci è piaciuto molto.

 

Miglior film d’animazione, Wall-e; come dire vince il premio per la danza di quest’anno il sig.re Rudolf Nureyev.  Con la Pixar non c’è più storia da anni ormai e Wall-e è uno dei miei film preferiti del 2008, in generale dico.

 

Miglior Regia, Film e varie, Slumdog Millionaire; che, è vero, ci sarà pure un po’ di retorica in eccesso in Slumdog Millionaire, ma resta un film decisamente bello e poi  voi vi ricordate quali film vincevano gli Oscar un tempo? Il gladiatore, Titanic, Braveheart ecc…

 

Quindi la questione è: o io sto abbassando la guardia oppure le cose iniziano a mischiarsi sul serio.

postato da: Hotellunge alle ore 25/02/2009 17:30 | link | commenti (1)
categorie: musica, cinema, mosquitoes
martedì, 10 febbraio 2009

Bruno Liegibastonliegi 



L’industria cinematografica è alla canna del gas. Tra non molto gli sceneggiatori di Hollywood stazioneranno permanentemente di fronte ai portoni delle chiese, mentre il pubblico, se avete visto Idiocracy, bè se l’avete visto sapete di cosa parlo.

 

Dopo i film tratti dai fumetti, dopo quelli tratti dai video games,  finalmente è arrivato il momento dei film tratti dalle canzoni.

 

Non molto tempo fa uscì Albakiara (rigorosamente con la k) mentre in questi giorni arriva nelle sale italiane Questo piccolo grande amore.



Tra quanto un film tratto dai libri di Totti e Gattuso?

postato da: Hotellunge alle ore 10/02/2009 06:05 | link | commenti
categorie: cinema
mercoledì, 21 gennaio 2009

Boris !!! 





In realtà non riesco a rendermene del tutto conto. Quanto veramente si sta diffondendo il fenomeno Boris? Alle volte mi sembra che la gente non parli d’altro, altre volte invece, mi sembra che soltanto pochissimi eletti abbiano avuto la fortuna di seguire questa serie andata in onda, per il momento, solo su Fox Italia.


Se siete tra i secondi, se siete tra quelli che non sanno di cosa si sta parlando, allora vi consiglio di lanciare il mulo, o di aprire un torrent e digitare queste cinque magiche lettere: BORIS.



Una volta aperto il file compresso troverete 14 episodi di circa 25 minuti ciascuno per la prima serie e altrettanti episodi per la seconda. Nella prima stagione troverete una troupe impegnata a girare una fiction dal nome inequivocabile: Gli Occhi del cuore. Nella seconda serie, ritroverete pressappoco la stessa troupe che sta girando la stessa inequivocabile serie, Gli Occhi del Cuore 2.


Nella prima serie troverete un direttore della fotografia cocainomane, un regista frustrato, e uno schiavo muto. Nella seconda però; bé nella seconda troverete Corrado Guzzanti.

 

Chevelodicoafà.

 

postato da: Hotellunge alle ore 21/01/2009 06:28 | link | commenti (1)
categorie: cinema, mosquitoes
sabato, 08 novembre 2008

Control di Anton Corbijn (B/W, uk, 122min, 2007) 

Control

Control di Anton Corbijn è finalmente arrivato in Italia, in un numero scandalosamente piccolo di copie e soltanto in alcune città, tra cui fortunatamente Bologna e il suo - che Dio lo protegga! – cinema Lumiére.

 

Il film, come è noto, è il ritratto di Ian Kelvin Curtis, leggendario leader dei Joy Division, toltosi la vita all’età di 23 anni. Il materiale usato per il film è un libro scritto dalla moglie dello stesso cantante, Deborha Curtis,  che si intitola Touching From a Distance (in Italia edito da Giunti con il titolo Così Vicino, Così lontano).

 

Esistono due approcci a questo genere di film: quello del fan o quello dello spettatore. Non ho conosciuto nessun fan di Kurt Cobain dire che Last Days di Gus Van Sant fosse un bel film, mentre è stato apprezzato da diversi non fan. Stesso discorso vale per The Doors di Oliver Stone.


Control, ipotesi tuttora in via di verifica, mi sembra avere la forza espressiva per poter accontentare entrambi i tipi di spettatori. Perché è un film onesto, rarissimamente ruffiano, lontano dagli stereotipi messianici di molti ritratti di rock star. Merito del taglio dato alla pellicola da Corbijn, esordiente nell’lungometraggio ma proveniente da una lunga carriera di video clip, che sceglie di raccontare l’esperimento Joy Division, da un punto di vista intimo e quasi banalizzante del mito Ian Curtis. Lo incontriamo al lavoro, in una agenzia di collocamento, quando torna a casa dalla moglie che lo aspetta e che vorrebbe da lui più attenzioni, quasi fosse un impiegato qualsiasi. Lo vediamo affrontare la sua malattia, l’epilessia, con le paure di un uomo comune, con quella insicurezza che scopriamo essere il minimo comune denominatore dei sui atti sublimi, delle poesia e della musica, così come del quotidiano vivere. In questo, parte del merito va a Sam Riley, in grado di una impersonificazione suggestiva e a tratti commovente di Ian Curtis.


Siamo veramente distanti anni luce dagli stereotipi del genere, e francamente non mi spiego i titoli di alcune recensioni che invece hanno continuato a insistere sui soliti temi “Control: Ritratto di una gioventù bruciata e romantica” .


Al di là del delicato rapporto con la materia raccontata, il film è in possesso di elevato valore estetico in sé, a cominciare da una fotografia ricercata e impreziosita da un bianco e nero che riesce perfettamente a ricreare quell’atmosfera da periferia inglese degli anni ’70, oltre che, come c’era da aspettarselo, da una colonna sonora che ha avuto il privilegio di poter contare su dei protagonisti di primissimo piano come i New Order, band formata dai superstiti dei rimpianti Joy Division.


Film consigliatissimo, come si diceva, ai fan della band di Ian Curtis, ma anche a tutti gli appassionati del buon cinema.


Voto: 8

 



postato da: Hotellunge alle ore 08/11/2008 18:59 | link | commenti (2)
categorie: musica, recensioni, cinema
domenica, 19 ottobre 2008

La classe di Laurent Cantet (Entre les murs, col, fra, 128min, 2008) 



Le premesse avrebbero potuto scoraggiare: un film di due ore quasi interamente girato all’interno di un istituto scolastico, una filmografia altalenante sul genere, un cast composto quasi interamente da ragazzi di quindici anni.  

 

Poi ci si ritrova davanti a questo film del francese Laurent Cantet, palma d’oro all’ultimo festival di Cannes e candidato all’Oscar per il miglior film straniero per la Francia, girato con piglio documentaristico, dove un classe di seconda media ci viene presenta per quello che è, senza fronzoli e senza orpelli, ovvero un rompicapo intricatissimo dove convergono tutti i limiti di un sistema e dei suoi interpreti.

 

Durante il film non è possibile sfuggire al processo di identificazione: gli episodi legati alla propria esperienza scolastica affiorano dagli angoli più o meno polverosi della nostra mente, per sovrapporsi a quelli messi in scena nel film.

 

Il titolo originale del film è Dentro le mura, chiave di lettura che illumina il complesso rapporto tra il dentro e il fuori la scuola, che si traduce spesso in una frattura, sia a livello linguistico (“Se vado da mia madre e le dico fossi, lei non mi capisce”) ma soprattutto a livello relazionale, di cui è emblematica la scena finale in cui i banchi vuoti che stanno dentro si contrappongono alla vitalità della partita a calcio tra studenti e professori, fuori.

 

Il film potrebbe forse risultare noioso, perché di fatto non ci sono eventi drammatici particolarmente significativi (fatta eccezione forse per il processo di espulsione di Souleyman), ma resta un documento eccezionale per chi vuole saperne di più sul difficile rapporto tra insegnanti e studenti, tra istituzioni e società. Un rapporto che resta fondante per qualsiasi esperienza umana e che grazie soprattutto alla scelta stilistica dell’autore diventa, in definitiva, universale.

 

Voto: 71/2

postato da: Hotellunge alle ore 19/10/2008 01:01 | link | commenti (3)
categorie: recensioni, cinema
venerdì, 11 aprile 2008

Juno di Jason Reitman (U.S.A., col, 96min, 2007) 


Juno


Dopo il convicente Thank You For Smoking, Jason Reitman torna dietro la macchina da presa con una nuova commedia brillante.

Se nel precedente film il movente “serio” era la foga salutista statunitense accanita contro il fumo, in questo ultimo lavoro si parla di gravidanza. Juno (la sorprendente Ellen Page, classe 1987) una liceale sedicenne, rimane incinta alla sua prima esperienza sessuale. [spoiler] Mentre tutto il suo mondo si sorprende del fatto che  sia già sessualmente attiva, Juno intraprende un viaggio lungo nove mesi che inizia in un consultorio e finisce in una pista di atletica. Durante questo percorso accadono tante cose che vengono affrontate dalla protagonista con quel piglio adolescenziale, a tratti forse un po’ troppo marcato (ma qui bisognerebbe verificare il lavoro dei doppiatori), che trasmette alla pellicola un'atmosfera decisamente leggera e divertente. Come sottolineato da più parti, una delle abilità più marcate del film sono i dialoghi, sempre brillanti e capaci di tenere alta l’attenzione dello spettatore, tanto da valere a Diablo Cody un oscar (meritato) per la miglior sceneggiatura originale.

Non credo che questo sia un film contro l’aborto. Quello della gravidanza è sicuramente il punto attorno al quale ruotano tutte le vicende, ma anche lì dove il tono del film potrebbe assumere un atteggiamento più morale il punto di vista di una ragazzina, sveglia acuta e priva di qualsiasi sovrastruttura ideologica,  sottrae le immagini da qualsiasi intento moralizzatore. Il tema del film è più la formazione della protagonista, la scoperta di se stessa attraverso una serie di eventi, la gravidanza, certo, ma anche il rapporto con il mondo dei grandi rappresentato principalmente dalla famiglia Loring e in particolar modo da Mark. Varie vicissitudini portano Juno ad oscillare tra questi due mondi (a volte impenetrabili l'uno all'altro), quello dei grandi e quello dei suoi coetanei, in un movimento ad intermittenza che tra epifanie e anticipazioni emotive di ciò che sarà, porta Juno a scoprire se stessa e a capire che cos’è l’amore.

La risposta arriva un pomeriggio qualunque in una pista di atletica. Oppure attraverso la musica dei compianti Moldy Peaches:

 

You're a part time lover and a full time friend
The monkey on you're back is the latest trend
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you

I kiss you on the brain in the shadow of a train
I kiss you all starry eyed, my body's swinging from side to side
I don't see what anyone can see, in anyone else

But you

Here is the church and here is the steeple
We sure are cute for two ugly people
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you


The pebbles forgive me, the trees forgive me
So why can't, you forgive me?
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you

I will find my nitch in your car
With my mp3 DVD rumple-packed guitar
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you

 

Voto: 7/8


P.S. Adam Green ex Moldy Peaches, suonerà al Bronson il 2 Maggio. Slurp!

 


postato da: Hotellunge alle ore 11/04/2008 12:29 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, cinema
giovedì, 27 marzo 2008

Onora il Padre e la Madre di Sidney Lumet (Before The Devil Knows You're Dead, U.S.A, col, 117min, 2008) 

Onora il padre e la madre Ormai a noi non resta che la rassegnazione. Io ormai ci ho rinunciato. Perché proprio non riesco a capire perché un titolo come Before the Devil Knows You’re Dead debba diventare uno dei dieci comandamenti.

Prima che il diavolo sappia che sei morto ci sono molte cose che vorrebbe spingerti a fare. Il nuovo film di Sidney Lumet (12 Angry Man – La parola ai giurati del 1957) parla di queste cose, concentrandosi sulla parte più corruttibile dell’uomo, quella capace di scendere a compromessi e macchiarsi delle azioni più ignominiose.

Tutto questo viene esplicitato non a caso dal personaggio più marginale dell’intera pellicola. Un piccolo ricettatore di Manhattan, che quando il vecchio Charles Hanson nel vivo delle sue indagini per la misteriosa rapina subita dalla moglie gli chiede informazioni, gli risponde Il mondo è un posto cattivo, Charles. Qualcuno riesce a tirarci fuori dei i soldi e qualcuno ne è annientato. (The world is an evil place, Some people make money from it, and some people are destroyed by it).

Nessuno sembra salvarsi. Ciascuno personaggio lascia nel suo percorso una macchia, un’ammaccatura, qualcosa di cui vergognarsi. Possiamo guardare la storia da diversi punti di vista, così come effettivamente l’efficace montaggio ci costringe a fare attraverso piani temporali diversi, ma durante i titoli di coda saremo comunque condannati a cercare invano di lavare via quella fastidiosa sensazione. Come se qualcuno continuasse a sussurrarci nell’orecchio: Ehy, riguarda anche te.

Come nelle Conseguenze dell’Amore di Paolo Sorrentino, la scenografia tenta di rispecchiare la natura delle relazioni umane rappresentate sullo schermo. Gli arredamenti sono minimali, le case arredante freddamente. Prevalgono i grigi, il tempo nuvoloso, lo scuro e la tenebra. Prevale il calcolo, l’opportunismo, l’avidità e l’interesse. Ci sono coinvolti tutti: bambini, come la figlia di Hank e vecchi, come suo padre.   

I fatti si svolgono, tra la frenesia di una New York distratta e cinica e lo squallore di una periferia che potrebbe essere quella di qualsiasi città dell’Occidente. Tra la vita lavorativa che si ripete uguale ogni giorno e l’aspirazione al locus amoenus dove poter ricominciare. Tra il passato dell’infanzia e il presente delle responsabilità. Tra i sogni e la realtà.

Perché in fin dei conti anche questo è tutto sommato un film sulla famiglia.

Voto: 8

 

P.S. Questa è la settimana della cultura e oggi in gran parte dei cinema nazionali sarà possibile acquistare il biglietto d'ingresso al prezzo di 1 Euro. Sapevatelo!

postato da: Hotellunge alle ore 27/03/2008 13:00 | link | commenti (4)
categorie: recensioni, cinema
venerdì, 30 novembre 2007

Across The Universe di Julie Taymore (U.S.A., col, 133min, 2007) 

Across The Universe3

Inutile negare che certe premesse mettono lo spettatore in una sorta di benevola predisposizione. Prendete ad esempio un film la cui colonna sonora è firmata per intero Lennon McCartney; un musical, magari. Metteteci come sfondo una New York lisergica e incazzata per la guerra in Vietnam, metteteci le droghe, metteteci degli attori giovanissimi che mentre guardano in camera sembrano volerti guardare nel profondo dell’anima. Come non andare al cinema ben disposti?

 Il film di Julie Taymor, regista già apprezzata per Frida del 2002, accetta questa sfida sulla carta difficilissima: incastonare atmosfere e personaggi dell’immaginario Beatlesiano in una narrazione filmica. Così la storia si apre con le parole di Girl: Is there anybody gone to listen to my story all about the girl who came to stay? E si chiude con quell’inno all’amore che è All You Need Is Love. In mezzo ci sono una trentina di altre canzoni, tutte reinterpretate, che forgiano ed indirizzano lo svolgimento del racconto. Il risultato finale assomiglia più ad un quadro di Van Gogh che ad una fotografia di Robert Capa. Gli eventi vengono evocati più che descritti, molto spesso attraverso trovate sceniche e coreografiche stupefacenti. Tra tutti si mette in evidenza l’arruolamento di Max che avviene in una caserma popolata da militari glaciali, con i tratti del viso indistinguibili l’uno dall’altro, mentre un gigantesco  zio Sam canta I want you, I want you so bad in un efficace sovrapposizione dello slogan del reclutamento e l’omonimo pezzo dei Beatles.

 Notevole è anche il pluri menzionato Dr. Robert interpretato da Bono degli U2. Grazie alla sua bevanda speciale (Take a drink from his special cup) inizia un viaggio allucinato a metà strada tra Kubrick e Gondry; questa è forse la parte che visivamente osa di più, come c’era da aspettarsi, in un’ambientazione che richiama le suggestioni di  St. Pepper, con un favoloso Mr. Kite interpretato da Eddie Lizzard.  

 Gli altri si chiamano Jude, Lucy, Prudence, Sadie, nomi che partendo dalla forza visionaria dei testi che li ha generati infondono ai personaggi una sorta di quarta dimensione.

Le critiche più comuni nei confronti del film vengono da chi si aspettava una ricostruzione socio-politica della New York degli anni ’60. Se è vero che alcune questioni sono apparse forse eccessivamente superficiali, vedi la scena in cui Lucy abbandona il gruppo dei contestatori radicali (Ma non erano gli altri che lanciavano le bombe?) mentre sono intenti a preparare un ordigno (con una sveglia!), rimane il fatto che la vera forza del film sta nel sapere richiamare le atmosfere di quel periodo attraverso la musica dei Beatles che di fatto è la vera protagonista del film.

 
Voto: 7/8

postato da: Hotellunge alle ore 30/11/2007 21:17 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, cinema
martedì, 04 settembre 2007

4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni di Christian Mungiu (4 luni, 3 saptamani si 2 zile, rom, col, 113min, 2007) 

L’ultima Palma d’oro al Festiva di Cannes presieduto da Stephen Frears si chiama Christian Mungiu , rumeno classe 1968 che l’ha spuntata su registi dai nomi importanti quali: Wong Kar-Wai, Joel e Ethan Coen, Kim Ki-Duk, Gus Van Sant e Quentin Tarantino.
 
Il film è il primo di un progetto denominato sarcasticamente Racconti dell’età dell’oro che si pone lo scopo di raccontare il comunismo rumeno attraverso le vicende personali dei loro protagonisti.
 
Il tema scelto da Mungiu è quello dell’aborto, pratica fortemente perseguitata da CeauÅŸescu coerentemente con il suo progetto di incentivazione delle nascite.
 
La storia è raccontata attraverso lo sguardo di Otilia, giovane studentessa compagna di stanza di Gabita, rimasta incinta 4 mesi 3 settimane e 2 giorni prima della lunga giornata in cui si svolge interamente il film. In un costante clima claustrofobico, dove la realtà materiale che le circonda è priva di colori e di qualsiasi forma di attrattiva, ansia, spaesamento e senso di rassegnazione la fanno da padrone, richiamando alla memoria certe atmosfere che si respirano in Kieslowski e Fassbinder.
 
La telecamera sostanzialmente sempre senza sostegni fissi aderisce perfettamente alle volontà espressive di una regia, certo ingombrante, ma quasi mai sopra le righe. In alcuni momenti è forse risultata eccessiva la ricerca dell’effetto Blair witch project, ma la compatezza e la coerenza complessiva di tutta la pellicola rendono sin troppo facile chiudere un occhio su certi aspetti.
 
Tutta la storia è incentrata su di un realismo crudo, spietato senza abbellimenti e senza morali; se di una critica a CeauÅŸescu si sta parlando, questa viene lasciata alla libertà dello spettatore che sicuramente non potrà restare indifferente alla storia delle due giovani ragazze.
 
Scene Bijou: la cena a casa del ragazzo di Otilia a cui lei è costretta a partecipare nonostante abbia appena assistito all’operazione dell’amica. In un clima che ricorda alcuni momenti di Festen, la ragazza rimane immobile, assente mentre un campo stretto la ritrae attorniata da mille braccia gaudenti intente a consumare cibi di ogni sorta.
 
Voto: 8
postato da: Hotellunge alle ore 04/09/2007 05:56 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, cinema
domenica, 12 agosto 2007

I 5 Film imperdibili per chi resta in città ad Agosto 



Poco male, dico io. C'è pur sempre il cinema. Anzi dopo tutto il mare, la natura, i barbeque sulla spiaggia e le capiroska alla banana, è giunto anche il momento di riprendere qualche attività cerebralmente stimolante. Ormai dovrebbero essere usciti anche i film presentati a Cannes. Quella del cinema è un'ottima idea. Ci sarà poca gente: niente cicaleggio di adolescenti gusto fragola sintetizzata, niente pop corn sgranocchiati a ganasce aperte. Soltanto lo schermo ed io. Finalmente.

Mi collego al mio sito di fiducia per i film a rotazione nelle sale bolognesi  e passo in rapida rassegna la programmazione odierna.

I 5 Film imperdibili per chi resta in città ad Agosto:

#5: Harry Potter e L'Ordine della Fenice di David Yates, USA-GB, 2007
#4: Transformers di Michael Bay, USA 2004
#3: Material Girls di Martha Coolidge, USA 2006 (con Hilary Duff)
#2: Il Cane Pompiere di Todd Holland, USA 2006.
#1: Maial Zombie - Anche i morti lo fanno di Mathias Dinter, Germania, 2004

AIUTOOOOO...
postato da: Hotellunge alle ore 12/08/2007 20:50 | link | commenti (7)
categorie: cinema, mosquitoes, 5 ragioni
martedì, 29 maggio 2007

24 (Oddio che mi sta succedendo) 

Avevo resistito a E.R, Lost, Doctor House e simili. Ma alla fine ci sono cascato anch’io. Il colpevole si chiama 24 e – che Dio mi perdoni – è una delle droghe più potenti in circolazione oggi sul mercato. La dipendenza inizia subito, basta il primo episodio. Ma se all’inizio, come tutti, pensi che potrai smettere, dopo un po’ ti rendi tragicamente conto che non sei più tu quello che sceglie, perché questa facoltà ce l’ha soltanto un uomo.
 
Un uomo che risponde al nome di Jack Bauer.
 
24 si svolge in una Los Angeles post 11 Settembre  negli ambienti dell’antiterrorismo governativo, in un constante clima di tensione, sospetto e paranoia, amplificato dall’uso sistematico della tecnologia e di tutti gli strumenti di controllo ad essa collegati.
 
Ogni serie si svolge nell’arco di un’intera giornata, da mezzanotte alla mezzanotte del giorno successivo; ogni episodio dura un’ora (compresa la pubblicità) e la successione temporale viene messa in evidenza attraverso un orologio che compare di tanto in tanto sullo schermo. Gli eventi, come viene ripetuto all’inizio dei primi episodi, si susseguono dunque in tempo reale, senza flashback o flashforward (anche se non è sempre vero) e la contemporaneità viene resa molto spesso attraverso lo split screen.
 
Al di là dei contenuti, che sono quelli tipici dei film di azione, vedi ad esempio il recentissimo film di Martin Scorsese The Departed (che mi ricorda 24 per moltissimi aspetti), quello che mi ha colpito è la descrizione di un mondo in cui la tecnologia ha un ruolo così determinante, nei rapporti umani ma soprattutto nella definizione dell’individuo.
 
A questo va aggiunta una scrittura quasi perfetta, con tempi calcolati e funzionali a mantenere sempre alta le tensione, tanto che per riuscire a fermarsi dal continuare a guardare un episodio dopo l’altro, l’unica strada è interrompere la puntata a metà, perché ogni finale arriva sempre portando con sé un carico di interrogativi non risolti dall’effetto letale.
 
Ovviamente sarebbe molto facile stare qui a parlare degli innumerevoli difetti di 24. Basterebbe pensare che è un prodotto concepito per la Tv (americana), che è un telefilm ormai arrivato alla sesta serie ma di cui sono già state acquistate altre due “giornate”, e che probabilmente tutto questo sia già sufficiente ad obbligare gli autori a parlare (retoricamente) di temi come la famiglia, la difesa della nazione e compagnia bella.
 
Ma non è questo il punto.
  
postato da: Hotellunge alle ore 29/05/2007 05:53 | link | commenti (8)
categorie: recensioni, cinema
giovedì, 08 marzo 2007

Dogma Italico 



In primo piano una mail che mi è arrivata da un caro amico:


"Ciao, a voi appassionati di cinema giro questo post dal blog secondavisione; è il blog di una trasmissione radiofonica di radio città del capo, davvero più che gradevole, a cui ho anche partecipato un paio di volte (in qualità di ospite).

Ovviamente si può concordare o meno, ma la loro maniera di presentare determinate questioni la trovo in ogni caso spassosa; a volte parecchio (cfr i punti 9, 19, 22 e 25)."


Carlo



1) sono vietati i carrelli circolari

2) sono vietate rappresentazioni di donne isteriche e di uomini che non vogliono crescere

3) sono vietate le inquadrature di libri, locandine, quadri se non per fini esplicitamente commerciali o per ragioni narrative fondamentali. Il cinema deve far pensare e non suggerire il modo di pensare giusto o, peggio, suggerire un gusto.

4) è vietato l'uso della voce over per più di trenta secondi per ora di pellicola

5) sono vietate le rappresentazioni di minoranze di ogni genere secondo cliché: basta gitani vitali e furbetti e danzerecci , bravi senegalesi sfortunati, gay autoironici, ecc. Queste caratteristiche ci possono essere ma devono essere mixate ad altri tratti che emergono. Altrimenti è razzismo

6) sono vietate sequenze in casolari ristrutturati, specie se con le ante pitturate in celeste

7) sono vietati gli interni dipinti i giallo arancio/giallo/celeste tenue e dipinti in spugnato o consimili

8) gli esordienti registi, per passare ai lungometraggi, oltre a innovativi corti devono dimostrare di aver girato almeno 3 filmini di matrimonio/battesimo/cresima e di essere stati pagati dalle zie per questo

9) i provini degli attori devono essere eseguiti con accanto un paracarro per la prova di espressività

10) la psicanalisi, se presente, deve essere seria e motivata

11) è vietato il viraggio in seppia (Soderbergh maledetto)

12) sono vietate rappresentazioni di simpatici gaglioffi che negli anni 60/70
volevano cambiare il mondo ma poi sono i traumi, il sesso, le violenze, gli eventi a modificare loro (almeno questo non deve essere il messaggio principale)

13) le attrici non possono indossare gonnelloni lunghi a fiori

14) i trentenni in crisi hanno decine di pessime pellicole sull'argomento in cui ritrovarsi: moratoria di dieci anni su questo tema

15) in un film non possono comparire più di tre canne, non ci possono essere epifanie dovute alla THC. Si può superare questo limite solo se sono presenti altre sostanze stupefacenti.

16) tutti i registi che vogliano cimentarsi in una scena di sesso devono fare un anno di formazione: non ne posso più di gente che non sa girare il sesso, anche quando deve essere squallido la povertà di mezzi non riesce nemmeno a farlo sembrare squallido.

17) le canzoni pop di dieci anni anteriori all’uscita del film devono apparire una sola volta e non devono essere invasive

18) è vietato raccontare la vita degli studenti fuorisede a Bologna

19) A ognuno il suo mestiere: multimedialità non vuol dire che ogni cialtrone può fare qualsiasi cosa. Per scontare Pasolini abbiamo avuto Sepulveda, la Tamaro, Ligabue, Battiato, Paul Auster ecc. Il cinema non è solo un modo di esprimersi, è anche un linguaggio, ed è complesso da utilizzare. Se voglio esprimermi non scrivo liriche in lituano - lingua a me ignota - né organizzo un concerto per chitarra quando so eseguire solo “La canzone del sole” e pure male

20) è vietato il genere "elogio del cazzone" (es. Santa Maradona) - (definizione di A. Pezzotta, per onestà)

21) i personaggi non possono avere rendite petrolifere nascoste. Niente più sottoproletari che abitano in Piazza Navona, niente più traduttori (che vengono pagati un tanto al kilo come le aringhe) che vivono in lussuosi loft, niente disoccupati che hanno case disegnate da architetti di grido.

22)Vietata l’apologia del ritorno alla natura. Sono vietate quindi le opposizioni semantiche civiltà cattiva /natura buona, che si manifestino, ad esempio, con "telefonino=cattivo/suono del corno di capra dei Monti Sibillini=buono". Vietati altresì, per le stesse ragioni, i remake di Laguna blu ambientati in Salento

23) Vengono istituite delle scuole di dizione e di lingua italiana in sette località del territorio nazionale, lontane dai centri di produzione del cinema. Si propongono: Tarvisio, Cuneo, Gela, Correggio, Empoli, Isernia, Olbia. Gli aspiranti attori dovranno trascorrere in ciascuno di essi un periodo di almeno tre mesi in una sorta di Via Crucis della Crusca

24) I personaggi dei film italiani non possono pretendere di essere più interessanti dei loro spettatori, a meno che non lo dimostrino in modo convincente.

25) I bambini, a meno che non siano diretti da registi tipo De Sica (Vittorio), dovranno essere interpretati da adulti dotati di apposite maschere.

26) Diciamo no al veltronismo al cinema.
postato da: Hotellunge alle ore 08/03/2007 20:23 | link | commenti
categorie: cinema
martedì, 27 febbraio 2007

Little Oscar 

 

Con gli Oscar, si sa, siamo quasi tutti un pò snob. In parte per pregiudizio Hollywoodiano, ma, almeno per quanto mi riguarda, maggiormente per insufficenza di valore. Un film che solitamente vince un Oscar, lo vince non perchè sia il più bello, ma perchè quel film risponde meglio ai canoni estetici dell'Academy. I Premi Oscar sono un pò come le convocazioni della nazionale, le ragioni di alcune scelte restano incomprensibili, o spiegabili solamentre attraverso ragioni che quasi nulla hanno a che fare con la qualità di un film (o di un giocatore). Quest'anno ha vinto Scorsese, e poco c'è da dire su un regista che rimarrà tra le principali voci dei nostri anni cinematografici e che resta, tra i miei preferiti. Nonostante questo, il premio che mi ha fatto più piacere (Morricone a parte)  è però quello alla sceneggiatura originale dato a Little Miss Sunshine , un film che ho amato molto e di cui su queste pagine mettevo in risalto proprio la forza della sua scrittura. Se non lo avete ancora visto approfittate della (probabile) ricomparsa della pellicola nelle sale per andarlo a vedere. Tutti i vincitori li trovate  qui.

 

postato da: Hotellunge alle ore 27/02/2007 02:01 | link | commenti
categorie: cinema, mosquitoes
sabato, 20 gennaio 2007

Direktøren for det hele (Il Grande Capo, dk, se, is, fr, it, de, no, fi, col., 99min 2006) 

il grande capo Lars Von Trier
 
Prima di terminare la trilogia sugli Stati Uniti, iniziata con Dogville e proseguita con Manderlay, (recensito qui), Lars Von Trier si concede una scorrazzata nella commedia. Nonostante la sua fama sia legata più ad atmosfere melodrammatiche, non possiamo negare al regista un certo humor che soprattutto agli esordi, ha percorso trasversalmente tutti i suoi film. Sicuramente dovremmo metterci d’accordo su cosa si intenda per humor; di certo non andate al cinema aspettandovi di vedere Frankestein Junior.
 
Chiunque abbia nella propria vita provato l’esperienza della vita d’ufficio non potrà non riconoscersi in alcune delle dinamiche raccontate in questo film: l’uso di un linguaggio iper-tecnico a volte incomprensibile e senza senso, le nevrosi, i tentativi motivazionali, la psicologia da quattro soldi dei superiori.
Ma il vero comune denominatore di tutti gli uffici della terra, è il parlare male di chi non c’è e lo scaricare inevitabilmente tutte le colpe su di un assente.  
 
Come ben rappresentato anche dalla locandina del film, il grande capo, è quella figura irraggiungibile, sempre impegnato e mai in grado di difendersi dalle accuse.
Proprio in questa immagine avviene la trasformazione: il grande capo, colui da cui dipendono tutti gli ordini, diventa colui su cui ricadono tutte le colpe: il grande capro.
 
La Commedia, inizia quando egli“decide” di tornare ad occuparsi di questa sua filiale in Danimarca.
 
Se l’idea centrale del film sembra essere divertente e funzionale alla creazione di situazioni paradossali e di doppi sensi, la guida del regista appare a volte poco funzionale alla storia che si vuole raccontare. Va bene il dogma, va bene che ha aggiunto quel Von al suo nome di battesimo, ma non si capisce il perché il montaggio debba essere sempre così frammentato. La personalità di Von Trier rischia spesso di rivaleggiare con la sua stessa creazione, incappando in autocitazioni (La vita è come un film dogma) e ripetizioni (l’affarista islandese che ricorda moltissimo il chirurgo svedese del regno).
 
Nonostante il ridicolo divieto ai minori di quattordici anni, per una scena di sesso molto meno hard di qualsiasi inquadratura alle veline, il film fila via liscio, tra qualche risata e qualche sbadiglio. Dal maestro, da questi parti, ci si aspetta di più.
 
Voto: 6 1/2
 
 
postato da: Hotellunge alle ore 20/01/2007 05:09 | link | commenti (3)
categorie: recensioni, cinema
martedì, 07 novembre 2006

Babel di Alejandro González Iñárritu (U.S.A/Mexico, col, 142 min, 2006) 

Babel

Di questo film sono state dette tante cose: che è il terzo capitolo della trilogia sulla sofferenza umana, che è il film manifesto del cinema della globalizzazione, che è un film che se una farfalla si alza in volo a Tokyo crea un uragano a New York, che la premiata ditta Inarritu-Arriaga stia progressivamente facendo occhiolini sempre più smaliziati ad Hollywood.

 

Trovo poco interessanti le discussioni su quanto un artista sia o meno di nicchia o su quanto ruffiane siano le scelte di chiamare attori di fama come Brad Pitt o Cate Blanchett, (il primo effettivamente pessimo, ma non per pregiudizio hollywoodiano).

 

Preferisco rimanere sul film, alla necessità che motiva una narrazione e al modo che si sceglie di raccontarla.

 

L’idea centrale di Babel è che la sofferenza sia l’elemento cardine dell’unione e della solidarietà tra gli uomini. L’esperienza del dolore è anche il veicolo attraverso il quale è possibile oltrepassare i confini geografici ed i confini (limiti) interiori che sono alimentati dalla paura e dal pregiudizio.

 

La nazione o la lingua che si parla non sono elementi caraterizzanti non soltanto perché questa è la natura del mondo globalizzato ma anche e soprattutto perché l’oggetto della narrazione è principalmente (in maniera, certamente, ambiziosa) l’animo umano, nei suoi risvolti che si presuppongono universali.

 

Così avviene in Marocco dove si raccontano relazioni nuove e inaspettate tra due turisti americani in difficoltà a causa di una ferita riportata in seguito ad un colpo di fucile da una donna e gli abitanti del luogo, relazione cristallizzata in quello sguardo che unisce l’americano e il marocchino al momento della partenza.

Lo stesso vale per la vicenda della giovane giapponese sordo muta e di quella paterna stretta di mano finale, sottolineata dalla telecamera che parte dal dettaglio e arriva ad abbracciare l’intera città.

 

Notevoli i contrasti, tra l’asettico e ipertecnologico Giappone, la vitalità caotica (e forse un po’ scontata) del Messico e la  staticità rurale del Marocco. Ma anche tra la brutalità e l’ottusità della burocrazia statale di poliziotti e politici e l’imprevedibilità della compassione umana.

 

Il montaggio ora frenetico e allucinogeno, ora lento e fatto di lunghe carrellate risulta sempre in armonia con la storia, vedi la bellissima sequenza ambientata in Giappone dove un gruppetto di adolescenti affronta un’esperienza lisergica.

 

Se in Amores Perros e 21 Grammi si è riscontrata a volte una tendenza a creare uno stupore più fine a se stesso che teso a sorreggere lo svolgimento della storia, in questo ultimo lavoro Arriaga sembra sentire maggiormente i suoi personaggi, creando come sempre coincidenze e slittamenti temporali, che vengono però ben armonizzanti nei 142 min. del racconto.

 

Il pluricitato Crash di Paul Haggis, vincitore di un Oscar l’anno scorso, insomma, sta una spanna sotto.

 

Voto: 8

_Trailer

postato da: Hotellunge alle ore 07/11/2006 02:21 | link | commenti
categorie: recensioni, cinema
venerdì, 13 ottobre 2006

Nuovomondo di Emanuele Crialese (ita, col, 120min, 2006) 

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D
opo l’eccellente Respiro del 2002, torna di nuovo sugli schermi Emanuele Crialese, classe 1965.
Il punto di partenza è di nuovo il Sud Italia, il Sud dei tempi scanditi dalle esigenze di lavori ancestrali e profondamente legati al luogo d’origine, la pesca nel primo caso, la pastorizia nel nuovo. Ancora un film corale, ancora una film dove i ruvidi dettagli di tipo neorealista (identici sono i primi minuti: rocce nude e frastagliate, piedi scalzi e personaggi che si muovono con difficoltà con in bocca un oggetto) si alternano a momenti onirici e surreali che trovano alimento nel flusso vitale delle ambizioni e dei sogni custoditi come un segreto. Se in Respiro l’unica via di uscita plausibile da un mondo chiuso e totalmente impermeabile alla realtà esterna (“Ma tu che lingua parli, vattìne”) è quella del sogno o della follia, in Nuovomondo sembra invece che un luogo reale, presente nelle mappe geografiche possa accogliere le richieste disperate di questi uomini e donne. Ma andando a vedere bene, l’America di Crialese, è anch’essa  una proiezione fantastica, come l’isola di Grazia (interessante notare che in il titolo inglese di Respiro è Grazia’s Island), che è ben rappresentata da quel fiume di latte dove, finalmente liberi e senza più l’insostenibile fardello dell’esistenza, nuotano tutti i personaggi. Il Nuovomondo è tutto nei desideri di coloro che partono,  un Eldorato che non si fa mai vedere.

 

In questa luce va forse letta anche la controversa figura dell’Inglese Lucia (Charlotte Gainsbourg, figlia del grande Serge Gainsbourg), elemento apparentemente fuori luogo in quella terza classe di emigranti Siciliani. E’ lei il primo segnale di una realtà finalmente diversa ed  in grado di assestare un colpo alle sempiterne gerarchie sociali. Una figura fuori dal tempo, fascinosa e irraggiungibile, come il Nuovomondo appunto.

 

Bravissimi gli attori, tra cui spiccano Vincenzo Amato e i giovanissimi Francesco Casisa e Filippo Pucillo, tutte scoperte di Crialese e tutti e tre impegnati in entrambi i film.

 

Questa generazione di giovani registi nati tra il '65 e il '70 - Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Emanuele Crialese -  lascia davvero ben sperare per una nuova primavera del cinema italiano. E guardando le classifiche dei box office, ne abbiamo urgentemente bisogno.

 

Voto: 8

 
Scène  bijoux
: quella in cui la camera dall'alto inquadra una massa indistinta di persone. Lentamente ci accorgiamo che la massa si divide in due, da una parte coloro che stanno partendo a bordo della nave e dall'altra coloro che rimangono.

 
_Trailer

postato da: Hotellunge alle ore 13/10/2006 19:27 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, cinema
mercoledì, 04 ottobre 2006

Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Jean Faris (col, usa, 101min, 2006) 

 

 

 

Si dice: la vita come un film. Quando accadono cose imprevedibili, quando il succedersi degli eventi portano a conseguenze inattese, quando a ripensarci su, tutto sembra dotato di un senso, e di una qualche forma di bellezza.

In questa prospettiva Little Miss Sunshine è una costruzione letteraria quasi perfetta, con una fortissima capacità di coinvolgimento; un dispositivo narrativo dove tutto funziona e fila via come un treno. In più si ride, non di quelle risate in cui ci si sente più intelligenti o più sofisticati, ma si ride davvero,  a bocca spalancata, per intenderci.

 

Nello shaker di Jonathan Dayton e Valerie Jean Faris ci sono  personaggi fortemente contrastati che vengono agitati sapientemente per tutta la pellicola: c’è un adolescente che non parla e che odia tutti, c’è il nonno con il culo ancora pieno del ferro dei tedeschi che addolcisce le pene della  vecchiaia con l’eroina, c’è uno zio gay appena scampato ad un suicidio che è considerato il più eminente studioso di Proust d’America, c’è il padre di famiglia, che ricorda vagamente il Tom Cruise di Magnolia, uno che fa lezioni su come diventare dei vincenti nella vita. E poi ci sono due collanti per il gruppo, la mamma, con una buona dose di buon senso femminile e la bambina che ha come idolo Miss California.

Si direbbe che il film sia fondamentalmente un film sulla famiglia, se questa definizione non facesse così tanto Walt Disney. Certamente su di una certa idea di famiglia, dove le persone sono valorizzate per quello che sono e non modellate secondo le frustrazioni/aspirazioni dei genitori. Un utopia cinematografica a cui per un paio d’ore non si fa fatica a credere.  

 

Ma Little Miss Sunshine è anche un Road Movie che si muove tra le ambientazioni californiane tipiche del genere, e come tale il viaggio è anche l’occasione di un viaggio interiore, dove si cerca di capire a fondo quello che si è e dove i rapporti con gli altri vengono messi in discussione e ridefiniti attraverso,  appunto, l’esperienza formativa del viaggio.

 

Simbolicamente questi due aspetti trovano una perfetta armonia in quel malconcio furgoncino giallo che porta a spasso la famiglia; va (per)seguito per farlo partire e andare avanti e va spinto da ogni singolo membro ma alla fine ognuno troverà il suo posto all’interno.

 

Voto: 7 1/2

_Trailer (eng) 

postato da: Hotellunge alle ore 04/10/2006 01:51 | link | commenti
categorie: recensioni, cinema
venerdì, 15 settembre 2006

Non è Peccato di Richard Glatzer e Wash Westmoreland (Quinceanera, col, USA, 2006) 

 Quincenera
P
er andare a vedere questo film occorre prima resettare tutto ciò che è stato aggiunto dalla Teodora film  per rendere più appetibile il film al pubblico italiano. Innanzitutto il titolo: Non è peccato, che sostituisce l'originale Quinceanera, (titolo spagnolo dato ad una pellicola di produzione americana), da cui avremmo potuto imparare il nome di una celebrazione latino americana che si festeggia per introdurre le ragazze nella società degli adulti al compimento appunto dei quindici anni. Poi gli slogan del manifesto e del trailer (che trovate linkato in fondo) che dovrebbero riassumere il sapore del film; mi limiterò a riscriverli senza commentarli: "Essere donna…", "Essere gay…", "Ballare…", "Lottare…", "Fare l'amore…"

Tutto questo disappunto nasce non da un atteggiamento snob nei confronti di questo tipo di operazioni commerciali bensì dalla convinzione che in questo caso (come in molti altri) venga tradito completamente lo spirito del film andando in definitiva soltanto a danneggiarlo. Uno degli aspetti che più mi hanno colpito della pellicola è proprio il trattare alcuni aspetti della comunità messicana di Echo Park a Los Angeles in maniera non enfatica. Le cose accadono perché devono accadere, senza che ci sia alcun effetto di contrasto con un commento patetico o buonista.  

Certo, i bianchi ci sono e si stupiscono del modo di vivere dei messicani ("Certo che tu vivi proprio in un mondo a parte") ma in definitiva è la commistione di un realtà eterogenea quella che è viene messa in risalto ("No, sei tu che vivi in un mondo a parte").

Anche la giovane protagonista (la bravissima esordiente Emily Rios) viene diretta con estrema naturalezza, senza caricare le problematiche tipiche adolescenziali di quella malizia a cui sono inclini alcuni maestri della macchina da presa che hanno superato la sessantina come Bertolucci (Io Ballo da Sola, The Dreamers). La tensione emotiva che si sviluppa durante il film è brillantemente bilanciata da un'ironia sottile che si manifesta sotto varie forme, dai dialoghi, ai costumi fino alla colonna sonora decisamente trash.  

Durante il film si ride, si piange ma in definitiva si esce incuriositi nei confronti degli altri e della vita che è sempre più imprevedibile degli stereotipi con i quali siamo abituati a giudicare il mondo.

 
_Trailer

Voto: 7 +

postato da: Hotellunge alle ore 15/09/2006 13:58 | link | commenti
categorie: recensioni, cinema
giovedì, 09 marzo 2006

Truman Capote: A Sangue Freddo di Bennett Miller (Capote, col, usa, 114min, 2005) 

capote
In un momento in cui nel cinema americano mancano soggetti originali forti, l'industria tira fuori dal casseto due mostri sacri, quali Johnny Cash (Quando l'amore brucia l'anima) e Truman Capote. Lo scrittore di Colazione da Tiffany é infatti il protagonista assoluto di questa storia ambientata tra New York e il Kansas sul finire degli anni 50.
Non siamo tuttavia difronte ad una vera e propria biografia, ma ad una riflessione sull'atto creativo della scrittura, che in Capote assume i connotati di un'operazione perlomeno controversa quando non immorale.

Lo scrivere, che nella carriera di Truman Capote, significa essere qualcosa a metá strada tra il cronista e il romanziere, diviene quasi un'operazione di cannibalismo, dove le ragioni dell'arte si elevano al di sopra dell'etica, e dove gli esseri umani in carne ed ossa sono giá personaggi nelle mani dello scrittore.

Se teniamo presenti queste premesse non sará difficile immaginare che tipo di reazioni possono scaturire dal mettere lo scrittore difronte ai due killer responsabili di una strage di un'intera famiglia nel classico paesino nowhere sperduto nelle campagne del Kansas.
Se a questo aggiungiamo una forte dose di narcisismo, dandysmo, autocompiacimento ed omosessuale senso di superioritá sugli esseri umani ci avviciniamo ancora di piú all'idea del Capote di Bennett Miller.

L'immagine contrastata che viene fuori é ulteriormente accentuata dal fatto che vediamo lo scrittore muoversi con disinvoltura dai salotti piú esclusivi di New York, dove egli é solito attorniarsi di piccole folle di ascoltatori che pendono totalmete dalle sue alcoliche labbra, e i bracci del penitenziario dove i due giovani accusati trascorrono il tempo che li separa da una probabile esecuzione.

L'ottima prova di  Philip Seymour Hoffman, che per questo film si é meritato una statuetta, completa l'opera restituendoci un personaggio di grandissimo fascino, capace di suscitarci molteplici riflessioni e di tenerci incollati allo schermo nonostante una sceneggiatura per il resto assai scarna.

(Voto: 7+)

postato da: Hotellunge alle ore 09/03/2006 18:12 | link | commenti (2)
categorie: cinema
venerdì, 17 febbraio 2006

Fakes 

shiningQuella dei trailers cinematografici é una vera e propria tecnica a sé, che prescinde dal prodotto finale che é il film. Questi simpatici ragazzi ci mostrano come un trailer abbia il proprio linguaggio e come si possa far passare un film per qulasiasi cosa. Il risultanto é spassosissimo. Buon week-end a tutti!

Shining.mov
Brokeback_to_the_future.mov
West_Side_Stories_redux.mov
postato da: Hotellunge alle ore 17/02/2006 12:39 | link | commenti
categorie: cinema, weird web
mercoledì, 15 febbraio 2006

Face Addict di Edo Bertoglio #2 (doc, col, ita, swi, usa, 103min, 2005) 

BlondieQualche giorno fa vi ho parlato di questo bellissimo documentario sugli anni d'oro della New York di Wharrol &Co. Grazie a Loser ho trovato questo eccezionale documento (che viene mostrato nel film) in cui una Blondie decisamente bellissima spiega al pubblico che cosa sia il Pogo.
postato da: Hotellunge alle ore 15/02/2006 13:30 | link | commenti (2)
categorie: cinema
martedì, 07 febbraio 2006

L'Enfant di J.Perre e Luc Dardenne (fra, col, 100min, 2005) 

enfant
Ammetto di partire con un atteggiamento benevolo verso quei film che ottengono la palma d'oro a Cannes. Del resto se si scorrono i titoli che hanno trionfato negli ultimi anni é difficile trovarne uno non degno di nota. Si potrebbe discutere sulla vittoria di Fahrenheit 9/11 di Micheal Moore, film che non ritengo all´altezza della qualitá del festival, ma l'ipotesi di una rielezione di Bush alla casa bianca deve aver messo in allarme gli artisti di tutto il mondo ed i cineasti, sopratutto quelli in giuria, non sono stati, oltretutto inutilmente, da meno. L'edizione 2005  approda alla consueta normalitá attraverso riconoscimenti che premiano vecchi amici del festival: Jim Jarmush, Micheal Haneke e i fratelli Dardenne appunto.

All'accensione delle luci in sala ci si chiede chi sia l'Enfant, il piccolo venduto e poi recuperato, Bruno il padre, Sonia la madre o il piccolo aiutante di Bruno. La risposta cambia a secondo di che cosa ognuno intenda per Enfant e se si voglia dargli o meno una connotazione morale. E' la storia stessa del resto a suscitare continuamente questo tipo di reazioni-indignazioni, offrendo allo spettatore la possibilitá di parteggiare per uno o per l'altro personaggio.

Bruno rimane sicuramente il personaggio piú interessante: non sappiamo se si sia effettivamente evoluto in qulche cosa di diverso da quello che era e se abbia imparato qualcosa dall'esperienza che ha vissuto, cosí come non sappiamo se la stessa cosa sia avvenuta o meno in Sonia.  Le lacrime e l'abbraccio finale fanno propendere piú per una disperata accettazione dello stato delle cose, uno stato dove é l'idividuo a mostrarsi per quello che é, ovvero orribile ed incapace di migliorarsi.

L'aspetto piú affascinante rimane quello che vede i personaggi ed in particolare Bruno a contatto con il denaro. La sua vita é regolata da una sorta di scambio monetario continuo, dove tutto ha il suo prezzo e dove tutto puó essere venduto; una condizione che soltanto l'amore sembra in grado di interrompere (il sottotitolo italiano é una storia d'amore).

La regia é asciutta e perfettamente realista preferendo  quasi sempre la camera a mano, uno strumento che sembra essere diventato un luogo comune del cosidetto cinema d'autore.

(Voto: 7 1/2)
    
postato da: Hotellunge alle ore 07/02/2006 15:53 | link | commenti
categorie: cinema
giovedì, 02 febbraio 2006

Face Addict di Edo Bertoglio (doc, col, ita, swi, usa, 103min, 2005) 



La droga influenza l'arte? La droga puó essere la ragione per cui si fa arte?
Edo Bertoglio ripercorre i luoghi del suo passato, una passato che il fotografo italosvizzero condivide con artisti che hanno influenzato in modo drastico la scena newyorkese a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Erano i tempi in cui Andy Wharol era l'agitatore di un movimento straordinariamente vitale organizzato intorno alla Factory, un  laboratorio vulcanico  in cui sono passati tra gli altri,  Basquiat, John LourieBlondieWalter Steding. Quest'ultimo e lo sparring partner che accompagna Edo Bertoglio nel suo viaggio nella memoria. E` uno dei pochi superstiti, e' l'unico che ancora vive nello stesso modo in cui vivevano allora ma sopratutto e' uno dei pochi che ha avuto il modo di elaborare quell'esperienza per arrivare a modificarne la sostanza. Egli ci appare come un reduce, con tutti i segni evidenti della guerra che ha vissuto. Non c'è molto divertimento nei suoi occhi, ma consapevolezza, la consapevolezza di essere sulla terra per una missione. L'arte in prospettiva eroica, con i destini della stessa che trascendono le vite degli individui pur servendosi, fino alla morte, di loro.

Il documentario é girato in maniera elementare, spoglio di qualsiasi abbellimento o gioco ruffiano (completamente dalla parte opposta di Micheal Moore, per intenderci), pur caricato di tutta quella nostalgia che scaturisce dalla distanza del narratore con il fotografo di vent'anni prima. Si sente un pó troppo quel "ai miei tempi noi eravamo diversi" inevitabile cosi' come è inevitabile lo scorrere del tempo. Tuttavia é anche in virtú di questo elemento esplicito che il documentario risulta essere molto onesto. Queste riprese potrebbero appartenere alle pagine di un diario, ad un film girato per se stessi o ad un blog.

(Voto: 7)
postato da: Hotellunge alle ore 02/02/2006 16:17 | link | commenti (2)
categorie: cinema
giovedì, 26 gennaio 2006

Le conseguenze dell´amore di Paolo Sorrentino (Italia, col, 100min, 2004) 


conseguenze
Parlare con interesse di una pellicola italiana è già di per sè una ragione di soddisfazione non indifferente. Soddisfazione accresciuta dal fatto che il regista in questione è del 1970 e che questo è il suo secondo lungometraggio. Incrociamo le dita.

Le conseguenze dell'amore, al di là di tutto questo, è un film interessante perchè è un film che cammina al confine dei generi, strizza l'occhio ai film di mafia, alle spy stories, ai  thriller psicologici senza tuttavia abbracciare completamente nessuno di  essi.
Non è neanche una pastiche alla Tarantino, pur avendo in comune con il regista americano un certo gusto per la battuta ricercata ("non voglio morire di vecchiaia, io voglio morire in modo roccambolesco") e per le improvvise accelerazioni.
In questo sembra essereci una perfetta armonia tra la vita di Titta, impersonato da un sorprendente Toni Sevillo, e la regia di Sorrentino che si nutre, a seconda della esigenze, di silenzi plumbei in pianosequenza con ambienti cromaticamente freddi sullo sfondo o di ritmi concitati, tagli netti e montaggio ellittico. Ma è appunto la vicenda di Titta ad essere così concepita, e del resto cosa ci si può aspettare da uno che da vent'anni ogni mercoledì alle 10 in punto fa uso regolare di eroina, senza eccezioni.

E quali sono le conseguenze dell'amore? Lo spiega Titta in persona, quando si siede al bancone del bar dell'albergo dove lavora lei, Sofia, affemando che quello era il gesto più pericoloso che avesse mai fatto. E infatti l'amore è quello che svela a questo misterioso uomo d'affari che vive da dieci anni in un albergo in svizzera quello che era stata fino al quel momento la sua vita: un girone dantesco, scandito da una regolarità infernale e dalla completa assenza di qualsiasi emozione.

C'è un certo autocompiacimento nella regia di Sorrentino che si piace e non disdegna di mostrare allo spettatore  virtuoisismi tecnici come movimenti di macchina acrobatici o inquadrature barocche. Anche questi eccessi rimangono però dentro il confine del buongusto, una sottile ironia mai urlata contobilancia la vicenda umana del protagonista che resta marcatamente drammatica.
Qualche clichè narrativo abusato, (l'incidente d'auto della giovane ed ingenua fanciulla), e un pò di buonismo (la borsa regalata agli ex proprietari dell'albergo) non guastano il film ed appaiono più come il margine di miglioramento a cui ci aggrapperemo nell'attesa del suo nuovo film.



 
postato da: Hotellunge alle ore 26/01/2006 16:46 | link | commenti (1)
categorie: cinema
venerdì, 16 dicembre 2005

L’Arco di Kim Ki-Duk (Corea del Sud, Giappone, col, 88min, 2005) 

l

Affrontare il cinema asiatico può diventare un’operazione insidiosa per lo spettatore occidentale. Ci si può trovare di fronte a dinamiche difficili da decodificare e si può correre il rischio di desiderare di svincolarsi da esso liquidando il tutto con pochi commenti superficiali. L’arco, dodicesimo lungometraggio del regista sud coreano Kim Ki Duk, è un film che trasmette questo senso di inadeguatezza, attraverso un impianto filmico denso di simboli e di riferimenti a topoi letterari di un mondo per molti versi sconosciuto.

Sin dai primi fotogrammi si ha l’impressione di assistere ad un’operazione insolita ed affascinante: il film è stato girato in soli diciassette giorni e tutte le riprese avvengono in mare aperto. I protagonisti, una ragazzina di quindici anni ed un vecchio di sessanta non proferiscono parola per tutto il film, le uniche battute le sussurrano uno all’orecchio dell’altro, proteggendosi dalla curiosità dello spettatore, pur nell’evoluzione, che avviene in uno spettro di emotività complesso. Chi parla sono personaggi secondari che, soprattutto all’inizio ci appaiono insignificanti, anche in confronto alla rigida ritualità con il quale è scandita la vita nella barca.

Con estrema abilità compositiva, Kim Ki Duk ci mostra un piccolo eden dell’oceano: un vecchio saggio che guida una bambina innocente verso il senso più puro della vita, attraverso gesti semplici e fortissimi, uno sguardo, la fermezza di una freccia, la musica al calare del giorno, il dolce altalenare  sulla cresta dell’acqua. Poi con i pescatori che regolarmente arrivano nella barca, che all’inizio appaiono come l’oggetto estraneo all’equilibrio del mondo costruito dal vecchio, ci si rende conto di quello che realmente accade. Un uomo tiene segregata una bambina dall’età di sei anni e attenderà l’imminente compimento dei suoi sedici anni per sposarla. Per fare questo spranga con decisione qualsiasi finestra che potrebbe aprirsi sul mondo. Per un po’ il gioco funziona; non quando l’orologio biologico della ragazza accelera di ardore adolescenziale per un ragazzo venuto sulla barca per pescare. Il destino della ragazza ha iniziato a virare il suo corso.

L’arco è il fulcro attorno al quale ruota il rapporto tra i due. E’ la catena che li inchioda al mare aperto, proteggendoli dagli estranei, ma è anche la lira che eleva il loro spirito. Lo stesso strumento è adoperato in questo senso, animato da una duplice carica di forza e poesia. La musica che produce l’arco è una musica per l’anima da cui l’udito è escluso.
Entrambi i personaggi si nutrono di questa musica e quando il ragazzo dona alla fanciulla un walkman, il vecchio lo distrugge immediatamente.

 Ancora un appunto: le due barche legate tra loro da una corda: la barca grande che custodisce i simboli del matrimonio, e quella piccola che è dove la ragazza perde la verginità e tenta più volte la fuga. Quella grande affonderà, avendo assolto il suo compito dopo il matrimonio, mentre la piccola porterà la ragazza verso la terra ferma, il suo ragazzo e la musica dell’udito.

postato da: Hotellunge alle ore 16/12/2005 12:55 | link | commenti
categorie: cinema
giovedì, 08 dicembre 2005

Broken Flowers di Jim Jarmush (U.S.A., France, Col, 106 min.,2005) 

broken-flowers web


Purtroppo mi ritrovo ancora a dover scrivere con un po’ di imbarazzo dell’opera ultima di uno dei miei registi preferiti. Questa volta è il turno di Jim Jarmusch, americano attivo dai primi anni ’80 e regista di culto nel circuito indipendente.

Il suo ultimo film, premiato a Cannes con il Gran premio della giuria, si sviluppa intorno al tema dell’inchiesta e del viaggio che, come spesso accade nei suoi fim è il pretesto per mostrare i  personaggi alle prese con le situazioni più disparate. Il ruolo del protagonista itinerante è qui affidato a Bill Murray, che dopo l’ottimo Lost in Traslation (di Sophia Coppola, 2003), sembra affezionato a questo ruolo dell’ ex (ex attore, ex Don Giovanni), annoiato ed impassibile a tutto ciò che la vita ha in serbo per lui. Le cose gli succedono per una volontà a lui estranea ed egli accoglie tutto con una maschera cinica e beffarda, senza mai scomporsi e sempre sul punto di mollare ogni cosa. La cosa funziona e infatti  le parti più divertenti nascono proprio da questo contrasto.

Il risultato complessivo rimane però freddo ed anonimo; quel tocco alla Jarmusch che rendeva esplosivi anche i personaggi più ordinari, intrecciando situazioni surreali a battute illuminanti, sembra in questo film contratto da una forse troppo prolungata assenza dalla realtà. Per dirla brutalmente questo film mi è sembrato uno Stranger than Paradise imborghesito. Non solo perché alle Cadillac che partivano a spinta vengono sostituite Wolskwagen e Porche, ma perché tutti i personaggi di contorno sembrano non avere nessuna aderenza con la realtà senza per questo tanto meno elevarsi a simboli.

Per fare un esempio, nel finale il protagonista Don Johnston, tornatosene ormai a casa dopo il suo viaggio fallimentare, ossessionato dalla ricerca del suo ipotetico figlio, invita un RoadTripper a mangiare un boccone con lui. Il ragazzo di 22, 23 anni, che si scopre studiare filosofia, che cosa chiede allo sconosciuto che lo ha invitato a pranzo?. “Hai qualche consiglio di carattere filosofico da darmi?” Ora, chiunque abbia mai incontrato uno studente di filosofia nella sua vita si rende conto che una battuta del genere può essere frutto soltanto di uno sceneggiatore alienato di Los Angeles, non certo di quello studente.

 

Purtroppo mi rendo conto che tanto grande è l’amore per una persona e tanto grande sarà poi l’irritazione se questa persona ci delude.

   

postato da: Hotellunge alle ore 08/12/2005 14:57 | link | commenti (1)
categorie: cinema
lunedì, 05 dicembre 2005

Oscar di Sergio Morkin (doc, Argentina, col, 56 min, 2004) 






Ci sono spazi che per loro natura sono considerati comunemente pubblici: a questa categoria appartengono, le strade, i parchi, le stazioni e tanti di quei luoghi che appartengo alla socialità. Non tutti hanno piena coscienza però che questi luoghi di tutti sono il campo di battaglia dove quotidianamente avviene l’aggressione visiva della pubblicità e che le persone non possono far altro che subirne passivamente gli imperativi che in essa sono contenuti.

Oscar Brahim è un artista argentino che svolgendo ogni giorno la professione di tassista e dovendo subire ogni giorno la violenza dei mega manifesti che campeggiano lungo le strade di Buenos Aires decide di instaurare un rapporto dialettico con i messaggi della pubblicità, modificandone le immagini, dipingendoci sopra o facendo dei collage con figure ritagliate da altri manifesti.

Il documentario di Serio Morkin racconta la sua esperienza artistica e umana, senza commenti e senza essere mai invasivo, mostrandoci la vita di una persona normale che non ha pose d’artista nè la presunzione di volerci insegnare qualcosa, ma che ha semplicemente la forza di dire la propria in una realtà urbana dove le ragioni dei grandi marchi hanno il sopravvento sul campo visivo delle persone.

[Il film fa parte del programma di Iberamericana ’05 – III Mostra di Cinema Iberoamericano di Bologna presso la cineteca comunale]



postato da: Hotellunge alle ore 05/12/2005 01:42 | link | commenti (2)
categorie: cinema
mercoledì, 09 novembre 2005

Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber (Everything is Illuminated,U.S.A, colore, 106min, 2005) 


 




Quasi per caso mi sono imbattuto ieri sera in questo film in anteprima a Bologna. Non conoscevo il regista perchè è un esordiente, nè avevo sentito parlare del romanzo da cui è tratta la storia che porta lo stesso titolo, scritto anch'esso da un esordiente americano che risponde al nome di Jonathan Safran Foer classe 1977.

Inaspettatamente mi sono trovato di fronte a questo piccolo gioiello  che affronta temi complessi come quello della Russia post comunista o quello della memoria, con grande ironia e con dei personaggi che sembrano presi da un film di Kusturica.

Il film è un film di viaggio, un road movie, si direbbe se questo non facesse un poco sorridere comparando i veicoli che la filmografia Usa del genere propone sullo schermo con la scassata automobile con la quale si muovono i nostri che sono un americano singolare con la mania del collezionismo, un ragazzo ucraino cresciuto con il mito degli Stati Uniti e di Micheal Jackson e suo nonno, un ebreo sopravvisuto  ai rastrellamenti dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.  Sullo sfondo la nuova Ucraina, inacessibile per l'americano, ma che dell'america come in uno specchio, riflette modi di comportamento e aspirazioni collettive.  L'occhio dello straniero funziona nel film come l'agente chimico che fa risaltare l'oggetto osservato. I contrasti che vengono fuori sono spesso divertenti - come spiegare ad un ucraino il fatto di essere vegetariani? -  ma  mai scontati.

Ma il personaggio principale del film sono senza dubbio gli oggetti, parti a volte incomprensibili di una realtà mutevole e sfuggente. "Tutto è illuminato dalla luce del passato" ci dice una voce fuori campo, e gli oggetti illuminati sono essenziali agli uomini come parti vitali su cui si basa il proprio esistere.

L'unica nota stonata è l'effetto Carramba che sorpresa!, che si sviluppa un pò nel finale, dove tutti i personaggi si scoprono fondamentali nell' intreccio dei legami affettivi, ma senza rovinare le buone impressioni che si hanno durante tutta una visione che, ovviamente, consiglio a tutti.
postato da: Hotellunge alle ore 09/11/2005 17:03 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, cinema
venerdì, 04 novembre 2005

Lija 4-ever di Lukas Moodysson (sweden, danemark, 109 min, col, 2002) 

Affrontare un tema così delicato come la tratta delle prostitute senza essere retorici non è facile. Lo svedese Luka Modysson, regista già apprezzato per film come Fuckin Amal (1998) e Together (2000), ci riesce.

La storia racconta la tragedia di Lija, sedicenne russa, che viene abbandonata dalla madre, dalla sua migliore amica, dalla zia, dal suo presunto ragazzo e dalla vita.

Nell’ineluttabilità con cui si susseguono gli avvenimenti sembra di sentire la mano del Lars Von Trier di Breaking the Waves (Le Onde del destino, 1996) e Dancer in the Dark (2000), quello più melodrammatico e spietato, quello che molti trovano indigeribile.

La vita che appare ogni giorno più cruda e insensata è vissuta da Lija con gli occhi di una ragazzina dal sorriso che scioglierebbe un iceberg. Il contrasto tra la sua voglia di spensieratezza e il grigiore dell’estrema periferia russa con le creature che la popolano, abbruttite dalla mancanza di qualsiasi fonte di stimoli vitali, è insuperabile.

Un momento del film sottolinea il fatto di come Lija e Britney Spears siano nati nello stesso giorno ma in anni differenti e quello che si rivela come l’ingiustizia più beffarda del fato non è quell’anno che le differenzia ma il contesto, con la carica di sogni che esso si porta con sé. Gli Stati Uniti o la Svezia, fa lo stesso, l’importante è andarsene da quel posto che si autoalimenta con le energie degli esseri umani che lo popolano.

Ma anche quando una possibilità di lavoro, che avrebbe fatto sorridere chiunque - raccogliere frutta in inverno in Svezia - si presenta a Lija che cerca soltanto un qualcosa a cui aggrapparsi, la porta lontano dall’odiata Russia, ecco che Modysson la mette davanti ad un paesaggio urbano ed umano esattamente identico a quello che aveva appena lasciato. Come a dire che la miseria, l’odio e la disperazione non hanno confini politici ma umani.

 
Ho trovato bellissime anche alcune trovate visive con cui vengono affrontate certi temi del film. Una di queste sono i close up, strettissimi e dal basso con cui vengono girate le scene di Lija sottomessa ai suoi sfruttatori. Oppure quelle scene techno, dove Lija e i suoi amici strafatti di colla ridono e si divertono come gli adolescenti di tutto il mondo.
Diametralmente opposta nel ritmo è invece una delle prime scene del film, dove una corsa disperata verso la madre in partenza per gli Stati Uniti, diventa un rallenty da incubo che finisce in un fango purtrido e indelebile da cui Lija non riuscirà più ad alzarsi.

postato da: Hotellunge alle ore 04/11/2005 12:55 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, cinema
mercoledì, 02 novembre 2005

Manderlay di Lars Von Trier (dan, swed, neth, fra, ger, us, 139min, col, 2005) 



Lars Von Trier



Giocherò a carte scoperte: se Lars Von Trier riprendesse in super 8 sua figlia nel giardino di casa mentre fa esperimenti con feci animali, probabilmente troverei quel film interessante. Considero il regista danese uno dei narratori più originali della nostra epoca e ho trovato tutti i suoi film, per un motivo o per un altro, sempre perlomeno interessanti, quando non sconvolgenti.
Detto questo Manderlay non credo faccia fare un grande passo avanti alla carriera del regista.
Secondo episodio della triologia sull'America, il film comincia esattamente dove era finito Dogville: Grace è nella macchina del padre gangster ed insieme ai suoi uomini si allontanano dalla cittadina verso nuove mete. Siamo negli Stati Uniti Centro Meridionali, terre di negri e di schiavitù, il posto ideale per  il filantropismo di Grace insomma. Subito però c'è qualcosa che non ci permette di rilassarci del tutto. La scenografia è la stessa di Dogville i personaggi chiave sono gli stessi, ma interpretati da attori differenti che ne alterano inevitabilmente il carattere.  Il personaggio che più ne risente è Grace, qui interpretato da Bryce Dallas Howard (che per gli amanti del gossip è la figlia di Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days) che sembra più immatura ed incapace di agire rispetto all'altra Grace.
I rapporti di forza pure sono gli stessi, l'eroina da sola in un paese dimenticato da Dio, il suo agire e le conseguente che su quel paese si possono riscontrare. La novità è che a Maderlay siamo nell'Alabama anni '30 dove, nonostante negli Stati Uniti venga formalmente abolita da Lincoln nel 1863, vige ancora la schiavitù. Indovinate chi si incaricherà di insegnare ai selvaggi la democrazia? La bella Grace, certamente.

Von Trier ci mostra con sdegno tutte le regole aberranti che vigono a Menderlay, raccolte nel temutissimo volume della Legge di Mam , dove tutto è pianificato dalla bianca autorità della famiglia Robinsson e dove gli schiavi sono divisi in categorie come negro orgoglioso, o negro burlone. Ma quando la nostra compassione, che attraverso Grace si riempie di senso di colpa storico, è al massimo ecco che scopriamo che il libro della vergogna è stato scritto dal negro più anziano e che la scelta di prolungare anacronisticamente il lavoro da schiavi è stata fatta consapevolmente. A questo punto la volontà di insegnare con la forza le regole della democrazia ci appare priva di senso ed il pensiero corre ai nostri giorni.

Timothy, supposto orgoglioso discendente di una regale famiglia africana - i Mansi - ricorda, dopo aver subito sotto forma di violente frustate tutta l’ira di Grace, che in fondo gli abbiamo creati noi, e dopo poco, sulle note di Young American di David Bowie, una carrellata di istantanee di tutti i figli malati che l’America ha partorito.

Mi fermo qui. Credo fortemente che per poter prendere in considerazione più approfonditamente Manderlay, bisognerà attendere l’uscita del successivo capitolo della triologia, Wasington (credo che l'abbia scritto proprio così)., previsto per il 2007.

A quel punto certe cifre stilistiche che ora appaiono ripetitive si mostreranno per quello che realmente sono ed i personaggi che sembrano un po’ spaesati tra le scenografie spoglie ci appariranno nella loro completezza. Almeno spero.

 



postato da: Hotellunge alle ore 02/11/2005 01:00 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, cinema