"La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono."

Recentemente mi sono trovato coinvolto, con un certo interesse, in avvenimenti che più nazional popolari non si può. Prendete S.Remo. E quel pupazzetto adorabile di Arisa, con la sua canzone che è come uno zuccherino di quelli che ti dava la nonna quando fuori erano solo fulmini e saette. A me è piaciuta proprio, cantata con gusto, scrittura musicale semplice ed efficace, testo non banale.
Al che l’atroce dubbio: Oddio condivido qualcosa con Bonolis?
Poi c’erano pure gli Afterhours, che pur non essendo sicuramente tra le mie band preferite, sono stati come quando incontri un italiano in vacanza in Lapponia. Che va a finire che sei quasi contento che ci sono pure loro in quel posto lì.
Poi l’altra sera, già che c’ero, visto che mi capita spesso di invertire il giorno con la notte e che quasi ormai mi resta più facile seguire il palinsesto delle tv americane che di quelle italiane, mi sono visto, già che c’ero, pure tutti i premi oscar.
Era davanti al computer e più quella faccenda andava avanti e più le cose si facevano preoccupanti:
attrice protagonista, Kate Winslet; cacchio mica male Kate Winslet che anche se ancora non ho visto the Reader, ho però visto Revolutionary Road dove era proprio brava Kate Winslet.
Attore non protagonista: Heath Ledger; accipicchia proprio bravo Heath, nel Cavaliere Oscuro che quasi che il suo Joker è stato meglio di quello di Jack Nicholson.
Attore protagonista, Sean Penn; corbezzoli che prova quel vecchio frocio di Sean Penn in Milk, che anche se, diciamocelo, qui si tifava tutti per Mickey Rourke che in The Wrestler fa una di quelle parti che sarà difficile dimenticare e che poi a noi ci piace un sacco quando realtà e finzione si mischiano in groviglioni in cui non si capiscono più i confini, resta il fatto che anche Harvey Milk è stato un grandissimo personaggio che ci è piaciuto molto.
Miglior film d’animazione, Wall-e; come dire vince il premio per la danza di quest’anno il sig.re Rudolf Nureyev. Con la Pixar non c’è più storia da anni ormai e Wall-e è uno dei miei film preferiti del 2008, in generale dico.
Miglior Regia, Film e varie, Slumdog Millionaire; che, è vero, ci sarà pure un po’ di retorica in eccesso in Slumdog Millionaire, ma resta un film decisamente bello e poi voi vi ricordate quali film vincevano gli Oscar un tempo? Il gladiatore, Titanic, Braveheart ecc…
Quindi la questione è: o io sto abbassando la guardia oppure le cose iniziano a mischiarsi sul serio.
L’industria cinematografica è alla canna del gas. Tra non molto gli sceneggiatori di Hollywood stazioneranno permanentemente di fronte ai portoni delle chiese, mentre il pubblico, se avete visto Idiocracy, bè se l’avete visto sapete di cosa parlo.
Dopo i film tratti dai fumetti, dopo quelli tratti dai video games, finalmente è arrivato il momento dei film tratti dalle canzoni.
Non molto tempo fa uscì Albakiara (rigorosamente con la k) mentre in questi giorni arriva nelle sale italiane Questo piccolo grande amore.
Tra quanto un film tratto dai libri di Totti e Gattuso?
In realtà non riesco a rendermene del tutto conto. Quanto veramente si sta diffondendo il fenomeno Boris? Alle volte mi sembra che la gente non parli d’altro, altre volte invece, mi sembra che soltanto pochissimi eletti abbiano avuto la fortuna di seguire questa serie andata in onda, per il momento, solo su Fox Italia.
Se siete tra i secondi, se siete tra quelli che non sanno di cosa si sta parlando, allora vi consiglio di lanciare il mulo, o di aprire un torrent e digitare queste cinque magiche lettere: BORIS.
Una volta aperto il file compresso troverete 14 episodi di circa 25 minuti ciascuno per la prima serie e altrettanti episodi per la seconda. Nella prima stagione troverete una troupe impegnata a girare una fiction dal nome inequivocabile: Gli Occhi del cuore. Nella seconda serie, ritroverete pressappoco la stessa troupe che sta girando la stessa inequivocabile serie, Gli Occhi del Cuore 2.
Nella prima serie troverete un direttore della fotografia cocainomane, un regista frustrato, e uno schiavo muto. Nella seconda però; bé nella seconda troverete Corrado Guzzanti.
Chevelodicoafà.
Control di Anton Corbijn è finalmente arrivato in Italia, in un numero scandalosamente piccolo di copie e soltanto in alcune città, tra cui fortunatamente Bologna e il suo - che Dio lo protegga! – cinema Lumiére.
Il film, come è noto, è il ritratto di Ian Kelvin Curtis, leggendario leader dei Joy Division, toltosi la vita all’età di 23 anni. Il materiale usato per il film è un libro scritto dalla moglie dello stesso cantante, Deborha Curtis, che si intitola Touching From a Distance (in Italia edito da Giunti con il titolo Così Vicino, Così lontano).
Esistono due approcci a questo genere di film: quello del fan o quello dello spettatore. Non ho conosciuto nessun fan di Kurt Cobain dire che Last Days di Gus Van Sant fosse un bel film, mentre è stato apprezzato da diversi non fan. Stesso discorso vale per The Doors di Oliver Stone.
Control, ipotesi tuttora in via di verifica, mi sembra avere la forza espressiva per poter accontentare entrambi i tipi di spettatori. Perché è un film onesto, rarissimamente ruffiano, lontano dagli stereotipi messianici di molti ritratti di rock star. Merito del taglio dato alla pellicola da Corbijn, esordiente nell’lungometraggio ma proveniente da una lunga carriera di video clip, che sceglie di raccontare l’esperimento Joy Division, da un punto di vista intimo e quasi banalizzante del mito Ian Curtis. Lo incontriamo al lavoro, in una agenzia di collocamento, quando torna a casa dalla moglie che lo aspetta e che vorrebbe da lui più attenzioni, quasi fosse un impiegato qualsiasi. Lo vediamo affrontare la sua malattia, l’epilessia, con le paure di un uomo comune, con quella insicurezza che scopriamo essere il minimo comune denominatore dei sui atti sublimi, delle poesia e della musica, così come del quotidiano vivere. In questo, parte del merito va a Sam Riley, in grado di una impersonificazione suggestiva e a tratti commovente di Ian Curtis.
Siamo veramente distanti anni luce dagli stereotipi del genere, e francamente non mi spiego i titoli di alcune recensioni che invece hanno continuato a insistere sui soliti temi “Control: Ritratto di una gioventù bruciata e romantica” .
Al di là del delicato rapporto con la materia raccontata, il film è in possesso di elevato valore estetico in sé, a cominciare da una fotografia ricercata e impreziosita da un bianco e nero che riesce perfettamente a ricreare quell’atmosfera da periferia inglese degli anni ’70, oltre che, come c’era da aspettarselo, da una colonna sonora che ha avuto il privilegio di poter contare su dei protagonisti di primissimo piano come i New Order, band formata dai superstiti dei rimpianti Joy Division.
Film consigliatissimo, come si diceva, ai fan della band di Ian Curtis, ma anche a tutti gli appassionati del buon cinema.
Voto: 8

Le premesse avrebbero potuto scoraggiare: un film di due ore quasi interamente girato all’interno di un istituto scolastico, una filmografia altalenante sul genere, un cast composto quasi interamente da ragazzi di quindici anni.
Poi ci si ritrova davanti a questo film del francese Laurent Cantet, palma d’oro all’ultimo festival di Cannes e candidato all’Oscar per il miglior film straniero per la Francia, girato con piglio documentaristico, dove un classe di seconda media ci viene presenta per quello che è, senza fronzoli e senza orpelli, ovvero un rompicapo intricatissimo dove convergono tutti i limiti di un sistema e dei suoi interpreti.
Durante il film non è possibile sfuggire al processo di identificazione: gli episodi legati alla propria esperienza scolastica affiorano dagli angoli più o meno polverosi della nostra mente, per sovrapporsi a quelli messi in scena nel film.
Il titolo originale del film è Dentro le mura, chiave di lettura che illumina il complesso rapporto tra il dentro e il fuori la scuola, che si traduce spesso in una frattura, sia a livello linguistico (“Se vado da mia madre e le dico fossi, lei non mi capisce”) ma soprattutto a livello relazionale, di cui è emblematica la scena finale in cui i banchi vuoti che stanno dentro si contrappongono alla vitalità della partita a calcio tra studenti e professori, fuori.
Il film potrebbe forse risultare noioso, perché di fatto non ci sono eventi drammatici particolarmente significativi (fatta eccezione forse per il processo di espulsione di Souleyman), ma resta un documento eccezionale per chi vuole saperne di più sul difficile rapporto tra insegnanti e studenti, tra istituzioni e società. Un rapporto che resta fondante per qualsiasi esperienza umana e che grazie soprattutto alla scelta stilistica dell’autore diventa, in definitiva, universale.
Voto: 71/2

Dopo il convicente Thank You For Smoking, Jason Reitman torna dietro la macchina da presa con una nuova commedia brillante.
La risposta arriva un pomeriggio qualunque in una pista di atletica. Oppure attraverso la musica dei compianti Moldy Peaches:
You're a part time lover and a full time friend
The monkey on you're back is the latest trend
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you
I kiss you all starry eyed, my body's swinging from side to side
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you
We sure are cute for two ugly people
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you
The pebbles forgive me, the trees forgive me
So why can't, you forgive me?
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you
I will find my nitch in your car
With my mp3 DVD rumple-packed guitar
I don't see what anyone can see, in anyone else
But you
Voto: 7/8
P.S. Adam Green ex Moldy Peaches, suonerà al Bronson il 2 Maggio. Slurp!
Ormai a noi non resta che la rassegnazione. Io ormai ci ho rinunciato. Perché proprio non riesco a capire perché un titolo come Before the Devil Knows You’re Dead debba diventare uno dei dieci comandamenti.
P.S. Questa è la settimana della cultura e oggi in gran parte dei cinema nazionali sarà possibile acquistare il biglietto d'ingresso al prezzo di 1 Euro. Sapevatelo!
Inutile negare che certe premesse mettono lo spettatore in una sorta di benevola predisposizione. Prendete ad esempio un film la cui colonna sonora è firmata per intero Lennon McCartney; un musical, magari. Metteteci come sfondo una New York lisergica e incazzata per la guerra in Vietnam, metteteci le droghe, metteteci degli attori giovanissimi che mentre guardano in camera sembrano volerti guardare nel profondo dell’anima. Come non andare al cinema ben disposti?
Le critiche più comuni nei confronti del film vengono da chi si aspettava una ricostruzione socio-politica della New York degli anni ’60. Se è vero che alcune questioni sono apparse forse eccessivamente superficiali, vedi la scena in cui Lucy abbandona il gruppo dei contestatori radicali (Ma non erano gli altri che lanciavano le bombe?) mentre sono intenti a preparare un ordigno (con una sveglia!), rimane il fatto che la vera forza del film sta nel sapere richiamare le atmosfere di quel periodo attraverso la musica dei Beatles che di fatto è la vera protagonista del film.
Voto: 7/8




In primo piano una mail che mi è arrivata da un caro amico:
"Ciao, a voi appassionati di cinema giro questo post dal blog secondavisione; è il blog di una trasmissione radiofonica di radio città del capo, davvero più che gradevole, a cui ho anche partecipato un paio di volte (in qualità di ospite).
Ovviamente si può concordare o meno, ma la loro maniera di presentare determinate questioni la trovo in ogni caso spassosa; a volte parecchio (cfr i punti 9, 19, 22 e 25)."
Carlo

Con gli Oscar, si sa, siamo quasi tutti un pò snob. In parte per pregiudizio Hollywoodiano, ma, almeno per quanto mi riguarda, maggiormente per insufficenza di valore. Un film che solitamente vince un Oscar, lo vince non perchè sia il più bello, ma perchè quel film risponde meglio ai canoni estetici dell'Academy. I Premi Oscar sono un pò come le convocazioni della nazionale, le ragioni di alcune scelte restano incomprensibili, o spiegabili solamentre attraverso ragioni che quasi nulla hanno a che fare con la qualità di un film (o di un giocatore). Quest'anno ha vinto Scorsese, e poco c'è da dire su un regista che rimarrà tra le principali voci dei nostri anni cinematografici e che resta, tra i miei preferiti. Nonostante questo, il premio che mi ha fatto più piacere (Morricone a parte) è però quello alla sceneggiatura originale dato a Little Miss Sunshine , un film che ho amato molto e di cui su queste pagine mettevo in risalto proprio la forza della sua scrittura. Se non lo avete ancora visto approfittate della (probabile) ricomparsa della pellicola nelle sale per andarlo a vedere. Tutti i vincitori li trovate qui.

Di questo film sono state dette tante cose: che è il terzo capitolo della trilogia sulla sofferenza umana, che è il film manifesto del cinema della globalizzazione, che è un film che se una farfalla si alza in volo a Tokyo crea un uragano a New York, che la premiata ditta Inarritu-Arriaga stia progressivamente facendo occhiolini sempre più smaliziati ad Hollywood.
Trovo poco interessanti le discussioni su quanto un artista sia o meno di nicchia o su quanto ruffiane siano le scelte di chiamare attori di fama come Brad Pitt o Cate Blanchett, (il primo effettivamente pessimo, ma non per pregiudizio hollywoodiano).
Preferisco rimanere sul film, alla necessità che motiva una narrazione e al modo che si sceglie di raccontarla.
L’idea centrale di Babel è che la sofferenza sia l’elemento cardine dell’unione e della solidarietà tra gli uomini. L’esperienza del dolore è anche il veicolo attraverso il quale è possibile oltrepassare i confini geografici ed i confini (limiti) interiori che sono alimentati dalla paura e dal pregiudizio.
La nazione o la lingua che si parla non sono elementi caraterizzanti non soltanto perché questa è la natura del mondo globalizzato ma anche e soprattutto perché l’oggetto della narrazione è principalmente (in maniera, certamente, ambiziosa) l’animo umano, nei suoi risvolti che si presuppongono universali.
Così avviene in Marocco dove si raccontano relazioni nuove e inaspettate tra due turisti americani in difficoltà a causa di una ferita riportata in seguito ad un colpo di fucile da una donna e gli abitanti del luogo, relazione cristallizzata in quello sguardo che unisce l’americano e il marocchino al momento della partenza.
Lo stesso vale per la vicenda della giovane giapponese sordo muta e di quella paterna stretta di mano finale, sottolineata dalla telecamera che parte dal dettaglio e arriva ad abbracciare l’intera città.
Notevoli i contrasti, tra l’asettico e ipertecnologico Giappone, la vitalità caotica (e forse un po’ scontata) del Messico e la staticità rurale del Marocco. Ma anche tra la brutalità e l’ottusità della burocrazia statale di poliziotti e politici e l’imprevedibilità della compassione umana.
Il montaggio ora frenetico e allucinogeno, ora lento e fatto di lunghe carrellate risulta sempre in armonia con la storia, vedi la bellissima sequenza ambientata in Giappone dove un gruppetto di adolescenti affronta un’esperienza lisergica.
Se in Amores Perros e
Il pluricitato Crash di Paul Haggis, vincitore di un Oscar l’anno scorso, insomma, sta una spanna sotto.
Voto: 8

Dopo l’eccellente Respiro del 2002, torna di nuovo sugli schermi Emanuele Crialese, classe 1965.
Il punto di partenza è di nuovo il Sud Italia, il Sud dei tempi scanditi dalle esigenze di lavori ancestrali e profondamente legati al luogo d’origine, la pesca nel primo caso, la pastorizia nel nuovo. Ancora un film corale, ancora una film dove i ruvidi dettagli di tipo neorealista (identici sono i primi minuti: rocce nude e frastagliate, piedi scalzi e personaggi che si muovono con difficoltà con in bocca un oggetto) si alternano a momenti onirici e surreali che trovano alimento nel flusso vitale delle ambizioni e dei sogni custoditi come un segreto. Se in Respiro l’unica via di uscita plausibile da un mondo chiuso e totalmente impermeabile alla realtà esterna (“Ma tu che lingua parli, vattìne”) è quella del sogno o della follia, in Nuovomondo sembra invece che un luogo reale, presente nelle mappe geografiche possa accogliere le richieste disperate di questi uomini e donne. Ma andando a vedere bene, l’America di Crialese, è anch’essa una proiezione fantastica, come l’isola di Grazia (interessante notare che in il titolo inglese di Respiro è Grazia’s Island), che è ben rappresentata da quel fiume di latte dove, finalmente liberi e senza più l’insostenibile fardello dell’esistenza, nuotano tutti i personaggi. Il Nuovomondo è tutto nei desideri di coloro che partono, un Eldorato che non si fa mai vedere.
In questa luce va forse letta anche la controversa figura dell’Inglese Lucia (Charlotte Gainsbourg, figlia del grande Serge Gainsbourg), elemento apparentemente fuori luogo in quella terza classe di emigranti Siciliani. E’ lei il primo segnale di una realtà finalmente diversa ed in grado di assestare un colpo alle sempiterne gerarchie sociali. Una figura fuori dal tempo, fascinosa e irraggiungibile, come il Nuovomondo appunto.
Bravissimi gli attori, tra cui spiccano Vincenzo Amato e i giovanissimi Francesco Casisa e Filippo Pucillo, tutte scoperte di Crialese e tutti e tre impegnati in entrambi i film.
Questa generazione di giovani registi nati tra il '65 e il '70 - Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Emanuele Crialese - lascia davvero ben sperare per una nuova primavera del cinema italiano. E guardando le classifiche dei box office, ne abbiamo urgentemente bisogno.
Voto: 8
Scène bijoux: quella in cui la camera dall'alto inquadra una massa indistinta di persone. Lentamente ci accorgiamo che la massa si divide in due, da una parte coloro che stanno partendo a bordo della nave e dall'altra coloro che rimangono.

Si dice: la vita come un film. Quando accadono cose imprevedibili, quando il succedersi degli eventi portano a conseguenze inattese, quando a ripensarci su, tutto sembra dotato di un senso, e di una qualche forma di bellezza.
In questa prospettiva Little Miss Sunshine è una costruzione letteraria quasi perfetta, con una fortissima capacità di coinvolgimento; un dispositivo narrativo dove tutto funziona e fila via come un treno. In più si ride, non di quelle risate in cui ci si sente più intelligenti o più sofisticati, ma si ride davvero, a bocca spalancata, per intenderci.
Nello shaker di Jonathan Dayton e Valerie Jean Faris ci sono personaggi fortemente contrastati che vengono agitati sapientemente per tutta la pellicola: c’è un adolescente che non parla e che odia tutti, c’è il nonno con il culo ancora pieno del ferro dei tedeschi che addolcisce le pene della vecchiaia con l’eroina, c’è uno zio gay appena scampato ad un suicidio che è considerato il più eminente studioso di Proust d’America, c’è il padre di famiglia, che ricorda vagamente il Tom Cruise di Magnolia, uno che fa lezioni su come diventare dei vincenti nella vita. E poi ci sono due collanti per il gruppo, la mamma, con una buona dose di buon senso femminile e la bambina che ha come idolo Miss California.
Si direbbe che il film sia fondamentalmente un film sulla famiglia, se questa definizione non facesse così tanto Walt Disney. Certamente su di una certa idea di famiglia, dove le persone sono valorizzate per quello che sono e non modellate secondo le frustrazioni/aspirazioni dei genitori. Un utopia cinematografica a cui per un paio d’ore non si fa fatica a credere.
Ma Little Miss Sunshine è anche un Road Movie che si muove tra le ambientazioni californiane tipiche del genere, e come tale il viaggio è anche l’occasione di un viaggio interiore, dove si cerca di capire a fondo quello che si è e dove i rapporti con gli altri vengono messi in discussione e ridefiniti attraverso, appunto, l’esperienza formativa del viaggio.
Simbolicamente questi due aspetti trovano una perfetta armonia in quel malconcio furgoncino giallo che porta a spasso la famiglia; va (per)seguito per farlo partire e andare avanti e va spinto da ogni singolo membro ma alla fine ognuno troverà il suo posto all’interno.
Voto: 7 1/2

Per andare a vedere questo film occorre prima resettare tutto ciò che è stato aggiunto dalla Teodora film per rendere più appetibile il film al pubblico italiano. Innanzitutto il titolo: Non è peccato, che sostituisce l'originale Quinceanera, (titolo spagnolo dato ad una pellicola di produzione americana), da cui avremmo potuto imparare il nome di una celebrazione latino americana che si festeggia per introdurre le ragazze nella società degli adulti al compimento appunto dei quindici anni. Poi gli slogan del manifesto e del trailer (che trovate linkato in fondo) che dovrebbero riassumere il sapore del film; mi limiterò a riscriverli senza commentarli: "Essere donna…", "Essere gay…", "Ballare…", "Lottare…", "Fare l'amore…"
Certo, i bianchi ci sono e si stupiscono del modo di vivere dei messicani ("Certo che tu vivi proprio in un mondo a parte") ma in definitiva è la commistione di un realtà eterogenea quella che è viene messa in risalto ("No, sei tu che vivi in un mondo a parte").
Voto: 7 +

Quella dei trailers cinematografici é una vera e propria tecnica a sé, che prescinde dal prodotto finale che é il film. Questi simpatici ragazzi ci mostrano come un trailer abbia il proprio linguaggio e come si possa far passare un film per qulasiasi cosa. Il risultanto é spassosissimo. Buon week-end a tutti!




Sin dai primi fotogrammi si ha l’impressione di assistere ad un’operazione insolita ed affascinante: il film è stato girato in soli diciassette giorni e tutte le riprese avvengono in mare aperto. I protagonisti, una ragazzina di quindici anni ed un vecchio di sessanta non proferiscono parola per tutto il film, le uniche battute le sussurrano uno all’orecchio dell’altro, proteggendosi dalla curiosità dello spettatore, pur nell’evoluzione, che avviene in uno spettro di emotività complesso. Chi parla sono personaggi secondari che, soprattutto all’inizio ci appaiono insignificanti, anche in confronto alla rigida ritualità con il quale è scandita la vita nella barca.
Con estrema abilità compositiva, Kim Ki Duk ci mostra un piccolo eden dell’oceano: un vecchio saggio che guida una bambina innocente verso il senso più puro della vita, attraverso gesti semplici e fortissimi, uno sguardo, la fermezza di una freccia, la musica al calare del giorno, il dolce altalenare sulla cresta dell’acqua. Poi con i pescatori che regolarmente arrivano nella barca, che all’inizio appaiono come l’oggetto estraneo all’equilibrio del mondo costruito dal vecchio, ci si rende conto di quello che realmente accade. Un uomo tiene segregata una bambina dall’età di sei anni e attenderà l’imminente compimento dei suoi sedici anni per sposarla. Per fare questo spranga con decisione qualsiasi finestra che potrebbe aprirsi sul mondo. Per un po’ il gioco funziona; non quando l’orologio biologico della ragazza accelera di ardore adolescenziale per un ragazzo venuto sulla barca per pescare. Il destino della ragazza ha iniziato a virare il suo corso.
Entrambi i personaggi si nutrono di questa musica e quando il ragazzo dona alla fanciulla un walkman, il vecchio lo distrugge immediatamente.

Purtroppo mi ritrovo ancora a dover scrivere con un po’ di imbarazzo dell’opera ultima di uno dei miei registi preferiti. Questa volta è il turno di Jim Jarmusch, americano attivo dai primi anni ’80 e regista di culto nel circuito indipendente.
Il suo ultimo film, premiato a Cannes con il Gran premio della giuria, si sviluppa intorno al tema dell’inchiesta e del viaggio che, come spesso accade nei suoi fim è il pretesto per mostrare i personaggi alle prese con le situazioni più disparate. Il ruolo del protagonista itinerante è qui affidato a Bill Murray, che dopo l’ottimo Lost in Traslation (di Sophia Coppola, 2003), sembra affezionato a questo ruolo dell’ ex (ex attore, ex Don Giovanni), annoiato ed impassibile a tutto ciò che la vita ha in serbo per lui. Le cose gli succedono per una volontà a lui estranea ed egli accoglie tutto con una maschera cinica e beffarda, senza mai scomporsi e sempre sul punto di mollare ogni cosa. La cosa funziona e infatti le parti più divertenti nascono proprio da questo contrasto.
Il risultato complessivo rimane però freddo ed anonimo; quel tocco alla Jarmusch che rendeva esplosivi anche i personaggi più ordinari, intrecciando situazioni surreali a battute illuminanti, sembra in questo film contratto da una forse troppo prolungata assenza dalla realtà. Per dirla brutalmente questo film mi è sembrato uno Stranger than Paradise imborghesito. Non solo perché alle Cadillac che partivano a spinta vengono sostituite Wolskwagen e Porche, ma perché tutti i personaggi di contorno sembrano non avere nessuna aderenza con la realtà senza per questo tanto meno elevarsi a simboli.
Per fare un esempio, nel finale il protagonista Don Johnston, tornatosene ormai a casa dopo il suo viaggio fallimentare, ossessionato dalla ricerca del suo ipotetico figlio, invita un RoadTripper a mangiare un boccone con lui. Il ragazzo di 22, 23 anni, che si scopre studiare filosofia, che cosa chiede allo sconosciuto che lo ha invitato a pranzo?. “Hai qualche consiglio di carattere filosofico da darmi?” Ora, chiunque abbia mai incontrato uno studente di filosofia nella sua vita si rende conto che una battuta del genere può essere frutto soltanto di uno sceneggiatore alienato di Los Angeles, non certo di quello studente.
Purtroppo mi rendo conto che tanto grande è l’amore per una persona e tanto grande sarà poi l’irritazione se questa persona ci delude.

Ci sono spazi che per loro natura sono considerati comunemente pubblici: a questa categoria appartengono, le strade, i parchi, le stazioni e tanti di quei luoghi che appartengo alla socialità. Non tutti hanno piena coscienza però che questi luoghi di tutti sono il campo di battaglia dove quotidianamente avviene l’aggressione visiva della pubblicità e che le persone non possono far altro che subirne passivamente gli imperativi che in essa sono contenuti.
Oscar Brahim è un artista argentino che svolgendo ogni giorno la professione di tassista e dovendo subire ogni giorno la violenza dei mega manifesti che campeggiano lungo le strade di Buenos Aires decide di instaurare un rapporto dialettico con i messaggi della pubblicità, modificandone le immagini, dipingendoci sopra o facendo dei collage con figure ritagliate da altri manifesti.
Il documentario di Serio Morkin racconta la sua esperienza artistica e umana, senza commenti e senza essere mai invasivo, mostrandoci la vita di una persona normale che non ha pose d’artista nè la presunzione di volerci insegnare qualcosa, ma che ha semplicemente la forza di dire la propria in una realtà urbana dove le ragioni dei grandi marchi hanno il sopravvento sul campo visivo delle persone.
[Il film fa parte del programma di Iberamericana ’05 – III Mostra di Cinema Iberoamericano di Bologna presso la cineteca comunale]


Affrontare un tema così delicato come la tratta delle prostitute senza essere retorici non è facile. Lo svedese Luka Modysson, regista già apprezzato per film come Fuckin Amal (1998) e Together (2000), ci riesce.
La storia racconta la tragedia di Lija, sedicenne russa, che viene abbandonata dalla madre, dalla sua migliore amica, dalla zia, dal suo presunto ragazzo e dalla vita.
Nell’ineluttabilità con cui si susseguono gli avvenimenti sembra di sentire la mano del Lars Von Trier di Breaking the Waves (Le Onde del destino, 1996) e Dancer in the Dark (2000), quello più melodrammatico e spietato, quello che molti trovano indigeribile.
La vita che appare ogni giorno più cruda e insensata è vissuta da Lija con gli occhi di una ragazzina dal sorriso che scioglierebbe un iceberg. Il contrasto tra la sua voglia di spensieratezza e il grigiore dell’estrema periferia russa con le creature che la popolano, abbruttite dalla mancanza di qualsiasi fonte di stimoli vitali, è insuperabile.
Un momento del film sottolinea il fatto di come Lija e Britney Spears siano nati nello stesso giorno ma in anni differenti e quello che si rivela come l’ingiustizia più beffarda del fato non è quell’anno che le differenzia ma il contesto, con la carica di sogni che esso si porta con sé. Gli Stati Uniti o la Svezia, fa lo stesso, l’importante è andarsene da quel posto che si autoalimenta con le energie degli esseri umani che lo popolano.
Ma anche quando una possibilità di lavoro, che avrebbe fatto sorridere chiunque - raccogliere frutta in inverno in Svezia - si presenta a Lija che cerca soltanto un qualcosa a cui aggrapparsi, la porta lontano dall’odiata Russia, ecco che Modysson la mette davanti ad un paesaggio urbano ed umano esattamente identico a quello che aveva appena lasciato. Come a dire che la miseria, l’odio e la disperazione non hanno confini politici ma umani.
Ho trovato bellissime anche alcune trovate visive con cui vengono affrontate certi temi del film. Una di queste sono i close up, strettissimi e dal basso con cui vengono girate le scene di Lija sottomessa ai suoi sfruttatori. Oppure quelle scene techno, dove Lija e i suoi amici strafatti di colla ridono e si divertono come gli adolescenti di tutto il mondo.
Diametralmente opposta nel ritmo è invece una delle prime scene del film, dove una corsa disperata verso la madre in partenza per gli Stati Uniti, diventa un rallenty da incubo che finisce in un fango purtrido e indelebile da cui Lija non riuscirà più ad alzarsi.
Von Trier ci mostra con sdegno tutte le regole aberranti che vigono a Menderlay, raccolte nel temutissimo volume della Legge di Mam , dove tutto è pianificato dalla bianca autorità della famiglia Robinsson e dove gli schiavi sono divisi in categorie come negro orgoglioso, o negro burlone. Ma quando la nostra compassione, che attraverso Grace si riempie di senso di colpa storico, è al massimo ecco che scopriamo che il libro della vergogna è stato scritto dal negro più anziano e che la scelta di prolungare anacronisticamente il lavoro da schiavi è stata fatta consapevolmente. A questo punto la volontà di insegnare con la forza le regole della democrazia ci appare priva di senso ed il pensiero corre ai nostri giorni.
Timothy, supposto orgoglioso discendente di una regale famiglia africana - i Mansi - ricorda, dopo aver subito sotto forma di violente frustate tutta l’ira di Grace, che in fondo gli abbiamo creati noi, e dopo poco, sulle note di Young American di David Bowie, una carrellata di istantanee di tutti i figli malati che l’America ha partorito.
Mi fermo qui. Credo fortemente che per poter prendere in considerazione più approfonditamente Manderlay, bisognerà attendere l’uscita del successivo capitolo della triologia, Wasington (credo che l'abbia scritto proprio così)., previsto per il 2007.
A quel punto certe cifre stilistiche che ora appaiono ripetitive si mostreranno per quello che realmente sono ed i personaggi che sembrano un po’ spaesati tra le scenografie spoglie ci appariranno nella loro completezza. Almeno spero.