"La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono."

(Leggi la prima, seconda, terza e quarta parte)
Mentre sono in macchina, guido come se mi aspettassi di trovare qualche risposta lungo la strada. Cerco lo sguardo delle persone e provo ad interpretare il movimento delle fronde degli alberi, ma ben presto capisco che quella strada non mi avrebbe portato da nessuna parte. L’idea di incontrare Noemi dopo quello che è successo non mi andava giù. Certo, la mia responsabilità sulla vicenda Jurge può anche essere discussa ma in ogni caso è per situazioni del genere che ci sono dei responsabili, delle persone che percepiscono stipendi ben più consistenti del mio, proprio per risolvere questioni come questa; perciò per quanto mi risulta questo viaggio a Modena è totalmente ingiustificato.
Una volta in città riesco a trovare non senza difficoltà la casa dove lei avrebbe dovuto abitare. Passo in rassegna con lo sguardo tutti i nomi presenti sul campanello e ne suono timidamente uno. Aspetto qualche minuto e suono ancora, questa volta con più decisione. Non avendo ricevuto nessuna risposta mi siedo sui gradini dell’atrio della palazzina e con un’inspiegabile tranquillità mi accendo una sigaretta. Non c’è molto da fare a questo punto, tanto vale fumarsi in santa pace una sigaretta. In realtà non so ancora cosa dire a Noemi. Prima di questo, chiamiamolo incidente, i nostri rapporti si erano limitati all’essenziale. Io le facevo le chiavi per la stanza e lei in cambio mi regalava un sorriso, un sorriso a cui non ho mai veramente creduto. Sono un po’ prevenuto verso questo genere di cose, lo so bene, ma non posso evitarlo. Quando hostess, stuart e personale in divisa in genere mi sorride, non posso non immaginarmeli durante il corso di formazione quando diligentemente annotano sui loro appunti di sorridere ai clienti. A pensarci bene è un po’ quello che sono costretto a fare anch’io. Arrivederci Signore buon viaggio oppure Bene arrivato signore, ha fatto buon viaggio? Perché le persone hanno questo innato desiderio di farsi prendere per il culo dai commercianti. Come sono questi pomodori Luigi? Signò questi so li mejo pomodori che ce stanne. Ovvio, no. Stupido io che continuo a chiedertelo.
Mentre penso a queste sciocchezze, vedo in lontananza avvicinarsi Noemi. Faccio l’ultimo tiro e mi affretto a spegnere la sigaretta; cerco di scrollarmi la polvere di dosso e con un mezzo sorriso mi dirigo verso di lei.
Dai suoi occhi si capisce che è molto sorpresa di vedermi lì, ma tutto sommato mi sembra di leggerle in volto un’espressione diversa. Forse sono gli abiti civili che le vedo per la prima volta addosso, o forse sono quelle buste della spesa (ebbene sì anche le hostess fanno la spesa) ma Noemi, per la prima volta mi appare per quello che è realmente: una ragazza della mia età.
Decido allora di abbandonare le formalità e mi avvicino a lei dicendole semplicemente ciao. Lei mi saluta con cortesia, e, vi sembrerà esagerato, ma a me in quel momento è sembrata persino contenta di vedermi. Le dico che volevo parlarle e così mi fa entrare in casa sua. Un appartamento modesto, ma con tutte le cose al posto giusto. Accogliente, credo sia la parola che si usa in questi casi. Così cerco di raccontarle tutta la situazione con sincerità, mentre parlo, mi rendo conto che quella ragazza, che tutto sommato posso dire di avere appena conosciuto, mi stava ascoltando sul serio e che le cose lì funzionavano in maniera diversa rispetto a quando siamo imbolsiti entrambi dalle nostre divise. Troviamo persino il tempo di farci quattro risate. Lei mi racconta la sua versione della storia di quella mattina e mi confessa che la parte più divertente per tutte loro sono stato proprio io che cercavo di limitare i danni. Ma come sei finito in quel posto?
Noemi mi dice un sacco di cose sulla sua vita, che abita in quella casa da sola, che si è ritrovata a fare suo malgrado il lavoro che fa e che sogna un giorno di andare a vivere in Argentina. Tra una cosa e l’altra beviamo dell’ottimo tè che porta dai suoi viaggi in giro per il mondo. Tutto va per il meglio: le cose semplicemente funzionano, e la faccenda dei tedeschi sembra ormai appartenere al passato.
In quel clima mi sento di raccontarle senza imbarazzo anche del vecchio e lei sembra prendere la storia molto sul serio. Mentre parlo, mi guarda negli occhi e ogni tanto annuisce con la testa; se qualcosa non è chiaro, mi chiede di spiegare meglio e ogni tanto si lascia sfuggire delle esclamazioni di meraviglia. Secondo lei la questione dei pomodorini si spiega con il fatto che dormendo in maniera così irregolare posso incorrere in qualche problema del ciclo sonno/veglia. E così inizia a pronunciare parole come, narcolessia, sonnambulismo e bruxismo. Con molto tatto cerca di farmi capire che insomma, tutta quella storia me la sono sognata o qualcosa del genere, e mi consiglia di ricorrere a certi rimedi assolutamente naturali che mi avrebbero aiutato. Quando mi rendo conto di essere diventato il paziente della situazione inizio a sentirmi un po’ a disagio. Capisco le sue buone intenzioni: so che non cerca di darsi delle arie o di infastidirmi, ma a me non va di sentirmi dire che ho le visioni. Guardando l’orologio le dico che ci avrei pensato e che nel frattempo sarei stato ben lieto di provare quella boccetta che intanto lei mi stava regalando. Prima di andarmene mi scuso ancora una volta dell’accaduto e mentre lei mi accompagna alla porta, ci guardiamo con un po’ d’imbarazzo. Faccio un passo avanti e l’abbraccio e mentre la sto abbracciando l’occhio mi cade su di una pila di riviste nel piccolo tavolo in mezzo al salottino. In quella in cima c’è una fotografia che in realtà è la locandina di un film in uscita in questi giorni, dove sono ritratti gli attori principali del film. Alcune facce non mi dicono niente, ma ce n’è una che mi toglie il fiato. E’ quella del vecchio. Rimango bloccato. Poi alla fine mi decido e varco quella soglia.
Una volta in strada mi rendo conto che si è fatto tardissimo. Tra meno di un’ora sarei dovuto essere ancora in quel dannato hotel. Sono piuttosto su di giri e col sopraggiungere della notte ritrovo la macchina soltanto dopo aver girato a vuoto per un bel pezzo. Le possibilità di arrivare in orario sono, a questo punto, scarsissime, per non dire inesistenti, ma dopo tutto, visto come sono andate le cose, sento di essermi meritato un po’ di elasticità per questa notte. Mentre guido ancora una volta, una fitta serie d’immagini mi scorre in mente, ripenso a Jurge, ripenso al viso di Noemi che fuori dal lavoro mi sembra proprio una persona a posto, ma soprattutto ripenso al vecchio: l’origine di tutti i miei guai altro non è che un attore. Noemi crede che io soffra di qualche disturbo dovuto alla mancanza di regolarità nel sonno. La cosa mi sembra plausibile ma nonostante questo non sono del tutto convinto. Mi sento confuso, turbato; sento che c’è una parte di me su cui non ho il controllo.
Nello specchietto retrovisore vedo la faccia minacciosa del dott. Sandri, diceva che avrebbe aspettato le buone notizie seduto alla sua scrivania. Bè, le sue buone notizie stanno viaggiando sull’asfalto a centoquaranta chilometri all’ora lungo l’A1. Gliele avrei portate di persona. Entrerò per l’ennesima volta ormai in quell’hotel, con passo deciso ma senza fretta nonostante l’orario; saluterò la ragazza in turno al bancone del ricevimento. Lei mi guarderà con disappunto, lo so già, ma io le sorriderò comunque. Poi attraverserò la piccola stanza che precede la direzione e mi sfilerò la giacca. La depositerò con cura sull’appendiabiti e soltanto a quel punto mi sporgerò nel suo ufficio. Aspetterò un momento. Un momento appena, ma della lunghezza giusta e poi gli dirò: tutto a posto.

La mattina seguente mi sveglio ancora piuttosto frastornato. Qualcuno potrebbe obiettare l’uso del termine mattina, considerando che mi sono alzato dal letto non prima delle quattro del pomeriggio (e con gran fatica, per giunta). Ma la mattina di cui parlo indica quel lasso di tempo che intercorre tra il risveglio e il primo pasto della giornata. Indipendentemente da quando accade. Quando mi sveglio per me è mattina, se c’è il sole è un’ottima mattina, mentre se piove, sarà una mattinata un po’ più triste. Sapete bene di che cosa parlo, la gente non fa che usare espressioni del genere: quante volte anche voi avete detto non ho una lira, nonostante le lire non siano più in circolazione da anni ormai. Quelle lire significano denaro, soldi. Una di quelle parole che potrebbero durare nel tempo, perdendo l’immediato riferimento all’oggetto cui si riferiscono. Come quando si sente in giro dire quello è uno stacanovista o si parla di pomo della discordia. Nessuno pensa più al povero Paride o al poverissimo Stachanov. Così quando sarò vecchio e pedante e sentirò i miei nipotini che mi diranno:
Nonno, nonno ci allunghi qualche spiccio che non abbiamo una lira. Io compiaciuto gli risponderò, che vorrei ben vedere e mi farò una bella risata. Vorrei ben vedere.
Mentre tolgo la caffettiera dal fuoco e lascio scivolare con cura il caffè nella tazza mi ritornano in mente alcune immagini della nottata appena trascorsa. Non vorrei farmi rovinare anche questo momento della giornata. Anche se è pomeriggio, ci tengo al mio caffè, alla mia colazione. Purtroppo però non è così facile lavare via la sensazione che ti lascia addosso l’essere chiamato ladro. Ve lo immaginate? Essere licenziato per l’Amico Ortolano? Quello che non mi torna è che è stato quel dannato vecchio a dirmi di scaricare quei cartoni dal suo furgone. Ho bloccato le porte disattivando il sensore, sono uscito fuori senza giacca, ho caricato due cartoni di pomodorini e sono tornato in hotel con passo accelerato perché i cartoni pesavano eccome. E così via, due cartoni alla volta finché non ho formato una poderosa pila nell’ufficio dietro la reception.
Poi il vecchio è andato a dormire, ha preso la chiave della stanza 354, che in realtà non è una chiave, ma una tessera magnetica con un microchip tipo carta di credito, e ha chiamato l’ascensore.
Ricordo con esattezza che da quei cartoni cadde una lattina. Il pacco doveva essere aperto e una lattina è caduta per terra, rotolando per qualche metro, andando a ficcarsi sotto qualche armadio. Ma ora che ci penso, non la raccolsi subito, perché ero fisicamente impossibilitato a farlo. E poi? Forse quella lattina è ancora lì per terra. Qui la memoria si fa confusa. Non riesco a ricordarmi se alla fine l’ho raccolta oppure no.
Vorrei, vi giuro, godermi in santa pace queste poche ore che mi separano dal prossimo turno di lavoro, ma questo è quel genere di cose che ti fottono irrimediabilmente. Come se mentre stai preparando la vasca per un bagno caldo, qualcuno butta dentro l’acqua della vernice colorata. Una goccia, magari, ma capace di cambiare il colore a tutta la vasca. A quel punto è tutto da rifare. Bisogna liberare lo scarico e lasciare che tutta l’acqua fuoriesca e poi riempirla di nuovo. Io vorrei tornare a dormire e risvegliarmi tra qualche giorno: vorrei poter andare in cucina prepararmi un caffè e controllare attentamente il programma dei cinema in città. E invece continuo a sforzarmi di capire perché nella stanza 354 stamattina quel vecchio non c’era.
Verso le cinque del pomeriggio mi arriva, puntuale e prevedibile dopo nottate movimentate come quella appena trascorsa, la telefonata del Dott. Sandri, direttore dell’albergo, simpatizzante della Lega Nord nonché fan sfegatato di Gianni Morandi. Ricordo una conversazione che ho avuto con lui tempo fa:
Perché vedi, voi dovete trasmettere positività, gioia di vivere; dovete far vedere al cliente che essere qui è come essere a casa propria. Voi dovete trasmettere entusiasmo, come Morandi. Hai presente Morandi, no? (Segue piccola interpretazione di un medley di grandi successi di Gianni Morandi, tipo C’era un ragazzo et simila.)
Sì, come no. Tatatatata tatatatata…
Sì, bravo, quella lì. Morandi alla sua età…ma lo vedi com’è in forma? Sempre con il sorriso, sempre di corsa, dinamico, proiettato verso il futuro..
Dinamico. Ripeto per far capire che seguo.
Bravo, mi hai capito. Non dimenticartene. E si allontanò, con un improbabile coreografia sulle note di Si può dare di più.
Ma purtroppo il tono della telefonata di oggi è di tutt’altro genere.
Sei sveglio?
Sì sono sveglio.
Ti disturbo?
No, non mi disturba affatto. E intanto sento le mie chiappe aprirsi leggermente.
Insomma, come stai? Tutto bene?
Bene, bene. Va tutto a gonfie vele. Queste sono il genere di espressioni che lui ama. Anch’io ho le mie armi dialettiche per cercare di rabbonirlo. Ma comunque sento che ci stiamo avvicinando lentamente, ma inesorabilmente al target.
Così ti voglio. Senti…
Lo inizio a sentire, inequivocabilmente.
…volevo chiederti. Stamattina ho trovato un po’ di casino giù di sotto; in magazzino. C’erano dei cartoni aperti. Ho addirittura trovato un paio di lattine di..tonno, pomodori, non mi ricordo che roba era, nelle scale. Ne sai niente? Perché poi, sai ho chiesto a Federica che mi ha detto…
Lurida troia imbellettata ti auguro di marcire all’inferno tra mille tormenti.
…mi ha detto che c’è stato un po’ di trambusto ieri notte. Che c’erano questi svizzeri ubriachi, che hanno vomitato nell’hub…
L’hub, credo sia la hall, cioè la hall, più la breakfast room, che in realtà sono un’unica stanza; la hall, diventa hub solo dopo la mise en place, cioè quando c’è gente. Almeno credo, io questo linguaggio qui, non lo capisco proprio.
E le hostess, hanno detto...che non hanno potuto fare colazioni e che vogliono cambiare hotel, insomma erano incazzate nere…vorrei che mi spiegassi cosa è successo.
Le cose non sono quelle che sembrano. L’apparente buon senso è soltanto parte dell’ancestrale rituale lubrificatorio, non so se mi spiego. Uno stupro brutale, ai giorni nostri non sarebbe più accettabile; oggi si tende a farti credere che anche tu lo vuoi e che, tutto sommato, ti piace pure.
Comunque alla fine cerco di prendere un po’ di tempo e gli dico che sarei andato in hotel nel pomeriggio e che avrei cercato di raccontargli com’erano andate le cose.
Fermata la macchina nel parcheggio dell’hotel, il primo impulso è di rimettere la retromarcia e ripercorre esattamente la stessa strada nel verso contrario. Il movimento che s’intravede dalle grandi vetrate della hall al piano terra è molto più consistente e nervoso rispetto a quello che sono abituato a trovarmi al momento del mio arrivo in hotel intorno alle undici di sera. Le persone sembrano più energiche, più operose e mediamente più spacca palle, come api. Durante il mio turno invece ogni movimento è più rallentato, i clienti sono più stanchi, più pazienti, spesso più alticci. Più rincoglioniti insomma, come studenti universitari dopo i primi sei mesi in città. Tuttavia, mi faccio coraggio ed entro.
L’ingresso in hotel è accompagnato da una serie di sguardi/non sguardi che mi si appoggiano addosso. Più o meno tutti quelli che in quel momento stanno lavorando reagiscono con quell’eccesso di scioltezza che rende la situazione ben più pesante di quello che sarebbe comunque stata. Mi sento quasi importante.
Una volta entrato nell’ufficio del Dott. Sandri (la cui piccola galleria d’arte personale consisteva nei quadri di, da destra verso sinistra: Gianni Morandi con dedica, Padre Pio, paesaggio non bene localizzato stile Windows, hotel in località esotica, famiglia padre-madre-due figli, simpaticamente photoshoppata, Gianni Morandi senza dedica.) mi rendo conto che quello che effettivamente risulta piuttosto difficoltoso da spiegare sono quei dieci cartoni di pomodorini stipati tra i trolley. Senza l’elemento vecchio napoletano, e considerata l’inequivocabile coincidenza della marca delle suddette scatole con quelle che abitualmente vengono comprate dall’hotel, il sospetto, a questo punto decisamente diffuso, che io nel cuore della notte abbia deciso di alleggerire il magazzino di dieci cartoni, sembra poter rientrare perlomeno nel computo delle possibilità. A questo credo si possano aggiungere, con un bassissimo margine di errore, tutte le supposizioni presentate come fatti incontrovertibili con cui la carissima Federica deve aver verosimilmente raccontato la cosa. Pensandoci bene il verbo raccontare risulta inappropriato allo scopo di descrivere quella tecnica, tipica degli ambienti lavorativi, che mira piuttosto a danneggiare irrimediabilmente la struttura ossea del collega, che senza danni apparenti finirà semplicemente con l’implodere. Si tratta più di una semina, di un lavoro sviluppato quotidianamente con pazienza ma costanza. Uno come me è semplicemente il bersaglio perfetto: basso profilo motivazionale, poca sistematicità, isolato dall’habitat lavorativo (e dalle fondamentali pause alla macchinetta del caffè) e, visti gli orari dei suoi turni, praticamente impossibilitato a stringere alleanze. Se normalmente questa situazione non mi peserebbe affatto facendomi al contrario sentire quasi al di sopra delle banali questioni terrene, in situazioni come queste rimpiango fortemente di aver scritto, nella mia lettera di presentazione allegata al curriculum vitae, che avrei preferito lavorare la notte cosicché avrei avuto il tempo per portare a compimento i miei studi.
Per quanto riguarda le hostess possiamo considerare la faccenda quasi chiusa. Attacca il Dott. Sandri.
Abbiamo parlato con il loro responsabile assicurandogli che situazioni del genere non sarebbero più accadute. Ma tu, a titolo personale, dovresti, anzi devi andare da Naomi, la responsabile del gruppo di ieri sera e chiederle scusa. Mi hai capito? Mi dice ponendo un’eccessiva enfasi su quella o finale, stiracchiandola come se questo potesse in qualche modo aiutarmi a comprendere meglio.
Devi essere convincente, non con quel tuo solito modo di fare. Convincente. Du Iu Anderstand?
Sì, ho capito. Non c’è problema. La prossima volta che viene la signorina Noemi mi scuserò sinceramente con lei.
A questo punto il Dott. Sandri con finta pazienza intreccia le dita delle mani tra di loro e con il labbro inferiore un po’ imbronciato, guardandomi dal basso verso l’alto mi dice:
No. Non ci siamo. Tu non hai ancora capito che hai fatto i n c a z z a r e la responsabile per la città di tutti gli assistenti di volo della compagnia. Lo sai che cosa significa? Significa che se loro decidono di cambiare hotel e di andare da un’altra parte qui restiamo tutti…con il culo per terra, hai afferrato?
Sì, ma..ma…è sicuro che sia una buona idea, dove abita la signorina? Gli rispondo cercando malamente di nascondere la totale impreparazione con cui mi sorprende la richiesta.
Allora è deciso. Puoi partire subito, riuscirai a tornare qui per le undici. Mi troverai ad aspettarti. Ah, certo. Modena. Non è molto distante. Via ora, che ho un mucchio di cose da fare. Se questa faccenda va bene, poi troveremo di sicuro una soluzione anche per il…resto. Ci vediamo.
Il modo in cui ha detto resto non lascia molto spazio alle interpretazioni e ancora una volta nel giro di poche ore c’è qualcuno che prende decisioni al posto mio. Qualcuno che mi costringe a fare qualcosa di cui non ho la minima voglia e per delle ragioni che complessivamente continuano a sfuggirmi.

Sono ormai quasi le sette e alle sette cambia tutto. Le porte della notte si chiudono ed inizia ufficialmente il regno della luce, quello popolato dalle persone che si alzano la mattina presto per andare a lavoro, quello della colazione tra le sette e le sette e trenta, il pranzo tra mezzogiorno e mezzo e le tredici e la cena alle venti. Un regno che non gradisce losche trattative, tedeschi ubriachi e vomito in sala colazioni. Il mio compito è di richiudere tutti gli armadi della notte, prima di quest’ora, girare la chiave nella serratura e far trovare alle persone il mondo ordinato così come lo hanno lasciato prima di andare a dormire.
Tra pochi minuti sarebbe sceso il signore dei pomodorini in scatola. Decido di velocizzare un po’ la cosa e approfittando di un momento di relativa calma, inizio a caricare il suo bagaglio in macchina. Ci metto quasi dieci minuti, quelle dannate scatole pesano eccome. Nel frattempo arrivano le mie colleghe, ancora visibilmente assonate. Mi chiedono che cosa stessi facendo e così gli racconto tutta la storia sin dall’inizio. Tanto dovevo aspettare il vecchio. Non so dirvi bene perché, ma man mano che il racconto prendeva forma dalle mie parole mi sentivo sempre più a disagio. Le ragazze in un primo momento divertite iniziarono a guardarmi con severità.
E ora cosa pensi di fare con le hostess? Ma come ti è venuto in mente di metterti a bere con quelli?
A quel punto, non avendo la minima energia per una conversazione del genere, decido di sollecitare il mio amico e gli telefono in camera. Caso mai non si fosse svegliato. Non ho le forze per reggere il predicone aziendalista. Lo so anch’io che questa notte le cose sono andate un po’ diversamente rispetto al protocollo. Ma sai, a volte è proprio in questo modo che si ottengono i risultati migliori. Jack Bouer non sarebbe Jack Bouer se si fosse sempre attenuto alle regole. Ed io non volevo finire rinchiuso in uno sgabuzzino.
Non volevo finire rinchiuso dentro in uno sgabuzzino. Gli dico. Ma dalla loro faccia capisco che ho fatto un altro buco nell’acqua.
Continuo a telefonare, sono ormai le 7:30, ma dalla camera 354 nessuna risposta. Decido si salire fino al terzo piano. Della reception se ne occupano le ragazze ora, il mio turno è finito. Posso permettermi di interagire privatamente con i clienti.
Una volta davanti alla porta della camera, sto per bussare, ma mi trattengo. Preferisco origliare dalla porta prima, nel caso sentissi qualche rumore rivelatore. Che ne so? Un phon, una conversazione telefonica. Realizzo immediatamente che la situazione non è però delle migliori: a quell’ora c’è un gran via vai nei corridoi e devo sin da subito giustificare con lo sguardo alcuni clienti che mi hanno sorpreso intento ad origliare.
Busso. Ma dalla stanza ancora nessun segnale. Busso ancora e ancora niente. Provo a chiamarlo allora. Ma realizzo con frustrazione che non so che nome chiamare.
Torno al piano terra senza prendere l’ascensore. Questa storia sta andando un po’ troppo per le lunghe e la nottata appena trascorsa inizia a pesarmi. Arrivo in reception piuttosto agitato. Chiedo alle ragazze di controllarmi il nome di chi occupa la 354.
Nessuno.
Cosa?
La 354 non è occupata da nessuno. E’ Libera.
Ma che dici?
Senti mi hai chiesto chi occupa la 354, no? Ti ho risposto. In quella stanza non è stato registrato nessuno e tu faresti bene a smetterla di bere la notte.
Mi precipito al computer nell’ufficio dietro al banco del ricevimento. Cerco la 354: è libera. Provo due, tre volte, ma il risultato è sempre lo stesso.
Come si chiamava? Penso con tutto il corpo.
La stanza potrebbe essere sbagliata certo. Ma è stato l’unico arrivo che ho avuto nella notte. Che arrivo poi. Ricordo tutto nei minimi dettagli. Mi ha chiesto una stanza lontano dall’ascensore. Ed io l’ho accontentato. Stanza 354, terzo piano, non fumatori, lontano dagli ascensori…vicino all’uscita di sicurezza. Com’è possibile che non sia in camera ora? E se fosse già andato via? Magari mentre cercavo di risistemare le cose in cucina, il vecchio se l’è filata. E tutta quella roba che ho caricato in macchina?
Un pensiero appiccicoso mi scuote. Corro in macchina. Guardo nel portabagagli. Ho la macchina piena di pomodori in scatola: pomodori Amico Ortolano (è un nome del cazzo, lo so). Ma c’è qualcosa che non va. Vedo Federica che viene verso di me. Penseranno che sia impazzito con questa storia della 354.
E così è questo, quello che fai la notte.
Non capisco. La guardo perplesso.
Ti sei messo a rubare i nostri pomodori in scatola?
Ma che dici?
Non mi vorrai raccontare che sei andato al supermercato ‘sta notte?
Ma questi…no questi sono del signore della…Improvvisamente m’immedesimo nel suo punto di vista. E’ evidente che sono stato completamente frainteso. E’ una sensazione fastidiosa, è come essere costretti a toccare qualcosa di repellente.
Basta non ne posso più di questa nottata. Sbotto. E inizio a riportare tutti quei cartoni nell’ufficio.
Non sopporto più gli sguardi inquisitori delle colleghe, non sopporto più la luce del sole che è ormai alto nel cielo, non sopporto più questa camicia che nel frattempo mi si è sgualcita addosso. Non sopporto quel vecchio, comediavolosichiama e ho bisogno di dormire.
(To be Continued...)
(Leggi la prima, la seconda, e la quarta parte)
(Leggi la prima parte)
(Leggi la terza parte)
Nel frattempo al bancone del bar i tedeschi continuano a bere. Ve ne avevo già parlato, vero? Bè insomma, è un gruppo di circa un centinaio di persone. Vengono da qualche paese vicino Colonia. La città dell’acqua profumata, avete presente? Si spaccano la schiena tutto il giorno nei cantieri qui vicino e quando tornano in hotel; bé è comprensibile che quando tornano in hotel hanno voglia soltanto di tracannare ettolitri di birra. Dico sul serio.
Alcuni sembrano gestirsela abbastanza bene. Sono quelli più vecchi, quelli che ne hanno già passate tante e quelli più malinconici. Altri invece sembrano in balia di un demone vichingo che gli cambia la voce, rendendola più simile a un urlo di guerra baritonale. Tutto quell’alcool in corpo rende ogni passo un azzardo e ogni battuta, la miglior battuta. Così tra urla e divertenti storielle raccontate ad alta voce tedesca, cerco di far capire ai ragazzi che sono ormai quasi le cinque; che tra poco sarebbero scesi i clienti per la colazione e che l’incontro tra i due gruppi avrebbe potuto avere un effetto a dir poco devastante.
Pensate che stia scherzando? Penserei anch’io a un’esagerazione certo. Se non sapessi che gli altri sono formati per un buon 70% da ragazze tra i diciannove e trenta anni. E non semplici ragazze, no, molto peggio: hostess, o assistenti di volo come amano farsi chiamare oggi. Penso che a questo punto avrete capito come stanno davvero le cose. Devo cercare in tutti i modi di evitare che queste due realtà s’incrocino. Come Troisi e Benigni quando dovevano impedire a Colombo di scoprire l’America.
Naturalmente ai vichinghi non lo dico. Utilizzo metodi più sottili: inizio ad abbassare le luci, a pulire il bancone. Poi cerco di stenderli con Elton John. Ma non funziona, anzi sembrano gradire e lentamente quello che era un brusio sconnesso diventa il ritornello di Your Song:
I hope you don’t mind, I hope you don’t mind that I put down in words.
Non avrei mai voluto assistere a una scena del genere: trenta tedeschi ubriachi che cantano a squarcia gola Elton John. Roba forte: quel genere di cose che potrebbe farti decidere di non ascoltare più musica in vita tua.
A questo punto i ragazzi cercano di coinvolgermi; hanno interpretato il mio gesto come un incoraggiamento a continuare la festa (ma come faccio a ottenere sempre l’effetto diametralmente opposto?). Pensano di avere il mio consenso ora, e vogliono dimostrare la loro gratitudine offrendomi da bere.
No, grazie. Non posso proprio. Sto Lavorando. Se bevo a quest’ora poi non combino più niente. Ci sono le telecamere, il mio capo potrebbe scoprirlo. Neanche snocciolando una dopo l’altra tutte le scuse usate in mesi e mesi di inviti declinati riesco a dissuaderli nel farmi partecipare alla loro festa (ma che ci sarà mai da festeggiare?).
Meglio non contraddirli a questo punto. Penso preoccupato.
Me ne scolo un paio, faccio finta di ridere a qualche battuta che non capisco, ma poi il mio occhio cade inevitabilmente sull’orologio appeso al muro in sala colazioni. Sono le 5:30. Le hostess sarebbero scese in poco più di un quarto d’ora. Mantengo la calma. Sono in grado di gestire questa situazione. Sono soltanto ragazzotti un po’ alticci, niente di più. Metto su la mia faccia migliore e con molta disinvoltura attacco:
Certo che è stata proprio una bella serata, non credi? Sì... sicuro domani ci sarò. Ora? Che ne dite? Andiamo tutti a nanna?
Non faccio in tempo a portare a termine questi patetici tentativi di mandarli a dormire che da lontano s’iniziano a sentire rumori di passi. Ma non sono rumori di Timberland, quelli che sentiamo, ma di tacchi di almeno 5-6 centimetri. Il mio volto sbianca, le pupille si dilatano. I tedeschi mi guardano diffidenti ora. Capiscono che stavo cercando di nascondergli qualcosa. O almeno così mi pare. Chiedo al cervello di mandarmi lo stimolo nervoso giusto per comparire al cospetto delle hostess con la maggiore disinvoltura possibile. E’ difficile da spiegare: mi sento un po’ come a scuola, durante le gite, quando il professore di ronda ti sorprendeva la mattina presto, dopo una serata di stravizi: due fasi decisamente inconciliabili.
Quando Natalie con passo deciso attraversa la sala del bar è come se tutto l’albergo trattenesse il fiato. Natalie mi guarda e mi saluta, io un po’ forzatamente contraccambio e cerco con imbarazzo di sfuggire allo sguardo dei ragazzi. Poi, dal fondo della sala, risvegliandosi come da un incantesimo che lo schiacciava sulla superficie del tavolino, si alza Jurge. Ha percepito qualcosa, ma non sa ancora che cosa. Si stropiccia gli occhi per mettere a fuoco, fa qualche passo incerto per verificare la stabilità del pavimento e si guarda intorno. La sala colazioni è ormai un viavai di energiche ragazze in giacca e gonne lunghe fino al ginocchio. La sorpresa negli occhi di Jurge (in parte, penso, dovuto alla presa di coscienza di essere sopravvissuto anche questa volta) si trasforma in una specie di audacia. Ancora qualche passo e avrebbe potuto, per lo meno provare buttarla lì.
Le hostess più con professionalità che con sdegno, fanno finta che tra la sala colazioni ed il bar (in realtà un unico grande spazio diviso soltanto idealmente) ci sia un muro. Sanno di calamitare tutti gli sguardi su di se, ma preferiscono concentrarsi sulle loro ciotoline ricolme di Jogurt e granella di nocciole (un’immagine che su di me produce sempre una sorta di distanza incolmabile.). Non la pensa allo steso modo Jurge, che con un passo sprezzante punta dritto verso Sara, l’ultima ad aggregarsi al gruppo. Lei se ne accorge e con lo sguardo basso, indugia sopra il vassoio dei croissant, facendo apparire quella scelta molto importante. E’ una questione di pochi minuti, non posso fare più niente a questo punto. Capite? Che colpa ne ho io?
Jurge viene assalito da un conato di vomito improvviso e devastante. Assisto alla scena di spalle: lo vedo incurvarsi leggermente ed avere un sobbalzo, ma soprattutto vedo le facce di tutte le altre ragazze rattrappirsi per il disgusto quando realizzano che il rigurgito di quell’individuo, che non avrebbe sfigurato tra il pubblico di un concerto degli Iron Maiden, finisce preciso sopra il vassoio dei croissant.
Il resto dei tedeschi che frattempo si era quasi calmato, forse per l’effetto inibitorio della sfilata delle hostess in sala colazioni, reagisce alla scena come al gol di Andreas Brehme nella finale contro l’Argentina ad Italia ‘90. Partono cori e grida di approvazione, mentre Jurge, scosso ma felice come dopo una grande impresa, alza le mani al cielo in segno di vittoria. Compatte le ragazze, lasciando le loro colazioni a metà, si dirigono verso la navetta che nel frattempo le stava aspettando fuori. Nel tragitto mi passano davanti, tutte, Natalie, Sara, Veronica, Laura ecc. Tutte mi guardano con profonda indignazione e comprensibile risentimento mentre l’ultima, Noemi, il capo branco, mi ammonisce con un eloquente e perentorio: Non finisce qui.
Ormai è chiaro che la situazione mi è completamente sfuggita di mano. Cerco di immaginare tutti gli scenari che ne potrebbero conseguire:
1)Le hostess si lamentano con il direttore che mi licenzia in tronco.
2)I Tedeschi, a questo punto sovra stimolati, saccheggiano il bar e mi imprigionano in uno sgabuzzino.
3)Il resto dei clienti normali scende e scatta una rissa selvaggia in sala colazioni che si interromperà soltanto con l’arrivo di una volante della polizia.
Noto scoraggiato come in tutte e tre le possibilità per me finisce male. Ma proprio mentre sto ancora dietro il bancone del bar, scosso ed incapace di reagire, Jurge e la sua banda, si dirige verso le camere da letto. Li guardo sfilare davanti a me esterrefatto. Stento a crederci: è la fine di un incubo.
(To be continued...)
(Leggi la prima parte)
(Leggi la terza parte)

Stanotte mi hanno fatto una proposta indecente.
C'è questo signore basso, sulla settantina, tarchiato ma vestito in maniera elegante, sapete, con quella dignità di certe persone che vengono ormai da un'altra epoca. A ripensarci, veramente non capisco come sia riuscito a fare quello che ha fatto: siamo lì che scambiamo le solite chiacchiere di circostanza. Sono ormai le quattro e mezzo di notte, lui sembra stanco, ma i miei occhi tradiscono una stanchezza decisamente superiore alla sua. Mi chiede se mi ricordavo di lui.
Certo, gli dico. Lavoro in questo posto sin dall'inizio.
Non mi ricordo di te. Forse conoscevo quell'altro ragazzo. Mi risponde.
Ho tagliato la barba, sarà per quello gli dico, anche se in realtà penso che forse è semplicemente un po’ rincoglionito. Del resto tutti i miei colleghi, sono in realtà colleghe, e immagino che per le persone sia più facile ricordarsi le loro facce piuttosto che la mia.
Non c'è problema gli faccio, tanto non ho nulla di particolare da fare; e così mi ritrovo a scaricare da solo una ventina di cartoni di pomodorini in scatola. Da non crederci. Il suo bagaglio consiste soltanto in quello. Sistemo tutto in ufficio. Certo, tutta quella roba stona un po’ con il resto dei bagagli depositati là dietro, tuttavia la composizione che ne viene fuori è decisamente interessante. Torno davanti, lui mi sta aspettando.
Abito in centro.
Ah fa lui. No, io devo andare in aeroporto. Comunque se mi svegli per le sette meno un quarto, possiamo farcela. Tu stacchi alle sette, vero?
Sì, stacco alle sette. Ormai molto confuso.
Allora d’accordo, io ti do un cartone di quei pomodorini. Sono i migliori, sul serio. Li ho portati da Napoli. E tu mi accompagni in aeroporto alle sette in punto.
Ok. Gli faccio. Anche se veramente non ho capito come ci sia riuscito. Mi ha portato lentamente in uno stato di placida accettazione e alla fine mi ha convinto ad aspettarlo, alle sette della mattina per accompagnarlo in aeroporto. In cambio di un cartone di pomodorini in scatola.
Tutto sommato però lo scambio mi è sembrato equo. Direi perfetto anzi.
( to be continued...)
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