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sabato, 28 marzo 2009

Szymborska Wislawa@Aula Magna S.Lucia_Bologna 

 
 
Ieri sera, lo capivi già dall’atmosfera. Voglio dire: io non me ne vergogno mica, se sono andato là e non sapevo neanche che faccia aveva; lei o lui, perché anche quello, andando a ben vedere, non era così facile da capire. Wislawa. Oooooooooh. Sentite gli Oooooooooh. Voi venitemi a spiegare. Oooooooh. Ma come? Non è tutto. Io neanche son riuscito a dire dove sarei andato. A sentire chi. Szymborska. Oooooooooh, ma come? Oooooooooh ha vinto pure il premio nobel, non lo danno mica a tutti il nobel. A testa bassa, allora, sono andato sotto le due torri, che lì c’è una libreria e dentro la libreria sono andato a vedere tra gli scaffali della poesia. Non ricordavo neanche il nome, ma sotto l’etichetta che riportava il nome più strano sono riuscito a trovare un buco grande così. Ooooooooh tutti adesso vi siete svegliati, Oooooooooh, non è che si possono attappare i buchi così, in quattro e quattr’otto. Allora sono uscito e sono andato in un’altra libreria. Grande, nuova, bella. C’era puzza di cibo però. Libri che puzzavano di cibo. Come il Mapo, che è una di quelle cose che provatelo a spiegare a vostro nonno, che cos’è il Mapo o come mai i libri puzzano di cibo. Proprio al centro di uno scaffale, ho riconosciuto il mio libro; ho alzato lo sguardo e dalla parte opposta della libreria ho visto un signore incravattato. Ci siamo guardati. Poi abbiamo guardato tutti e due il libro. Chi ha meno da perdere? Chi ha meno da perdere? Io! E dopo uno scatto fulmineo avevo già il libro in mano, mentre lui, di fianco ad un commesso che allargava le braccia. Voleva dire: l’ultima copia rimasta te la sei fatta fottere da quel coglione là.
 
Poi ero già in S.Lucia, dove però non mi sembrava che ci fosse nulla di che. Allora ho pensato, vuoi vedere che mi ritrovo in uno di quei soliti squallidi raduni dove ci sono quattro gatti che leggono le proprie squallide poesie e dove il poeta ad un certo punto dice fica, sì dice proprio così fica e poi fa una pausa come se questo dovrebbe avere qualche effetto sugli altri poeti che ascoltano e poi si finisce tutti a bere Sangiovese, che è molto meglio di dire fica. Allora mi sono avvicinato alla signora che c’era dietro il bancone e le ho chiesto. Scusi ma qui non dovrebbe esserci…..e a quel punto gli ho mostrato il mio nuovo libro: Szymborska. Lei ha alzato il braccio, e mi ha detto: là.
 
Là, c’era così tanta gente che non si riusciva a vedere niente. Sembrava, visto che eravamo dentro una ex chiesa, di stare ai funerali di qualche persona importante, o di stare per assistere alla messa di Natale. Poi pian, piano mi sono intrufolato e ho visto tanti uomini vestiti come ci si deve vestire, poi ho visto pure il super magnifico celeberrimo rettore, poi ho visto pure Umberto Eco, senza barba, soltanto con i baffi, che a dirla tutta sembrava un po’ Maurizio Costanzo così, e allora ho pensato che ero nel posto giusto.
 
Lei se ne stava seduta composta. Al suo posto. Una vecchina come se ne incontrano tante. Con una luce negli occhi, come si incontra raramente. Non ha fatto gesti plateali, né ha cercato di ingraziarsi in nessun modo i presenti. Ha ascoltato, pazientemente e con interesse tutto quello che c’era da ascoltare, ha sorriso per le cose per cui valeva la pena sorridere, e ha letto, sapendo che avrebbe potuto leggere la formazione della nazionale di calcio polacca, tanto nessuno avrebbe capito nulla.
 
Ascolta: Attimo
Ascolta: Elenco
 
 
 
La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
Potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla - cipolla,
non viscere ritorti.
Lei piú e piú volte nuda
fin nel fondo e cosí via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il piú bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.
postato da: Hotellunge alle ore 28/03/2009 12:15 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, mosquitoes
lunedì, 23 marzo 2009

222 #5 

Anton Corbijn

 




(leggi la prima, la seconda, la terza e la quarta parte)


Uno dopo l’altro arrivano tutti: Federica, il dott. Sandri, Perzen, Katia e Paula. Quando entrano in sala meeting, io sono già seduto in fondo. Sono vestito con i miei abiti, visto le condizioni della divisa di lavoro.  Cerco di sparire ai loro sguardi. Fortunatamente nessuno mi rivolge la parola. Devo avere l’aria stravolta. Il dott. Carduzzi arriva per ultimo, saluta tutti poi attacca subito con una serie di slide proiettane sul muro. Per me è la salvezza. L’oscurità mi protegge da ulteriori domande e sguardi indiscreti. Finalmente mi sento a mio agio, quasi rilassato in quella sedia che ora mi sembra il luogo più comodo dove poter stare e che lentamente mi avvolge nel tepore generale della stanza. Le immagini si susseguono lente, il dott. Carduzzi continua a parlare di cose di cui afferro soltanto marginalmente il significato. Pensieri e immagini si confondono, quasi non riesco più a sentire le estremità del mio corpo. Poi quasi non credo ai miei occhi, il dott. Carduzzi imbraccia una chitarra, alza il braccio verso l’alto e attacca con Should I Stay or Should i Go. La distorsione è fortissima, devo proteggermi le orecchie per non farmi esplodere la testa. E’ la chitarra che poco fa ho portato a Pete Doherty, ne ho quasi la certezza. Il dott. Carduzzi la maneggia con sicurezza e tutti i miei colleghi, non sembrano per nulla stupiti della sua inaspettata performance. Il dott. Sandri e Federica ballano con complicità, Perzen si scioglie la coda e fa roteare i suoi capelli lunghi. Giro la testa verso la porta della stanza: la mia attenzione è catturata da una serie di rumori pesanti e ritmici, come se una mandria di animali selvatici si stesse avvicinando verso di noi. Dopo pochi istanti, infatti, la porta si schianta al suolo, brutalizzata con violenza da Pete Doherty a cui seguono tutti gli altri membri della band. Urla: vaffanculo. Vaffanculo. Mentre si scaglia con violenza sopra il dott. Carduzzi che nel frattempo si stava prodigando in un sorprendente assolo. I due rotolano a terra. Il chitarrista della band continua fissarmi. Mi fa segno di alzarmi. Mi dice: Get Up. Tutti nella stanza iniziano a fissarmi ora e tutti ripetono, con una cantilena orribile le parole appena pronunciate dal Baby Shambles. Indotto dai loro sguardi mi alzo, anche se non ho la più pallida idea di che cosa dovrei fare. Mi indicano il centro sala, il punto dove i due, intanto, continuano a darsele per bene. La stanza ora sembra un ring di cui Pete Doherty, il dott. Carduzzi ed io siamo l’attrazione principale. Il chitarrista ha gli occhi iniettati di sangue, lo sento dire Fight Fight, mentre mi porge la chitarra. Senza rendermene conto la prendo tra le mani. Ho la schiena di Pete Doherty a portata. Un calore improvviso mi attraversa tutta la spina dorsale, su, su fino alla parte posteriore della testa. Ho l’impressione di passare attraverso alcuni attimi di cecità assoluta, mentre alzo la chitarra verso l’alto per colpirlo poi forte alla schiena con la sua Gibson cesellata.


(leggi la prima, la seconda, la terza e la quarta parte)


photo by Anton Corbijn
 
postato da: Hotellunge alle ore 23/03/2009 16:23 | link | commenti
categorie: racconti, lounge hotel, 222
domenica, 22 marzo 2009

222 #4 

Anton Corbijn_Kylie Minogue _London 1999



(leggi la prima, la seconda, la terza e la quinta parte)


Allora ragazze, sotto a chi tocca. Urlo nel parcheggio davanti all’hotel che nel frattempo si è riempito ancora più di gente.
Chi vuole entrare per farsi firmare un autografo da Peter Doherty deve venire qua e dirmi il suo nome. I pass costano 5 euro l’uno e sono individuali. Non fate i furbi che il mio collega dentro lavora da stamattina alle sette e non ha più voglia di scherzare.
 
L’entusiasmo diffuso dalla mia notizia si materializza sonoramente: i corpi che stridono l’un l’altro, la frenesia dei movimenti che rompono il silenzio dell’aria, i respiri più affannosi, fino alle grida. Mi sento forte in questo momento, quel tipo di forza che viene dall’esercizio del proprio potere sugli altri. Sono come un direttore d’orchestra con il controllo sulle aspettative di queste ragazze.
 
In poco tempo sono circondato, ma in altrettanto poco tempo riesco a vendere una discreta quantità di biglietti. Il più è stato fatto ormai. La cosa importante ora, è cercare di fare passare questa cosa in maniera il più indolore possibile. Niente isterismi, niente grida. Un autografo e via. I ragazzi non avranno nulla da obiettare.
 
La cosa funziona. In sala c’è un ottimo clima. I ragazzi sembrano allegri, merito anche del metodo Umeboshi adottato da Roberto. Anche lui, tutto sommato se la sta cavando. Le ragazzine una volta messe veramente di fronte ai Baby Shambles perdono gran parte del loro entusiasmo acustico. Si guardano intorno disorientate e sembrano sopraffatte da un misto d’imbarazzo e timidezza. Peter firma autografi senza scomporsi. Continua a bere e a scherzare con gli altri e addirittura, dopo un po’ di tempo, quando la situazione si è stabilizzata, regala alle sue fan uno di quei momenti che si ricorderanno a lungo.
 
Mi fa cenno di raggiungerlo al tavolo. Io guardo indietro verso la reception, come a fargli capire che sto lavorando. Lui insite. Muove la mano a mezz’aria come per sventolarsi. Vuole a tutti i costi che vada lì da lui. Mi avvicino. Mi abbasso leggermente per sentire cosa ha da dirmi. Mentre mi parla, mi mette qualcosa in tasca. Poi mi dice: go go. Facendo lo stesso gesto di prima ma al contrario.
 
Mentre sono sull’ascensore, metto la mano in tasca. Ci sono cinquanta euro arrotolate molto strette. Le tiro fuori e le apro per bene. Sono veramente cinquanta euro. Guardo il mio volto riflesso nello specchio. Per un momento quasi non mi riconosco. Arrivo davanti alla 222. Entro ed esco in meno di un minuto. Dopo pochissimo sono di nuovo in sala. Ho con me la sua chitarra. Le ragazze mi guardano incredule. Sento i rumori di fondo della sala alzarsi sensibilmente. Ancora quella sensazione di potere.
 
Pete mi ringrazia in maniera molto teatrale, mostra a tutti la sua gratitudine nei miei confronti. Mi da grandi pacche sulle spalle mi offre più e più volte da bere; lo fa in un modo a cui è impossibile opporsi. Poi capisco che tutti questi passaggi servono soltanto per creare un vuoto prima del suo gesto. La vera azione verso cui tutto è finalizzato. Potrebbe sembrare una cosa totalmente avulsa dalla questione musicale, mentre, in realtà ne è parte integrante.
 
Poi Pete attacca con Guns of Brixton, un vecchio e memorabile pezzo dei Clash.
 
Improvvisamente cala il silenzio. Quel tipo stralunato dal passo incerto e dal forte accento britannico con la chitarra in mano riesce a controllare perfettamente la situazione. Tutti gli occhi sono rivolti su di lui. Le ragazze si lanciano occhiate estasiate. Probabilmente stanno già pensando a cosa raccontare alle loro amiche una volta fuori da lì. Qualcuna addirittura azzarda una richiesta. Urla: Fuck Forever. Pete ci scherza su, appoggiato dagli altri che sorridono con infantile malizia. Blatera qualche parola, ma alla fine l’accontenta. La ragazza che ora ha la faccia di una donna che è stata appena adulata con maestria, batte le mani e grida. Parte un coro. Poi un clapping. L’eccitazione si fa palpabile. Girano diverse bottiglie e molti a questo punto fumano senza più preoccuparsi del fatto di essere in una hall di un hotel. Il tempo vola via come sotto un incantesimo.
 
Quando all’improvviso parte l’allarme antincendio mi rendo conto di essere abbastanza di fuori. Mi ci vuole un po’ per rendermi conto di quell’acqua che da qualche decina di secondi sta bagnando tutto e tutti. La piccola folla si disperde subito. Chi corre da una parte e chi dall’altra. I ragazzi si dirigono di corsa verso le proprie camere. Rimaniamo io e Roberto, che non sappiamo cosa fare e che per qualche istante ci guardiamo disorientati, senza riuscire a dire nulla.
 
Poi Roberto, come rianimato, inizia a urlarmi frasi allarmate di cui avverto soltanto la gravità del tono. In automatico vado verso il quadro dei comandi dietro la reception. Provo a premere un paio di bottoni prima di spingere quello che disattiva definitivamente l’allarme antincendio. Mi rendo conto di essere tutto bagnato. Guardo il piccolo orologio in basso a destra sullo schermo del computer e scopro con terribile sgomento che sono ormai quasi le sette del mattino.
 
Roberto arriva di corsa verso di me, mi urla frasi dal significato confuso, mi strattona per la giacca, vedo il suo volto contorcersi dalla rabbia. Sento il mio corpo muoversi lentamente e le parole del mio collega mi giungono all’orecchio come filtrate da uno strato di decine di cuscini, proprio quelli di cui avrei bisogno ora per alleggerire un po’ questa grande pesantezza che mi ritrovo in corpo.
Non faccio in tempo ad abbondarmi su questa idea che mi ritrovo strattonato fino alla sala dove stavamo beatamente fino a poco fa. Ho uno straccio in mano e davanti agli occhi uno scenario assai poco conforme agli standard qualitativi del Lounge Hotel. Proviamo a tirar via più acqua possibile, anche se l’impresa, a quest’ora del mattino mi sembra inaffrontabile. Roberto continua ad agitarsi, poi si blocca di colpo. Lo vedo accasciarsi verso il secchio e riempirlo, con un gemito secco ed inequivocabile, di vomito fino all’orlo.
 
Nel frattempo arrivano in sala anche i colleghi delle colazioni. Mi riempiono di domande a cui non riesco a dare risposte soddisfacenti, per lo meno a giudicare dalle loro reazioni. Poi mi si gela il sangue quando realizzo che tra meno di un’ora dovrò partecipare alla riunione con il dott. Carduzzi.



(...to be continued...)



(leggi la prima, la seconda, la terza e la quinta parte)



photo by Anton Corbijn - Kylie Minogue - London 1999
postato da: Hotellunge alle ore 22/03/2009 13:24 | link | commenti
categorie: racconti, lounge hotel, 222
sabato, 21 marzo 2009

222 #3 

Corbijn 4
 


(leggi la prima, la seconda, la quarta e la quinta parte)
 
 
Verso le tre di notte mi si presenta davanti al bancone il ragazzo del locale che ha ospitato il concerto. Sembra su di giri: una faccia nera come gli abiti dei membri della band che arrivano subito dopo di lui. Uno di loro tira dritto senza rivolgere la parola a nessuno. Ha un cappello appoggiato in testa di traverso e quando entra, ha ancora la sigaretta tra le labbra. Non mi guarda neanche e tira dritto fino alle porte dell’ascensore. Sebbene non l’abbia mai visto in faccia, scommetterei volentieri un bel pezzo da cento nel dire che quello è il leader della band. Non ci metto molto a trovare conferma della mia idea. E’ Peter Doherty il cantante del gruppo, idolo delle ragazzine, e tormento dei musicisti. Stasera sembra averla combinata grossa. Almeno questo è quello che capisco dai dialoghi sbiascicati del resto della combriccola che nel frattempo si è accomodata scompostamente nei divanetti della hall. Lì sento scaldarsi, volano parole pesanti. Lancio loro occhiate oblique, cerco di rimanere in disparte, ma sono preoccupato che la situazione possa degenerare. Per loro non c’è alcuna differenza, fanno finta che io non ci sia. Continuano a gesticolare, a fare no con la testa e a ripetere la parola fuck. E’ tutto un fucking questo e fucking quell’altro. Qualcosa evidentemente, deve essere andato storto. Fuori dalla porta intanto vedo un certo movimento di automobili, e scooter. E’ già piuttosto tardi, a me inizia a fare male la schiena, incontrovertibile segno, di guai all’orizzonte. Il cantante si è eclissato nella sua stanza a quanto pare. Mente vedo la testa rasata di Roberto, che non si è fatto vivo per tutta la sera, fare capolino dalla porta della cucina.
Il gruppetto di persone quasi interamente formato da ragazzine, fuori dall’hotel si fa sempre più folto. La notizia che i Baby Shambles avrebbero dormito al Lounge Hotel, nonostante la massima segretezza che abbiamo cercato di tenere, sembra si sia diffusa velocemente. Il manager del gruppo inizia a lanciarmi occhiatacce. Io mi mostro sicuro, non dico niente, annuisco impercettibilmente, con l’intento di rassicurarlo. Neanche lui dice niente. Si limita a fare no con la testa, segno che non è affatto rassicurato. Allora mi batto con leggerezza e altrettanta impercettibilità il petto. Significa: ci penso io. Lui prima guarda me e poi guarda fuori alzando leggermente il mento. Vuole dire perentoriamente: fila.
 
Appena le porte emettono il primo fragile stridulo rumore di gomma che scorre sul metallo, come bambini al suono della campanella dell’ultima ora, vengo investito da una massa maleodorante di ragazzine gracchianti. Non riesco a contenerle e anzi sembrano piuttosto infastidite dalla mia presenza, che secondo il loro punto di vista, intralcerebbe loro la strada.
 
I Baby Shambles sono accerchiati. Roberto si è nuovamente volatilizzato. Peter Doherty a quest’ora sarà probabilmente morto d’overdose sulla tavoletta del cesso in camera sua. E come se non bastasse tra poche ore sarò costretto a partecipare a quella sorta di psicotica seduta collettiva, che il dott. Sandri chiama con la sua ebete espressione da regolarità intestinale: Uno dei nostri soliti incontri.
 
Non c’è tempo da perdere. Mi faccio largo tra la folla e raggiungo i ragazzi. Propongo loro di continuare la discussione in sala da pranzo. Dico che a breve sarà servita la cena e che saranno messi al riparo da ogni seccatura. All’inizio mi guardano male, ma poi accettano di buon grado.
 
E’ a questo punto che capisco come sono andate effettivamente le cose. Mr. Doherty ha lasciato il concerto a metà. Non si sa se perché fosse troppo sbronzo, fatto o Dio solo sa cos’altro. Resta il fatto che di punto in bianco, in mezzo ad una canzone, piglia e abbandona il palco. Il resto della band ha provato a coprirlo suonando un paio di pezzi in cui la sua presenza non è fondamentale, ma quando per il pubblico è diventato evidente che non sarebbe più salito sul palco, dopo neanche un’ora di concerto, è scoppiato il finimondo. Hanno iniziato a volare bottigliette, poi monete e poi un po’ di tutto. A quel punto anche gli altri sono scappati in fretta e furia, inseguiti, questa volta, dal gestore del locale, che sembra non abbia gradito molto questo fuori programma.
 
Una volta sistemati i Baby Shambles mi dirigo con decisione in cucina: accendo le luci e vedo Roberto seduto sopra una sedia in un angolo della stanza che fuma una sigaretta.
 
Roberto che diavolo stai facendo, qui?
Io non muovo un muscolo per quelli lì. Mi risponde.
Forza, non ti ci mettere pure tu. Hai visto che delirio c’è la fuori. Gli faccio con gentilezza. Non ottenendo tuttavia nessuna risposta. Insisto.
Dai Roberto. Fa vedere loro di che pasta sei fatto.
Senti ho un’idea. Ci guadagneremo tutti e due. Credimi. Ma prima devi aiutarmi ad allontanare quelle assatanate la fuori, poi ti spiegherò. Dai Roberto, ti prego.
 
Mi guarda diffidente. Cerco di rassicurarlo con uno dei miei proverbiali sorrisi. Gli tendo una mano per incoraggiarlo ad alzarsi. Alla fine cede. Andiamo tutti e due nella hall. Spieghiamo alle groupies che ora devono lasciare in pace la band, che deve riposarsi dopo il concerto e che tra poco sarebbe stato concesso loro di entrare e farsi firmare un autografo. Più d’una mi chiede con disperazione che fine avesse fatto Pete Doherty.
 
State tranquille, Mr. Doherty tra non molto scenderà giù e sarà felicissimo di incontrarvi. Proclamo ad alta voce, allegando a garanzia una faccia, fedele copia di tale auspicata felicità.
 
Con Roberto facciamo muro e pian piano riusciamo a spingerle tutte fuori dalla porta. Gli faccio segno di rientrare e al momento giusto, di chiudere le porte automatiche. Con le spalle coperte mi intrattengo un po’ la fuori. Ognuna ha una domanda da farmi. Dico loro di non preoccuparsi, che non appena la band avrà finito la cena avranno la possibilità di entrare. Ho decine di occhi puntati addosso, ma in realtà mi accorgo che questi occhi non guardano veramente me. C’è qualcosa dietro, qualcosa che non saprei spiegare.
 
Cercando di non farmi vedere mi dirigo verso la porta anteriore dell’hotel. Una volta dentro controllo che Roberto abbia effettivamente iniziato a servire la cena. Tutto sembra sotto controllo. I ragazzi pur continuando a discutere sembrano gradire il cibo. Roberto fa avanti indietro senza sosta, ma tutto sommato mi sembra che si sia calato nella parte senza fare troppe storie.
 
Quando il meccanismo sembra rodato a sufficienza lo avvicino e gli chiedo di darmi uno dei suoi blocchetti per le ordinazioni.
 
Che vuoi farci? Mi fa.
Fidati di me. Poi ti spiego. Tu continua a fare quello che stai facendo. Non distrarti e cerca di soddisfare tutte le loro richieste. A proposito, come è finita la storia dell’Umeboshi? Gli chiedo.
Non atteggiarti così tanto Ariel. Mi fa. Anch’io ho i miei metodi. E’ bastato iniziare la cena con una bottiglia di Vodka, gentilmente offerta dalla casa e poi via...Salsa di soia e aceto balsamico. Les jeux sont faites. Non si sono accorti di nulla. Dico: ma li hai guardati bene in faccia? Mi risponde convinto.
Bene…anzi ottimo Roberto. Bravo. Continua così. Io torno tra pochissimo. Quasi dimenticavo: avverti Mr. Doherty che la cena è pronta.


(...to be continued...)


(leggi la prima, la seconda, la quarta e la quinta parte)



photo by Anton Corbijn
postato da: Hotellunge alle ore 21/03/2009 11:33 | link | commenti
categorie: racconti, lounge hotel, 222
venerdì, 20 marzo 2009

222 #2 

Corbijn 2

(leggi la prima, terza, la quarta e la quinta parte)
Come se non bastasse, questa è la notte dei Baby Shambles. Sul calendario dell’ufficio la data di oggi è cerchiata più volte di rosso. Significa che è un giorno importante. E’ stato un colpo di Moira, la nostra venditrice. In realtà non si chiama proprio così: il suo vero nome è Valeria ma tutti qui la chiamano Moira, in virtù delle sue capacità incantatrici. E’ stata lei a battere tutti sul tempo e a spiazzare la concorrenza, aggiudicandosi la band. Sono diversi elementi a cui vanno aggiunti vari tecnici. La direzione considera questo tipo di cose come un ottimo affare. Portare a casa un contratto del genere assicura un bel po’ di occupazione, e nonostante impliciti ci siano molti rischi dovuta alla tipologia della clientela, il dott. Sandri ritiene che con un sessanta per cento di cortesia in più saremmo stati in grado di gestire anche la band più eccentrica. Parla bene lui, dalla confortevole posizione di chi arriva al lavoro non prima delle dieci e trenta del mattino, con una segretaria che allarga e stringe le maglie del filtro tra il mondo e il suo ufficio a seconda delle esigenze e con tutta una schiera di dipendenti disposti ad assecondare ogni sua pretesa o opinione. Senza contare poi Federica, da cui riesce ad ottenere, senza il minimo sforzo, gentilezza, sorrisi, attenzioni, accondiscendenza, benevolenza, silenzi carichi di elettricità, eccitazione, sottomissione, tenerezza, un ragguardevole ventaglio di sguardi, complicità, copertura, speranza e luce, quella luce che gli uomini vedono nelle donne di un certo tipo e per le quali sarebbero disposti a rivoluzionare il proprio mondo.
 
Prima di iniziare a fare questo lavoro avevo un ottimo rapporto con i musicisti. Ne ho conosciuti diversi e pur non essendo uno di quelli che si strappano i capelli quando ne incontrano uno famoso per la strada, mi è sempre piaciuto, quando ne avessi avuta l’opportunità, poterci scambiare due chiacchiere. Da bambino avevo un quaderno dove collezionavo gli autografi dei personaggi noti. Poca roba, a dir la verità. Per lo più giocatori della squadra di pallavolo della mia città. Ma quando lo apro, ancora oggi, mi fa un certo effetto. Riesco a riconoscere quell’aurea di preziosità che vedevo in quel quaderno. E’ un quaderno verde da pochi spiccioli, con all’interno degli inutili scarabocchi fatti da persone che non conosce quasi nessuno. Eppure mi basta guardarlo perché, ancora oggi, mi si spalanchi un mondo. Ricordo quel brivido che provavo quando si rivolgevano a me. Quando vedendosi di fronte un ragazzino con quel grande quaderno verde in mano, forse si rivedevano bambini. Per me era diverso. Io lì ci andavo per ribadire una promessa. Il mio quaderno ne era la testimonianza. Tutte quelle firme stavano a garanzia del mio intento: anch’io un giorno sarò come voi.
 
In realtà non capisco bene che cosa attiri le persone verso i personaggi famosi. Negli Stati Uniti, li chiamano celebrità, che è un nome preciso, che indica una categoria ben definita. In inglese c’è sempre una parola per tutto che metodicamente sistema sopra scaffali ben ordinati quel magma incomprensibile che è la realtà.
Questo mi fa pensare sempre ad un commesso di un supermercato con in mano una di quelle macchine per attaccare i prezzi ai prodotti. Ora non esistono più nei grandi supermercati, spazzati via dai codici a barre. Ora le commesse alle casse sono diventate poco più che protesi del registratore di cassa. Neanche il registratore di cassa è più un registratore di cassa. In ogni prodotto c’è un codice, la cassiera del supermercato che ormai è poco più di una protesi del registratore di cassa passa il prodotto sopra un lettore che emette un fascio di luce rossa che sa leggere il prezzo del prodotto. In America dove i personaggi famosi li chiamano celebrieties, e dove non c’è più nessuno che attacca i prezzi sopra i prodotti, le commesse al supermercato ti dicono: Come sta oggi? Che a me è una domanda che anche quando me la fanno le persone che conosco bene mi mette sempre a disagio; mi verrebbe da dirgli: Te la sei cercata; ora ti metti seduto e io ti racconto sul serio come sto oggi. Bisogna imparare a leggere tra le righe, forse nel mondo ci saranno sì e no cinque persone che vogliono sapere veramente come state; per il resto non cascateci. Potrebbero dire qualsiasi cosa, quello che intendono veramente è soltanto: Rendiamo questo incontro il più indolore possibile. Niente stranezze, mi raccomando.
 
Negli Stati Uniti non esistono i personaggi famosi, o i personaggi noti. Esistono le celebrieties, che è un nome ben definito per indicare una categoria ben definita. E’ un metodo che funziona e che secondo me serve per quelli che lavorano in hotel per non essere impreparati e sapere esattamente a che cosa stanno andando incontro. Le cose funzionano così: prendi che incontri Mick Jagger. Magari sei la commessa di un supermercato e gli chiedi pure Come va oggi? e magari lui ti risponde con un rutto stampato dritto in faccia. Con un rutto che gli viene dritto dritto dallo stomaco e che a voi non rallegra di certo la giornata. Se pensi che lui sia Mick Jagger, uno con un nome e cognome voglio dire, allora magari ci rimani male sul serio, ma se quello lo chiami celebrity, allora sei preparato perché sai che da quella categoria lì puoi aspettarti questo genere di cose. A questo servono le etichette. Voglio dire se siete una di quelle persone a cui piace essere rassicurate. Se siete tra loro, accomodatevi. La fuori ce n’è per tutti i gusti. Se preferite non uscire fuori dal quadro che così faticosamente avete incorniciato durante tutti questi anni, non c’è problema. Siamo tutti qui per questo. E’ facile: basta procurarsi una di quelle macchinette che ora difficilmente si vedono ancora nei supermercati ed iniziare ad etichettare tutto. Una cosa alla volta.
 
Ora le cose vanno diversamente. La mia idea sul concetto di personaggio famoso è totalmente cambiata. Anche grazie a questo posto. I musicisti sono diventati dei nemici giurati. Rompono le scatole, questo è sicuro. Pretendono cose improbabili, si sentono in diritto di poter esprimere opinioni su tutto. Più sono famosi e più sono viziati e più sono viziati e più ti chiamano ragazzo e più mi chiamano ragazzo, o ancora peggio, ehy ragazzo, e più i miei coglioni girano come l’elica di una fregata russa all’indomani della rivoluzione d’Ottobre.
 
Insomma, questa faccenda della band è tutt’altro che un bell’affare. In hotel serpeggia un malcelato malumore. Lo si respira nell’aria; te ne accorgi dalla varietà delle curve sopraccigliari.
 
Ad esempio, per l’occasione stasera il ristorante rimarrà aperto ben oltre il solito orario e vista l’importanza dell’evento anche Roberto il nostro chef di Parma, rimarrà in sala. Sembra che questa sia stata una delle richieste della band. Dopo il concerto vogliono potersi sedere ad un tavolo di ristorante e mangiare, serviti di tutto punto. Bere e mangiare. Poi fumare, poi bere ancora e poi magari uno spuntino per finire. Niente panini o roba del genere, hanno detto: Il vostro cuoco deve rimanere a disposizione.
 
A disposizione metto questa minchia. Ha commentato Roberto quando gli è stata comunicata la notizia. Dice che questa cosa lede la sua professionalità. Dice: Io non cucino quelle porcherie. Perché ovviamente ai ragazzi non va bene nulla di ciò che propone il nostro menù. Dice: Io se continua così, me ne vado all’Hilton.
 
Cerco di avvicinarlo, mentre cammina nervosamente da una stanza all’altra.
 
Ciao Roberto.
Ciao Ciao. Mi risponde nervosamente. Poi attacca subito:
Umeboshi…tze. Tu mi devi dire dove cavolo vado a trovarlo io questo Umeboshi. Non so neanche che cosa sia io. Eh? Tu lo sai? Ariel? Eh? Dimmi. La Rosanna dice che tu sei il filosofo, allora sentiamo un po’, filosofo, che cavolo è questo Umeboschi? Eh, sentiamo…
Dai Roberto. Gli faccio. Cerca di darti una calmata. Non è questa tragedia. Incazzarsi non farà cambiare albergo agli inglesi. Mi sbaglio? Magari sono pure tipi simpatici. Cerchiamo di stare calmi.
Non dice niente, Roberto, ma con lo sguardo mi fa capire che la mia risposta lo sta soltanto facendo innervosire ancora di più. Allora continuo:
 
…è una specie di salsa. Tipo la salsa di soia, hai presente? La usano al posto del sale, come condimento. Gli rispondo.
Perfetto, ne so quanto prima. Sicuro. E’ tutto a posto ora. Mi dice.
Dai Roberto, basta andare in qualche mercato asiatico. Lì la trovi di sicuro.
Come no. Ho già mandato Emanuele. L’ho mandato in quel posto, in via Mascarella, ma dice che non ha trovato niente. Niente Umeboshi, capito Ariel? Questo condimento come dici tu, è introvabile. Conclude urlando. Grazie dell’aiuto.  
 
Provo a chiamarlo. Ma non c’è niente da fare. Quando gli girano, Roberto è intrattabile: una checca isterica. Affari suoi. Ho già tante cose a cui pesare per conto mio.


(...to be continued...)


(leggi la prima, terza, la quarta e la quinta parte)


photo by Anton Corbijn
postato da: Hotellunge alle ore 20/03/2009 12:10 | link | commenti (1)
categorie: racconti, lounge hotel, 222
giovedì, 19 marzo 2009

222 #1 

Corbijn Naomi campbell London 1993 LipanjePuntin (Trieste) - Torch (Amsterdam)

Quando arrivo in hotel, Federica sta sorridendo ad un cliente. I due sembrano impegnati in una conversazione molto interessante, per lo meno a giudicare dalla faccia di Federica che è la sola che riesco a vedere quando varco la doppia porta automatica. Tuttavia mi basta osservare di spalle le movenze del suo interlocutore, per capire che cosa stia succedendo realmente. Non è la prima volta che la sorprendo presa ad ascoltare qualcuno dall’altra parte del bancone, né è la prima volta che le vedo dipinto in volto quel sorriso estasiato. Federica è una ragazza che fa il suo effetto, è sempre impeccabile nell’aspetto e ha tutte quelle caratteristiche che agli uomini non sfuggono di certo; ogni suo gesto è, per così dire, carico di una profonda consapevolezza dei propri mezzi.

 

Di sicuro tutto questo non è sfuggito al dott. Sandri, che ama spesso e volentieri, intrattenersi con lei per godere di quello stesso sorriso. E’ incredibile come i discorsi diventino a volte soltanto dei superflui elementi accessori o tutt’al più decorativi, come la colonna sonora in certi film. Quando vedo Federica e il dott. Sandri conversare ho sempre la sensazione che il vero discorso avvenga ad un altro livello; un livello che soltanto in rari casi coincide con quanto espresso dalle parole.

 

Tanto quanto ottimi sono i rapporti tra loro due, così pessimi lo sono tra me e lei, come testimonia fedelmente quell’espressione disgustata che fa quando mi vede: l’inequivocabile smorfia, tipica di chi ha appena pestato una merda. Io ci sono abituato e non ci faccio caso, anche se all’inizio questo essere così palesemente disprezzato dalla ragazza più carina dell’hotel mi ha creato qualche complesso. Col passare del tempo però le cose sono maturate, abbiamo approfondito la nostra conoscenza; lei mi ha mostrato i suoi interessi, giorno dopo giorno mi ha reso accessibili anche le stanze più segrete del suo animo e a quel punto, anch’io ho iniziato ad avere quella sua stessa identica espressione dipinta in volto. Ci odiamo cordialmente, Federica ed io, con l’unica differenza che mentre io mi limito ad ignorarla, lei cerca quotidianamente di farmi terra bruciata intorno con lo scopo, neanche così celato, di rendermi la vita un inferno.

 

L’ultima è stata quella di convincere il direttore a fissare l’appuntamento mensile con il dott. Carduzzi alle otto del mattino, perché altrimenti lei non sarebbe in nessun caso potuta venire. Poverini, li capisco. Mettetevi nei loro panni:

 

Allora, tutti d'accordo? La riunione è fissata per Martedì alle sedici.

Ma come alle sedici?

Bè sì, così può farcela anche Ariel, dopo che ha riposato dal turno di notte.

Mi scusi sig. re Sandri….

No, no Federica, chiamami pure Alfonso.

(ride divertita) Sì certo. Mi scusi, sig. re Alfonso, io non posso proprio alle sedici, lo sa, ho la mia lezione di capoeira.

Oh, certo certo Federica. La lezione di capoeira. Come ho fatto a dimenticarmene…

Per lei va bene se facciamo alle otto?

Per me va benissimo. Tutti d’accordo? Perfetto. Ci vediamo Martedì alle otto.

 

Su, non fate gli ipocriti. Voi tra un individuo semi incosciente con due occhiaie fisse come quelle di un panda e una che sembra venuta fuori direttamente dall’edizione speciale di Vogue, con chi avreste voluto passare quelle interminabili ore della riunione aziendale?

 

Ormai so a memoria il copione. Sarebbe del tutto inutile telefonare al Dott. Sandri. Inizierebbe a menarmela con la solita storia di Gianni Morandi, che alla sua età gioca ancora a calcio, che l’importante è saper vedere il bicchiere mezzo pieno e tutta una caterva di stronzate del genere. Dio solo sa quanto odi il suo ottimismo da spiaggia.

 

A questo punto che posso farci? Tanto vale non sprecare fiato inutile e cercare, da qui a domani, di sfruttare ogni momento per accumulare più sonno possibile; ormai ho una certa esperienza, riuscirò a cavarmela.

 

Del resto non ho scelta. Da escludere l’ipotesi di non presentarmi alla riunione. Federica lo sa bene; sa di avermi tirato un colpo basso. E’ una questione pressoché matematica. Più è estesa la superficie occupata dalle sue parole nell’asse spazio tempo, più è probabile che me l’abbia fatta sporca. Sentite quel C  i  a  o  o   o  o. B  u  o  n      l   a   v   o   o   r   o   o   o. Che mi fa al cambio turno. E’ sospetto come un infiltrato della Digos vestito da giovane. Ma io non cedo alle sue provocazioni e mi limito alla normale amministrazione. Nessun sorriso superfluo, nessuna attenzione extra lavorativa. Potrebbe scoppiarmi in lacrime tra le braccia e sono sicuro che non proverei nessuna emozione. Per me è come un personaggio venuto male in uno di quei film di Natale. Andando a stringere, reagirei alla sua completa scomparsa dal pianeta terra con la stessa partecipazione con cui saluterei l’estinzione della Karsenia Koreana.  

 

 

Mentre con il dott. Carduzzi la faccenda è più complicata; è una delle persone più temibili in cui abbia mai avuto la sfortuna di imbattermi. E’ una sorta di guru degli hotel della Romagna. Ogni sua ora di lezione costa carissima, ma dopo un corso completo sotto l’egida implacabile del suo sguardo, tutto il personale degli hotel in cui è stato chiamato cambia radicalmente. Il suo non è un lavoro ed egli certo non lo fa per soldi. Assomiglia di più ad un missionario. Non viene da te per insegnarti qualcosa. Viene a farti capire di che cosa tu hai veramente bisogno.

 

La notizia cattiva è che quasi sempre ci riesce.




(to be continued...)



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photo by Anton Corbijn -  London 1993 - LipanjePuntin (Trieste) - Torch (Amsterdam)

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