A volte mi capita che qualche amico delle mie parti mi chieda il perché io abbia scelto di vivere a Bologna.
Delle volte non so che rispondere a questa domanda. Questa città negli ultimi anni è cambiata molto, è diventata più intollerante, più chiusa, alle volte cedo persino a quello che i suoi detrattori dicono più spesso e penso anch’io che tutto sommato Bologna sia diventata un paesotto.
Poi però arriva l’estate, che di per sé sarebbe più che altro una ragione per odiarla Bologna, e in Piazza Maggiore montano questo schermo gigante, enorme.
E il primo Luglio, un’intera piazza gremita, la piazza principale della città, non un’aiuola in un giardinetto periferico, se ne sta lì con il muso all’insù a guardare un documentario di mezz’ora su Bergman, per di più in svedese e sottotitolato. Non contenta poi, sgranchisce le gambe, magari beve una birra o accende una sigaretta o due, e rimane inchiodata a quelle sedie che così comode non sono neanche e si sorbisce pure un’ora e mezzo di Tati, in francese sottotitolato.
Ecco, a Bologna accadono queste cose qui e io non lo so se il merito è degli organizzatori che negli anni hanno avuto la lungimiranza di crearsi un pubblico, grazie alla militanza quotidiana del cinema Lumière, oppure se la realtà è che magari basta semplicemente smetterla di produrre film, fiction, spettacoli o cartelloni di cinema all’aperto pensando “che tanto alla gente piacciono queste cose” e magari provare e convincersi che le persone tutto sommato non sono poi così rincoglionite come si crede.
Oppure il merito è veramente di questa città, abituata a pretendere un po’ di più, ad aspettarsi qualcosa di meglio, a sentirsi, in qualche modo diversa dalle altre città.
Io non lo so davvero.