"La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono."
(leggi la prima la seconda, la terza parte.)
M
i chiama nuovamente la Sig.ra Carboni dalla stanza 422. E’ agitata. Appena alzo il ricevitore inizia a farfugliarmi frasi che non capisco. E’ in preda ad un attacco di panico. Le dico: Stia calma, Sig.ra Carboni, mi spieghi che cosa è successo. Ma lei riattacca. Continuo a non capire. Fino a un attimo fa mi sembrava così tranquilla. Il telefono squilla ancora. Un unico squillo. Poi di nuovo il silenzio. Deve essere ancora lei. Provo a richiamarla, uno due tre volte. Alla fine alza il ricevitore. Mi dice: C’è qualcuno alla 424. Istintivamente le dico che non è possibile, ma immediatamente mi rendo conto del mio tragico errore. C’è qualcuno alla 424. Mi ripete urlando. Sta accadendo qualcosa di brutto. Sento delle grida. Mi dice sempre più agitata. Le sente? Eh? Le sente? Le rispondo invitandola a stare calma. Le dico che sarei salito su a controllare. Perché intanto non accende il televisore? Le faccio.
Chiamo l’ascensore, ma sono troppo ansioso per aspettare. Salgo le scale due gradini alla volta; mi viene in mente Sandri, il direttore. Si era raccomandato di fare attenzione con lei. Ci aveva detto di cercare di assecondarla il più possibile, perché se fosse successo qualcosa ci saremmo finiti di mezzo noi. Ma che cosa sarebbe potuto accadere? Voglio dire, sì ho venduto per errore la stanza vicino a quella della Sig.ra Carboni, e allora? E allora? E allora? E allora?
Quello che si presenta davanti ai miei occhi è una scena che non dimenticherò tanto facilmente. La Sig.ra Carboni è seduta al centro della stanza vuota: aveva smontato e fatto sparire tutte le forniture. Non c’è traccia del letto, né della scrivania. Sono state smontate tutte le lampade, tranne una; tutte le sedie sono sparite. Lei è imperturbabile, non c’è la minima traccia di senso di colpa nel suo volto. Anzi mi sembra che mi guardi con severità, quasi a volermi dimostrare che quella è la logica conseguenza per la mia scelleratezza. Che cosa ti aspettavi? sembrano dirmi i suoi occhi. Già, che cosa mi aspettavo. A fatica riesco a guardarla e con un filo di voce le chiedo: Sig.ra Carboni, dove è finito il letto? Devo averla delusa ancora una volta. Sbotta leggermente, come se quest’ulteriore dose di spiegazioni fosse del tutto superflua. Si alza dalla sedia con decisione e con passo marziale esce dalla porta; senza dire una parola, mi invita a seguirla. Volta appena l’angolo e si inchioda davanti alla stanza successiva. La 424. Davanti alla porta ci sono tutti i pezzi che ha tolto dalla camera, accatastati con precisione geometrica. Li aveva murati vivi.
Siamo seduti in uno dei tavolini rotondi davanti al bancone del bar, la sig.ra Carboni ed io. Fuori il buio sta ormai perdendo d’intensità e la Sig.ra Rosanna ha già iniziato a infornare le brioche e a riempire la sala delle colazioni di piccole confezioni di marmellata e di burro. Ogni tanto quando passa davanti a noi, mi guarda e con la mano aperta fa quel gesto, come se volesse tagliare a fettine qualcosa nell’aria e che significa: mannaggia a te. Beviamo una tisana, nelle nostre intenzioni ci avrebbe aiutato a rilassarci e far volare via meglio questi ultimi scampoli di notte.
Lei è innamorato. Mi fa. Lo si vede dal suo modo di guardare in faccia le persone.
Io? Bè, no...sì...non saprei. Le rispondo molto sorpreso e imbarazzato.
Non deve giustificarsi, sa. Non c’è nulla di male. Anch’io sono stata innamorata. L’amore della mia vita. Mi dice con una certa rassegnazione, prima di fare una lunga e lenta sorsata da quella tazza bolletnte che sembra essere la sorgente delle sue parole inaspettate.
Sono molto confuso, non riesco a dire una parola, mi sembra addirittura che il suono della mia voce appartenga a qualcun altro. Mi limito a bere anch’io dalla mia tazza, ma l’infuso scotta ancora troppo.
Non deve pensarci. Da quanto tempo è che non si guarda allo specchio? Mi chiede. Istintivamente mi porto le mani ai capelli; cerco di pettinarmi. E' un gesto scioccho, me ne pento subito. Pensare troppo fa male, si prendono strade incontrollabili, ci si perde. Mi dice. Anch’io sono stata innamorata di un uomo; un uomo dolce che quando mi chiamava uccellino significava che voleva che andassi a beccare nella sua mano. Pensare fa male. Ripete. Ci sono molte strade. Mi dice. Ci sono molte strade che ci si distendono davanti agli occhi, senza il bisogno di andarle a cercare. Mi guarda perplesso Ariel? Non ci crede? Noi camminiamo sereni; in tasca la nostra piccola porzione di felicità. Dritti, imperturbabili. Immersi fino al collo dentro quello che facciamo tutti i giorni. Fino al momento in cui si incontra un bivio. Devi andare a destra o a sinistra. Non c’è nessuna ragione per cui una direzione appaia meglio dell’altra. Destra o sinistra: assolutamente equivalenti. Se giri a destra può accadere che tu ti penta subito e magari sarebbe stato meglio girare a sinistra. Allora ti fermi, ti volti: provi a tornare sui tuoi passi; soltanto che nel frattempo lì è tutto bloccato; provi a cambiare nuovamente strada e allora ecco. Mi dice colpendosi il palmo della mano con il pugno.
E allora ecco che di nuovo non sai più dove devi andare. Va a finire che rimani fermo. Inchiodato. Dopo tanti giri, dopo tanti ripensamenti. Dopo che eri convinto, vero Ariel? che quella sarebbe stata proprio la strada giusta. E' quello che succede. Pensare fa male.
Mi dice con crescente convinzione. E va a finire che rimani bloccato. Lei è rimasto bloccato, vero Ariel? Lei non sa più dove deve andare e allora pensa all’amore, non è vero?
Guardi, mi fa incurvando leggermente le due estremità della bocca come una zia che, andando contro la volontà dei genitori, rivela al bambino tutta la verità su Babbo Natale, guardi che l’amore non esiste mica.
Improvvisamente mi sento molto a disagio. Finisco la mia tisana in un’unica sorsata. Lei invece sembra rilassata ormai. E’ tutt’altra persona, rispetto a quella che sono andato a soccorrere al quarto piano. La faccenda del letto, una cosa dimenticata.
Nel frattempo primi clienti sono cominciati a scendere. L’aria si riempie di quella particolare eccitazione mattutina: uno strano mix fatto di sonno, zuccheri nel sangue e fotosintesi clorofilliana. Mi guardo intorno. Dico alla Sig.ra Carboni che devo sbrigare delle cose prima che arrivino le mie colleghe. Lei annuisce. Ha ancora sul volto quel sorriso di prima. Aspetterà che si liberi la stanza accanto alla sua prima di salire di nuovo. Almeno per il momento la cosa non sembra preoccuparla. Si gusta la sua tisana
e continua a fissarmi, è come se dopo ogni sorso il suo sguardo guadagnasse d’intensità.
Mi allontano da lei. Sento il riscaldamento dell’hotel concentrarsi sui miei abiti. D’un tratto mi sembra caldissimo. Strofino le mani lungo parte anteriore dei pantaloni. Vado verso il computer, sono le sei e trenta. Ancora mezz’ora e Alicia Keys insieme alla mia collega Federica, senza troppe formalità, accompagneranno Stuart Braithwaite fuori dalla porta. Mi siedo alla scrivania, muovo leggermente il mouse: dal nero dello schermo riappare la mail che stavo scrivendo a Noemi. La rileggo tutto d’un fiato, ignorando il telefono in almeno due occasioni. Gioco con la freccia del cursore sullo schermo. La muovo a destra e a sinistra. La infilo nelle narici di una ragazza sorridente di un banner pubblicitario. Faccio un respiro: Save. Ne faccio un altro: Send. Il cursore compie velocissimi cerchi concentrici, limitandosi a sorvolare sopra i bottoni della pagina; torno indietro: Forward, rimpicciolisco la finestra, la riallargo di nuovo. Save, Send, Forward, Save, Send Forward. Alla fine il mouse si ferma, punta il bottone, ci clicco sopra: Delete.
(leggi la prima la seconda, la terza parte.)
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(Visita le altre stanze del Lounge Hotel: 354, 604, 332. Se ti sei trovato bene torna con la/il tuo/a ragazzo/a, con i tuoi genitori o con i tuoi amici. Parlane in mezzo ai discorsi dove non c'entra nulla, segnalalo nei forum con interventi off topic.
L'inverno è ormai alle porte, abbiamo bisogno di scaldarci.)

La coppia che mi si presenta davanti al bancone è qui in incognito. E’ facile capirlo. Hanno entrambi un’aria smaccatamente colpevole, ma allo stesso tempo cercano in ogni modo di sembrare disinvolti. Mi ricordano di quando avevo circa quindici anni, quella volta quando sono dovuto entrare in farmacia per cercare di comprare dei preservativi, perché tu sei l’uomo e quindi spetta a te. Mi pare ovvio. La situazione era tutt’altro che semplice perché oltre al fatto che nel posto dove vivevo c’era una sola farmacia, c’era anche il problema che lì ci lavorava la mia professoressa di biologia. Anzi a dir la verità la farmacia era proprio la sua e lei divideva la sua vita tra la scuola e la distribuzione di medicinali a tutto il paese. Per me si trattava decisamente di un brutto affare. Sarei stato in imbarazzo in ogni dannatissima farmacia d’Italia, ma se avessi incontrato la mia professoressa le cose avrebbero assunto dei connotati addirittura drammatici. Ma io ero l’uomo e – Dio salvi il mondo della comunicazione visiva – quello che cercavo era esposto in uno scaffale in cui campeggiavano delle belle immagini di coppie felici. Presi un po’ di cose a caso, dei chewingum, un colluttorio, nella confusione presi anche una scatola di lassativi, ma quello che più importava era che ero riuscito a dimostrare la mia virilità e acquistare un pacco da sei preservativi.
Stimolanti. Che all’epoca non avevo idea di che cosa significasse ma evidentemente mi sembrarono di buon auspicio. Quello che rende questo genere di situazioni così imbarazzanti è l’evidenza generale di quello che si sta per fare. Lo sai tu, ma lo sanno anche tutti gli altri. E’ ovvio per me che se ti chiami Stefano, sei nato a Bologna il 13/7/63, e sei residente in via di Borgo di San Pietro e la tua compagna Camilla è nata a Bologna l’8/11/79 ed è residente in via dei Mille, siete venuti qui in incognito, perché nelle vostre rispettive case probabilmente c’è qualcuno che non sarebbe tanto contento del vostro incontro. Semplice. Nel caso nutrissi qualche dubbio, poi, ci sono le vostre facce. Facce colpevoli, facce di chi pensa in ogni momento, Oddio se mi riconosce qualcuno?
In ogni caso è sempre meglio essere prudenti, o un po’ sadici, a seconda dei punti di vista:
Letti separati o matrimoniale?
Matrimoniale, matrimoniale. Grazie.
424. Buona notte.
Ora, già di per se questa situazione deve avergli fatto scendere un po’ d’entusiasmo, poi, ogni volta che utilizzo l’espressione matrimoniale solitamente cala un piccolo ma percettibilissimo gelo. E’ matematico: prendete due adulteri utilizzate parole come coppia, fidanzati, matrimonio, convivenza ecc. e poi godetevi lo spettacolo delle loro facce. Mentre si guardano, i loro occhi sembrano dire Ma come? La nostra non doveva essere una meravigliosa avventura, libera da tutte le convenzioni, al di là di queste sciocche categorie sociali e poi ci ritroviamo in una camera matrimoniale?
Non è colpa mia, mi dispiace. Mi dispiace.
Sì lo so. Sto straparlando, me ne rendo conto. Ma è così che mi sento, esattamente in questo modo. All’inizio eravamo come due cani in un parco. Distanti, ognuno dietro le proprie cose. Non voglio dire che sei un cane. No di certo. Voglio dire che nonostante ognuno di noi facesse la propria vita, eravamo entrambi al corrente della presenza dell’altro. Se non ti piace il cane, va bene un altro animale. Uno qualsiasi. Gli animali si accorgono subito della presenza di un altro simile nei paraggi. Si bloccano all’improvviso, fiutano l’aria intorno. Poi continuano nell’indifferenza a fare quello che stavano facendo, ma condizionati, a quel punto, da quella presenza. Così era per me quando arrivavi qui in hotel, insieme alle tue colleghe, con il capitano che mi guardava circospetto, come un padre di famiglia che vorrebbe proteggere le proprie figlie, ma che sa che una volta scattato l’orologio, non c’è più niente da fare. Così è. Non c’è più niente da fare. Poi siamo saliti in alto, abbiamo superato diversi ostacoli e ci siamo buttati, come in un grande scivolo, di cui non si vede la fine. Stiamo scivolando, stiamo prendendo velocità. Come in uno scivolo di metallo ci siamo buttati senza vedere dove ci avrebbe portato.
Tranquillizzo la sig.ra Carboni; le dico che in cucina, posso metterci la mano sul fuoco, nessuno sta cucinando. Tra non molto, mi duole dirglielo, questo sarebbe accaduto, ma nel frattempo, lei avrebbe disposto di tutto il tempo necessario per riaddormentarsi e dimenticarsi una volta per tutte di quella faccenda. Cerco di essere molto risoluto mentre le parlo, così da non darle il tempo di organizzare mentalmente una risposta, e darle altra corda con la quale avrebbe continuato a tormentarmi. La saluto e con grande rapidità attacco il telefono, rimanendo alcuni istanti a fissarlo timoroso, quasi temendo che nonostante avessi riagganciato, lei potesse ancora riuscire a parlarmi.
A parte alcune piccole stranezze, la sig. Carboni è una persona assolutamente amabile. Durante tutta la sua permanenza in hotel ci ha chiesto di avere soltanto alcuni piccoli riguardi. Niente di particolarmente complicato. Ad esempio alle cameriere è proibito del tutto entrare nella sua stanza per rassettarla, cambiare le lenzuola e roba del genere. Pensa lei personalmente alla pulizia della sua stanza. Utilizza esclusivamente asciugamani che si porta da casa sua, così come la carta igienica: le cameriere non devono sostituire il rotolo. Porta lei da casa anche quello. Non credo ci sia niente di particolarmente sconveniente nei nostri rotoli. Nessun cliente si è mai lamentato. Ma lei preferisce portarseli da casa sua. Le cameriere lo sanno e girano alla larga dalla stanza 422, quarto piano, quinta porta a destra vista retro. Poi ci chiede sempre, con la massima delicatezza e il massimo garbo, di evitare di assegnare le camere vicino alla sua, in compenso, ci informa di qualsiasi variazione sensoriale avviene da quelle parti. Come la faccenda delle brioche. Oppure state pur certi che da quando c’è la sig.ra Carboni in hotel nessun televisore corre il rischio di rimanere acceso senza qualcuno che la stia guardando. Non so come fa. Ma ci indovina sempre. Telefona e dice: Buona Sera, mi scusi se la disturbo, ma forse nella camera 306 al piano inferiore c’è un televisore acceso su Rai2. C’è qualcuno in quella stanza? Chiede, ma sapendo benissimo che in quella stanza non c’è l’ombra di un cliente. Sarebbe così gentile da andarla a spegnere, a parte la questione ambientale mi dice ma a me dà molto fastidio. Si sente proprio alta. Grazie, sa. Mi dice. Non so come fa, ma ci indovina sempre. Deve avere una specie di ipersensibilità, o dei super poteri. Per me è una noia mortale. Devo salire ai piani, origliare un po’ dietro alla porta, infilare la chiave magnetica e poi...E poi a quel punto ho sempre un attimo di esitazione. Non mi fido mai di quella lucina verde che sta fuori dalla porta e che dovrebbe significare che la stanza è libera. Mi sono immaginato un milione di volte di aprire la porta, accendere la luce e trovarmi davanti, chenesoio, una scena splatter. Un uomo nudo con una maschera in volto che brandisce con cupidigia la testa mozzata della sua vittima-amante. Quando sono davanti a quella porta, non vorrei mai veramente entrare. Le cose stanno così: è notte fonda, nella strada davanti passano pochissime auto. C’è silenzio. Ascoltate. C’è silenzio, ma è un silenzio apparente. Ai piani non ci sono quelle maledette macchine che parlottano tra loro. C’è questa specie di sospensione. Ma se ci si ferma un attimo, se si smette di far rumore, si sente qualcosa. Qualcuno che russa, forse più di uno, tra loro c’è anche qualche donna. Qualcuno parla o soltanto un film. Si sente qualche gemito e qualche pianto, un bimbo che si è svegliato. Una serata che è andata storta.
Nella testa della sig.ra Carboni devono avvenire le scene più incredibili. Ogni minimo rumore che percepisce è la porta di un universo. Immaginerà volti, situazioni, persone che vivono nel loro monotono mondo silenzioso. Un mondo che non fa per lei.
Entro. La luce è già accesa, così come la tv, sintonizzata su Rai2. Secondo me ha dei super poteri.
Proviamo a fare un gioco. Come quando eravamo bambini e non ci conoscevamo ancora. Raccontami un segreto. Raccontami qualcosa che non hai detto mai a nessuno. Un segreto che ci unirà, di cui io sarò custode, che starà sempre lì a vegliare sulla nostra lealtà.
Questo è il mio:
Avevo quattordici anni, frequentavo la terza media. La mia classe era un disastro, c’erano persone di tutti i tipi. Alcuni di loro hanno fatto una pessima fine, più di uno ha avuto in seguito problemi seri. Tutto sommato io me la cavavo: con la situazione che c’era, non era molto difficile riuscire a dare di sé un’immagine rispettabile. Tuttavia c’era questo mio amico. Con lui ne ho combinate diverse: me la spassavo veramente; soltanto a ripensarci mi si riempie il cuore; credo di non aver mai riso così tanto di quanto ridevo con lui. Eravamo una coppia, abbiamo passato non so quanto tempo insieme. Si chiamava Tommaso, il padre quell’anno gli aveva regalato una vespa rossa. Dovevi vederla quella vespa. Era nuova di zecca, sembrava essere uscita da un sogno.
Da quel momento avevamo iniziato a essere in tre, Tommaso, la sua vespa rossa fiammante, ed io.
Le cose cambiarono un po’, in un primo momento in maniera impercettibile, poi man mano la situazione per me divenne insopportabile. Il mio migliore amico aveva iniziato a snobbarmi. Ero diventato un peso per lui. La sua popolarità cresceva a dismisura e aveva iniziato a circondarsi di amici che avevano un mezzo di locomozione a due ruote, tra cui alcuni di quelli da cui prima ci tenevamo alla larga; iniziai a odiarlo, ma soprattutto iniziai a odiare quella dannata vespa rossa. Così un giorno senza pensarci due volte gli rubai le chiavi dallo zaino. Al suono della campanella affrettai il passo più velocemente che potevo. Sapevo dov’era parcheggiata. Salii in sella e misi in moto. Una volta per strada iniziai a gironzolare, non sapevo che fare, non avevo un piano. Guidai per una mezz’ora e alla fine raggiunsi il porticciolo turistico: mi fermai davanti al mare. Ero furioso e non pensai neanche per un momento che stavo per fare una grossa stronzata: scesi dalla vespa e l’accompagnai vicino al ciglio del molo. Feci attenzione che non ci fossero persone sotto e la spinsi giù. Fece un bel tonfo ma ci volle un po’ prima che affondasse del tutto. Non mi sono mai veramente pentito di quel gesto. Lui non mi ha più parlato e in pratica quasi tutti in classe fecero lo stesso. Fortunatamente eravamo ormai alla fine dell’anno e da lì a poco non ci sarebbe stato più nessun Tommaso.
(...to be continued)
(leggi la prima la terza e la quarta parte)
Young Team dei Mogwai è il cd che ho messo su per cercare di azzittire le parole che vagano libere in questa stanza, ogni momento più vasta e scivolosa. C’è sincerità in quella musica; ad ascoltarlo ora provo una specie di nostalgia. Nel 1997 non era certo una questione di moda. Non so neanche se avevano già inventato l’etichetta Post Rock, per definire il genere. Probabilmente no e in ogni caso a quell’epoca non gliene poteva importare di meno a nessuno. Il punto di tutta la questione è l’emotività. Comunicare uno stato d’animo impossibile da tenere in petto. Niente parole, se non in rarissimi casi, uno spartito piuttosto rigido, semplificabile con la contrapposizione Piano/Forte, ripetitività ai limiti del parossismo. Dentro questa rigida gabbia tutti gli strumenti godono di una libertà sconfinata. Certo le chitarre, pulite, distorte, effettate senza limiti, sono le principesse dell’architettura melodica dei pezzi. Ma anche la batteria, spesso relegata ai margini di mera base per quei virtuosismi vocali tipicamente italiani, può essere considerata una co-protagonista d’importanza assoluta. Anzi lo è di certo. Sta di fatto che il giorno che ho scoperto i Mogwai ho capito una cosa. La musica mi fa stare male come un cane.
Con la musica però tengo lontana la paura. Il silenzio si riempie, gli oggetti intorno si illuminano di luce nuova. I miei passi non risuonano più a vuoto: battono il tempo ora. Attraverso il capillare sistema di filodiffusione ogni ambiente è raggiunto dal suono. Il mio incedere ritmico, diventa parte di esso; l’hotel, tutte le persone che dormono, le macchine che respirano e i miei demoni diventano un tutt’uno con il suono che si diffonde: un’unica entità, un’unica voce.
Deve essersene accorta anche la Sig.ra Carboni, dall’alto della sua stanza al quarto piano. La 422. Mi telefona e mi chiede gentilmente di abbassare la musica. Nessun problema. Le faccio. La consideri una cosa fatta. Un orecchio allenato non avrebbe avuto nessuna difficoltà a sentire in quel cosa fatta un’efficace sintesi dei più incisivi improperi della lingua italiana, espressi con perfetta cadenza e assenza di inflessioni dialettali rigorosamente in ordine alfabetico. Le auguro una buona notte. Ho paura che questa telefonata avrà delle conseguenze. Non è stata una grande idea quella di alzare lo stereo a quel volume. Magari c’era il caso che si fosse già addormentata. E ora la pagherò cara, ne sono sicuro. Con la Sig.ra Carboni non c’è da scherzare. Ha i suoi problemi. Come tutti, del resto. Ma questa notte preferirei che rimanessero relegati al quarto piano, non so se mi spiego. Niente promiscuità. Non ho voglia di mischiarmi troppo. Mi sto godendo la mia malinconia, sto accarezzando delicatamente le mie vertigini, le parole non dette, il mare infinito dei rimpianti. Niente di conciliabile con la sig.ra Carboni.
Sig.ra Carboni, Buona sera, mi dica…
Senta, ma giù in cucina state cucinando qualcosa?
No…Non credo, anzi direi proprio di no. Non c’è nessuno a quest’ora. Soltanto io, come sempre.
Perché nella mia stanza si sente un forte odore di brioche, sapete, quelle che servite a colazione.
Sig.ra Carboni, mi sembra molto strano, in cucina, le ripeto non c’è nessuno. In ogni caso vado a controllare. Per sicurezza. Poi la richiamo, va bene? Intanto provi a rimettersi a dormire. Le faccio, pentendomene, però subito.
Va bene, va bene. La ringrazio. Mi scusi, sa. Ma con questo odore non ce la faccio proprio.
Nessun problema. Vado subito in cucina.
A tra poco.
La cucina è il regno della Sig.ra Rosanna. Sarda, 60 anni, nota in diversi hotel del mondo per i suoi modi diretti e sbrigativi, per alcuni un po’ rudi, ma certamente efficaci. Una volta mi ha raccontato di quando lavorava negli emirati arabi. Ovviamente non parlava la lingua del luogo, ma il problema sembra sia stato bypassato insegnando il sardo a tutto il personale. Non ho dubitato un secondo sulla veridicità di questa storia. Ce la vedo proprio, la sig.ra Rosanna, imprecare nel dialetto della provincia di Nuoro a tutti i suoi sottoposti, mentre nella sua fedele radiolina portatile ascoltava Michael Bolton. Un uomo con i coglioni e i contro coglioni. Come più volte ha tenuto a precisare. A volte ci si chiede che facce abbiano i fan di Michael Bolton. La risposta è in quell’espressione di sfida che molto spesso assume il viso della sig.ra Rosanna, come a dire Cazzo guardi? ma sempre disposta a lasciarsi andare in deliziose divagazioni sulla sua vita lavorativa passata. Che Cazzo guardi? Sembra dirti la sua faccia, con i capelli che non tentano di nascondere i segni della maturità, e un sorriso di una che ti ha già capito. A me mi chiama il filosofo. Dice: Ehi, è arrivato il filosofo. Quello che veramente vuole lasciare intendere è che nutre fondati dubbi circa le mie inclinazioni sessuali. A te ti piacciono le cose strane. Dice. E’ arrivato il filosofo! Che a seconda della volte può anche significare: Beato te che non fai un cazzo. Io alla tua età avevo già tre figli, un marito che si sbronzava tutte le sere e poi tentava di prendermi chiamandomi con il nome del suo pastore tedesco. Questo vuole dire la sig.ra Rosanna quando mi chiama il filosofo. In hotel molti le danno retta. Riesce a farli ridere, riesce a trasformare l’hotel, dove tutti passano buona parte della giornata in un posto allegro. Se la sig.ra Rosanna nutre sospetti sulla mia sessualità, significa che ha ottime ragioni per farlo. Punto. Ci sono persone che hanno questo carisma qui. Sapete, quelli che a scuola un giorno, senza pensarci troppo ti danno un sopranome. E quel sopranome magari ti rimane addosso per tutti gli anni a venire. Io tuttora ci sono delle persone di cui non so il vero nome. Conosco Metallo, Lo storto, Landa, Flash Gordon, Mammina, Il tubo, Lo snegro, Occhi di ghiaccio, e poi Chiappona, Silvan, Geppetto, Zap e Tombino. Poi c’è il filosofo, che può significare cose diverse a seconda del tono con cui viene pronunciato. Non posso farci nulla, meglio lasciarli nutrire qualche dubbio, piuttosto che arrabbiarmi e iniziare apertamente con lei una guerra persa in partenza. Ormai sono rassegnato.
Apro la porta. Accendo la luce. I quattro frigoriferi si zittiscono subito. Mi hanno sentito arrivare. Li guardo con aria di rimprovero. Penso: prima o poi vi beccherò. Ovviamente non c’è nessuno che sta cucinando dei croissant. Sono ormai le cinque. Non c’è nessun odore. E’ tutto a posto, niente di niente. E ora come glielo dico? Dovrei inventarmi qualcosa. Forse potrei rassicurarla. Il cliente ha sempre ragione, del resto, no?
Ho tante parole che mi scorrono dentro. Alle volte riesco a riordinarle con facilità, a dare loro un significato compiuto. Costruire storie, cercare degli inizi, scandagliare degli svolgimenti per arrivare al punto in cui siamo ora. E’ un procedimento retroattivo. Il presente è caos. Un insieme di eventi scollegati l’uno dall’altro. Con te vorrei costruire milioni di storie. Vorrei essere in uno spazio aperto, vastissimo; una casa o un giardino. Una spiaggia oppure un’isola. Davanti i ricordi, i desideri, le fantasie che si materializzano. Noi due, che come bambini giochiamo a metterli insieme, come in un immenso collage. Capisco poco, anzi non capisco quasi nulla. Di te mi piacciono tante cose. Vorrei saperle tutte. Non vorrei saperne nessuna. C’è il tuo sguardo; il mondo che diventa altro attraverso il filtro dei tuoi occhi. Mi piacciono i tuoi occhi. Mi piace come trasformi le cose. Mi piace spiarti. Quando ero alla stazione di Genova, l’ho fatto. Mi sono messo in una posizione un po’ defilata. Volevo vedere con che faccia saresti arrivata. Se ti fossi ritoccata un po’ il trucco prima di scendere, o se avessi portato tutte le cose in mano. Quella sensazione lì non è così semplice da trovare. E’ un fiocco di neve.
Non è la prima volta che sento gli Alice in Chains quando sono con te. Quando è stata l’ultima? Forse in quel bar lungo la strada per Ravenna? Le chitarre suonate così sembrano un po’ demodé, è vero. Di nuovo il telefono, è un numero sconosciuto. Sei tu? No. E’ Alessia, la mia amica di Siena. Ora sento che vuole: spero non mi scolleghi da te. Dice che mi ha sognato, che cucinavo qualcosa per lei. Poi mi ha girato una mail che le ha scritto una nostra amica francese che ora vive a Londra. L’ho letta. E’ così piena di errori che quasi non si capisce nulla. Tra di loro c’è un rapporto strano. In quella mail lei ha letto cose che secondo me non ci sono. Ora c’è un pezzo stile Portishead, ma non sono i Portishead. Perché non mi chiami? Hai ricevuto il mio messaggio?
In quel viaggio in treno, quando ti dicevo che mi angoscia il fatto che potrei sparire per sempre dalla tua vita. E’ difficile spiegare una cosa come questa. Vorrei entrarti dentro. Vorrei avere un posto tutto mio lì. Vorrei abbracciarti e vorrei stringerti, ma soprattutto vorrei entrarti dentro. Una volta entrato non vorrei uscire più. E’ difficile capire una cosa come questa. Quando avrò sessantaquattro anni, avrai ancora bisogno di me? Fondersi e diventare altro, sono una cosa da cui non si torna indietro. Se ti liberi da tutti i pregiudizi, da tutti i film, da tutte le lettere orrende che hai letto, vedrai che il significato di queste parole saranno chiare. Ancora Alessia che mi chiama. Lei è fatta così, si ubriaca poi mi telefona e mi dice che mi vuole bene. Anch’io gliene voglio, ma in maniera diversa. Mi dice che ora sta bene, mi chiede perché non la chiamo mai. Mi dice: che fine hai fatto? Le dico: è un periodo strano. Ho passato un giorno speciale a Genova. E’ venuta Noemi e aveva un fazzoletto in testa. Lei non capisce. Continua a dirmi cose senza senso. Continua a farmi domande. Io le ripeto: è venuta Noemi; era mattina presto, aveva un fazzoletto in testa. Io quella notte lì non ho dormito.
Nel discorso parallelo che stiamo facendo le storie sono infinite, come le possibilità di estrarre suoni dagli esseri apparentemente inanimati.
(...to be contunued...)
(leggi la prima la terza e la quarta parte.)

Alle volte proprio non riesco a farmene una ragione: ma come diavolo sono finito in questo posto?
Perché non esiste una moviola in campo che sta lì pronta a registrare ogni azione della nostra vita per coglierne i momenti cruciali, cosicché noi, a fine serata, stanchi, ma ancora lucidi, con una birra ghiacciata in mano, possiamo rivedere tutti i momenti chiave, commentarli e decidere, se mai, di correggere il tiro? Perché non esiste il tasto “undo”? Perché non c’è la possibilità di stendere una brutta copia, per poi poter trascrivere in bella soltanto le parti che ci piacciono? Perché, se qualcosa va male, non c’è la possibilità di avere una vita di cortesia? Perché non una garanzia? Perché non possiamo rendere il vuoto, avere il diritto di recesso entro quindici giorni dalla data della nostra assunta consapevolezza? Questo sì farebbe veramente la differenza ma credo bisognerà farsene una ragione. Pace.
Oggi è una di quelle giornate. Una di quelle che pesa il doppio. La differenza sta in testa. L’albergo di notte è come una grande cassa di risonanza dove i pensieri trovano un’assordante amplificazione. Non è la stessa cosa che in un ufficio qualsiasi. Ci credete? Provate a pensare a qualcosa che vi tormenta, poi continuate a fare quello che state facendo lì dove lavorate. Sono le undici, fuori c’è il sole, avete appena bevuto il secondo caffè della giornata alla macchinetta dell’ufficio. Lì avete incontrato l’account dell’azienda. E’ carina, non eccessivamente per carità, ma sempre meglio del vostro capo, quello che non c’è mai ma che quando c’è crede di avere capito esattamente dove sta il vostro problema. Ci scambiate due chiacchiere. Lei vi dice che è annoiata, che da quando sta con il suo attuale fidanzato nella sua vita manca qualcosa, ma non saprebbe dirvi cosa. Voi annuite e assumete l’espressione di chi ha capito. Lo so. Dite. Ti capisco. Poi lei fa un sorriso e voi contraccambiate. Una volta tornati davanti al computer avete ancora il suo viso in mente. E’ carina, non eccessivamente per carità, ma sempre meglio di questo stupido codice html da cui non riuscite a tirare fuori niente di buono. Il pensiero triste c’è ancora, non voglio dire che, ma si è diluito. Lo avete confuso, si è come smarrito. Per me è diverso. Sono le quattro meno un quarto. I clienti sono praticamente già tutti in camera. Tutt’intorno un silenzio nero, asfissiante. Avrei voglia di parlare con Simone; gli vorrei raccontare di come mi sento, ma è troppo tardi e lui starà sicuramente dormendo. Non posso chiamarlo. Allora vado alla macchinetta del caffè. Potrei trovarla ad occhi chiusi. Sento il rumore degli ingranaggi. Di notte tutti i macchinari del Lounge Hotel sembrano vivere. Forse a mia insaputa parlano tra di loro. Magari mi stanno prendendo in giro. Dicono: Guarda quello, che invece di dormire, sta qui a vagare come un sonnambulo. Allora io prima mi pianto immobile sui piedi, poi tendo bene le orecchie e alla fine mi giro di scatto. Ma non c’è niente da fare. Loro non si fanno mai beccare. A quel punto prendo il pacchetto di sigarette. Esco fuori. Guardo il cielo senza stelle e il cartellone della pubblicità che sta sulla strada là in fondo. Da qualche notte c’è una ragazza svestita che mi guarda con degli occhi provocanti. Accendo una sigaretta e faccio una boccata profonda. Mi dico: ma che cazzo.
Penso a Noemi. Non dovrei pensarci lo so, lo so. Potete starne certi che non dovrei. Ma non riesco a farne a meno. Il virus è entrato dentro di me, fluisce nel mio sangue, si propaga lento. E’ ormai del tutto confuso, le cose si mescolano ed io non riesco più a venirne a capo. Ho una voglia disperata di parlare con lei, di sapere cosa fa, dov’è, se io esisto in qualche modo nella sua vita. C’è un discorso parallelo che stiamo portando avanti. Lo so e anche lei ne è consapevole. Un discorso che si sta sviluppando con dei tempi che non esistono più, lenti e imprevedibili, fatto d’improvvise accelerazioni e ritorni all’immobilità. Come un folle rivo di montagna, quando incontra un lago prima di scendere nuovamente a valle.
Nel discorso parallelo che stiamo facendo ci sono queste mail. Un tempo sarebbero state lettere, lettere di carta e inchiostro; il francobollo non sarebbe stato il primo che il tabaccaio mi avrebbe dato, no. Lo avrei scelto con cura, ti avrebbe portato un po’ di me. Un cliente con una voce radiofonica e squillante mi chiede la 302. Joe Strummer canta la sua versione di Redemption Song. Ho sempre pensato che le cover rendano evidente la grandezza di una canzone.
I tempi sarebbero stati molto più lunghi, l’attesa avrebbe tirato l’eccitazione come una corda di violino. Tra una lettera e l’altra ti avrei pensato. Avrei avuto paura che forse non mi avresti mai più scritto. Forse non avrei resistito e avrei trovato il modo per chiamarti per chiederti come stai. Quando penso a queste cose, penso a come sia difficile definire che cosa sia una storia d’amore, a come nel corso del tempo questa stessa espressione abbia significato cose diverse. Quando il militare durava due anni ad esempio. Lo stato mandava la sua lettera, le relazioni andavano in stand by. Lui partiva per un posto dove probabilmente non era mai stato prima. Lei restava a casa. L’ultimo sguardo prima di lasciarsi. Una piccola fotografia nel portafoglio diventava l’unico collegamento con quello stato che entrambi chiamavano amore e che da quel momento sarebbe stato vissuto soltanto nella mente e nelle fantasie dei due amanti. Le storie a distanza, i matrimoni combinati, le storie incestuose, le relazioni proibite. Quante cose diverse chiamiamo con lo stesso nome? Ad un certo punto della mia vita non ho più usato espressioni come la mia ragazza o la mia fidanzata. Ho provato a eliminare tutti i significati cinematografici che sono stati appiccicati alla parola amante e ho cercato di farla mia. Amante, colui che ama; amanti due che si amano, fotografati nel momento di amare. Nient’altro. L’atto, il verbo, com’era all’inizio dei tempi. Squilla il telefono è un ragazzo di venticinque anni che si chiama Di Stefano. Cerca di darsi sempre un tono. Si mostra molto indaffarato, va sempre di corsa. Ha quella fastidiosa cortesia di chi è abituato a vendere. Leggi anche: compiacimento. Questa volta mi chiede se i suoi fax sono stati spediti. Gli dico che sì, certo, i suoi fax sono stati spediti. Ha la carnagione scura. Visto il tipo, non mi stupirei se si facesse le lampade. Mi chiede di conservagli una Gazzetta domani mattina; probabilmente vorrà leggere tutte le parole che si sprecheranno sulla sconfitta della sua squadra in coppa. Quasi dimenticavo, a te non interessa il calcio, vero?
Suona la porta. Sono orami le 4:20. E’ triste ammetterlo ma credo che ormai non ti farai più sentire. Anche se provo a non pensare alle ragioni, ci penso ugualmente. In questo lungo flusso di coscienza che ti sto scrivendo in diretta, ho tutto da perdere, forse me ne pentirò e alla fine non ti spedirò più niente. Sei a teatro questa sera. C’è Abbado; e anche la tua amica. Come si chiama? Da quando ti conosco gli aeroporti hanno un fascino nuovo. Ogni tanto vado a fare un giro in quello di Bologna. Mi piacerebbe incontrarti. L’ho fatto anche ieri. Ero in fila al bar, una fila che è durata troppo. Mi sarebbe piaciuto incontrarti, in maniera fortuita, però. Poi tu e la tua amica di cui non mi ricordo il nome, - Claudia? - sarete uscite, sarete andate a bere qualcosa. A quel punto forse a me non hai più pensato. Sembra che le cose funzionino così. Dimmi la verità, eh? Non mi hai più pensato a quel punto? Ancora la porta. Vado a vedere chi è. Entra un ragazzo. Avrà ventisei anni, è americano, lo riconosco dall’accento sbracato, mi chiede dov’è l’Ostello S. Sisto. Lo guardo negli occhi: è affaticato o sta leggermente di fuori. Gli dico: It’s pretty far. You’re kind of out your way. Servirebbe un taxi. Mi dice che non ha molti soldi. Chiamo il taxi. Viene un ragazzo che conosco. Si chiama Marco, ma i colleghi lo chiamano Bonzo. E’ innamorato di una delle hostess che viene da me e per questo abbiamo una rapporto particolare: spera sempre che io possa intercedere favorevolmente per la sua causa. Gli chiedo se può portare l’americano fino all’Ostello per 10E. Fa una faccia un po’ scocciata, ma poi mi dice che va bene. Il ragazzo non mi sorride né mi dice grazie. Sale sul taxi e si lascia portare via. Visto che sono fuori, mi fumo una sigaretta.
Tutto sommato non è una brutta serata.
(to be continued...)