"La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono."
Attenzione: questo racconto ha due finali differenti. Aiutami a scegliere quello migliore ed il tuo nome comparirà nei ringraziamenti della I edizione pitonata del libro.L’uomo comincia a innervosirsi. Potrebbe continuare a bere all’infinito così come potrebbe continuare a parlare dei soliti argomenti, già affrontati, con il suo compare, milioni di volte. Il tempo scivolerebbe via lo stesso e allo stesso modo arriverebbe il momento in cui starsene in piedi diventerà insostenibile. Come immaginerete, non vorrei avere dei problemi con quell’individuo a questo punto. Non vorrei avere dei problemi con nessuno, né tanto meno con lui. Li osservo da lontano; lui ormai non mi perde d’occhio. Quell’oretta di cui si è parlato se ne è ormai andata. Gli faccio cenno che è tutto ok. Due minuti. Indico con le dita.
E’ lui. Le rispondo sbuffando un po’.
Pensavo peggio. Dice.
Sei sicura che è tutto a posto? Le chiedo.
Tutto ok. Mi risponde.
Guarda che non sei obbligata. Ribadisco, mentre si è già alzata dallo sgabello. Mi guarda con un fare che mi mette a disagio e non mi risponde.
Il tempo scorre lentissimo ora. Nella hall non è rimasto quasi più nessuno. C’è un gruppo di ragazzi che sta fuori a fumare. Avranno sì e no vent’anni e ogni volta che si avvicinano troppo alle porte automatiche, quella esterna si apre. La cosa sembra divertirli molto. Esco fuori anch’io. Tiro fuori dal pacchetto una sigaretta e chiedo ai ragazzi se mi fanno accendere. Loro continuano a ridere per ogni sciocchezza, ma quello che sembra il più ripristinato del gruppo mi offre il suo accendino.
Prego. Mi risponde.
Siete qui per la fiera? Gli chiedo.
Sì, sono qui con mio padre. Lui ha uno stand. Dice.
Faccio una boccata profonda. E mi allontano di qualche passo dal gruppetto dei ragazzi. Guardo in alto la facciata dell’hotel, cercando con lo sguardo la finestra della 332 ma mi accorgo che i ragazzi mi guardano incuriositi e lascio perdere. Faccio un altro tiro e poi spengo la sigaretta nel posacenere. Saluto i ragazzi e rientro dentro. (*) (**)
(*) Aspetto un’eternità ma alla fine Noemi scende. Cerco il suo sguardo con gli occhi mentre con la penna in mano mi fingo impegnato a scrivere qualcosa. Lei sembra affaticata ma anche io non devo avere una bella faccia, se capite cosa voglio dire. C’è un attimo di esitazione poi lei mi chiede se le do un’ultima cosa da bere. Mi faccio precedere. La guardo da dietro mentre cammina verso il bancone del bar.
Come è andata a finire cosa? Le domando.
Come è andata a finire con la signora Giada. Mi fa.
Nel mio viso spunta un ghigno che lei può soltanto immaginare. . Niente. La sig.ra Flechter è finita. E credo che loro non si siano più incontrati.
-------------------------------------------------------------------------
(**) Sono nervoso: senza rendermene conto finisco con il guardare in continuazione il led sopra l’ascensore per vedere se dal terzo piano scende qualcuno. Paula è arrivata da poco, non posso dire veramente di conoscerla ma c’è qualcosa in lei che mi fa sentire bendisposto. E’ una di quelle cose che le persone hanno in dote da quando sono nate. Lei sta simpatica praticamente tutti e le persone si sentono spesso in dovere di aiutarla. Si fanno letteralmente in quattro, se ce n’è bisogno, e lei sembra sempre sorpresa quando al suo cospetto vede consumarsi tanta cortesia. Ha gli occhi grandi e scuri, Paula, un filtro quasi magico attraverso il quale i suoi desideri assumono l’urgenza di una richiesta di aiuto. E’ una di poche parole, al contrario della maggioranza delle mie colleghe, e queste contribuisce a darle un’aria ancora più intrigante. I clienti sono pazzi di lei così come il dott. Sandri che ha sempre qualche buona ragione per prendersela da una parte per farle lunghi discorsi. Non so bene neanch’io come le cose con lei hanno preso questa piega. Tutto è nato un po’ per gioco e tutto si è spinto fino a questo punto. Mi guardo nello specchio che sta nel back office, solitamente utilizzato dalle ragazze per truccarsi prima di iniziare il turno. Guardo con attenzione il mio viso, ne percorro con lo sguardo i contorni; spalanco gli occhi cercando di mettere più a fuoco. Poi il rumore dell’ascensore mi riporta in me. Torno alla reception: anche se non ho visto da dove è partito l’ascensore so con sicurezza che è Paula che sta scendendo. Sono passate circa due ore da quando è salita con quel cliente.
Sembra affaticata ma anche io non devo avere una bella faccia, se capite cosa voglio dire. Ha un attimo di esitazione poi mi chiede se può prendersi una birra da portare via. Le dico che non ci sono problemi e mi offro di prenderla per lei. Mi dice che non c’è bisogno mentre si avvia verso il frigorifero. La guardo da dietro mentre cammina verso il bancone del bar. Ha un modo di camminare che mi ipnotizza: la schiena drittissima e le mani che con una grazia fuori dal comune seguono con perfetta armonia i movimenti del corpo. Sembra una felino dopo la caccia Paula mentre si dirige verso la sua birra. C’è qualcosa che mi inquieta ma per quanto io mi sforzi non riesco a riconoscere questa sensazione come senso di colpa. Con la sua birra in mano si dirige verso di me; fa una lunga sorsata direttamente dal collo della bottiglia e quando ha finito un sospiro profondo le ridisegna l’espressione del volto: sembra rinfrancata ora.
A domani. Le rispondo
Come è andata a finire cosa? Le domando.
Come è andata a finire con la signora Giada. Mi fa.
Nel mio viso spunta un ghigno che lei può soltanto immaginare. Niente. La sign.ra Flechter è finita. E loro credo non si siano più incontrati.
(Leggi la prima, la seconda, la terza , la quarta, la quinta parte)

(Leggi la prima, la seconda, la terza , la quarta parte)
Procede il pianoforte, senza timore, dolcemente. All’interno della fortezza la musica è la mia armatura. Con essa tengo lontana la paura, mi sento protetto. Ascolto attentamente: sembrano in due, si fronteggiano con i tempi giusti: puoi sentire il rispetto che hanno l’uno dell’altro. Poi piccoli vuoti apparenti creano quell’aspettativa che pretende soddisfazione. La nota viene risucchiata, poi ancora pausa poi ancora dentro: il tempo aumenta. Aumentano i battiti del cuore. La melodia è ora fatta di brevi sussulti subito seguiti da un respiro che dilata l’atmosfera. Sei seduto al tuo posto con quell’aria imperturbabile di uno che sa come andrà finire. Ecco quel motivo, l’unico motivo orecchiabile, l’unico che riuscirò a ricordare dopo. In un primo momento è soltanto accennato, poi viene ripreso senza imbarazzo, fino ad essere svolto completamente. Mi attendevi qui, vero?
La confortante sensazione di agio viene però subito contaminata da acide iniezioni disarmoniche, rosso rubino che si schianta nel blu, un foglio di carta che brucia. E’ il caos che si riprende il palcoscenico. Viene in soccorso un violino morbido che si limita ad un solo essenziale suono confortante che tuttavia sortisce il suo effetto: la ragnatela di note che il piano aveva costruito cede leggermente il passo e come una calamita sembra attratta verso una maggiore chiarezza che il tempo spavaldo accentua nel battere. Il silenzio si riempie, gli oggetti intorno si illuminano di luce nuova. Violino e pianoforte lottano per il dominio dell’aria ora, annullandosi e trovandosi sempre più spesso in oasi di concordia. La competizione sembra esaurita.
Maestosamente, come era inimmaginabile fino a pochi istanti prima; con decisione crescente fino a quel brivido, quel piccolo umido brivido che cancella tutto.
(...to be continued..)
(Leggi la prima, la seconda, la terza , la quarta parte)
Art piece by Banksy

(Leggi la prima, la seconda, la terza parte)
Sapevo che prima o poi sarebbe tornata. Le cose funzionano così, se fai un lavoro come il suo. Magari per tre mesi fai sempre le stesse due rotte, poi improvvisamente cambia tutto e ti ritrovi sballottato ogni settimana dall’altra parte del mondo. Con Noemi è andata in questo modo: l’ho vista praticamente tutta l’estate poi improvvisamente è sparita. Ci siamo scritti qualche mail ogni tanto, ma poi la compagnia chissà perché ha deciso che sarebbe stata più utile in un Fiumicino-Malpensa o in un Fiumicino-Sharm-El-Sheik. Dopo che le ho fatto il check-in, mi dice che andrà in camera a darsi una rinfrescata, ma che poi sarà ben lieta di bersi una cosa insieme a me.
Sai dove trovarmi. Le faccio. Vedi di non addormentarti.
Non dorme Noemi e con quest’ultima telefonata sonda il terreno per capire se sono abbastanza libero per dedicarmi un poco a lei.
Vieni pure quando vuoi. Le dico dalla cornetta. Dall’altra parte del filo sento un respiro distorto. Il telefono emette un leggero gracidio.
Le chiedo se vuole qualcosa da bere.
Fai tu. Mi dice lei.
Le preparo qualcosa di leggero. Un bellini. Solitamente utilizzo del semplice succo di pesca, ma per Noemi decido di usare della frutta fresca. Il risultato non è neanche lontanamente paragonabile alla versione con il succo. Anche se queste sono pesche ormai di fine stagione conferiscono al drink una vivacità impossibile da conservare in un cartone. Le porgo il bicchiere sopra un tovagliolino rosso. L’immagine mi ricorda l’estate appena passata.
Buono. Mi dice deglutendo. Mi andava proprio qualcosa di fresco.
Sono contento. Le rispondo soddisfatto.
Insomma? Come vanno le cose? Dalla tua ultima mail sembravi un po’ depresso o sbaglio? Mi chiede.
Bene, Io…Bè sai le solite cose. Non è che ci si può sentire proprio a posto con un lavoro come questo, no? Poi questi giorni, hai visto che confusione? Oltretutto sono nel bel mezzo di un trasloco. Le rispondo.
Ah, sì? Cambi casa? E Dove vai? Dice.
Ma praticamente rimango nella stessa zona. In un monolocale però. E’ un bel posto: c’è più luce rispetto a dove stravo prima, è un po’ più grande e poi lo faccio per cambiare. Le rispondo guardandola negli occhi.
Fai bene. Cambiare aria non può che farti bene. Anch’io avrei voglia di traslocare. Di venire a Bologna, magari. Modena è così…così emiliana, se capisci cosa voglio dire. Mi dice.
Capisco, capisco. Le dico annuendo.
Le persone non sono male, la gente è tranquilla. Ma forse è proprio questo il punto. Sono tutti così tranquilli. Così posati. Sabato sera escono con gli amici, vanno a bere qualcosa; poi il locale, i capelli che non si scompongo. Magari lui ti invita a casa sua. Si ride, si scherza, si continua a bere. La serata sembra prendere il verso giusto, magari se la cava pure bene a letto ma poi che fa? Ti invita la domenica a mangiare le lasagne che come le fa mia madre non le fa nessuno. Ecco quello che fa. Ti rendi conto? Modena è così. Mi dice sconsolata succhiando un sorso dalla cannuccia.
Bologna non è poi così diversa. In fondo distano soltanto una cinquantina di chilometri l’una dall’altra. Le faccio più che altro per alimentare il suo sfogo.
Sì. Cinquanta chilometri. Ma qui c’è un sacco di gente che viene fa le sue cose, poi va via e ne viene altra. C’è più ricambio. L’Università! Mi dice quasi si fosse ricordata all’ultimo momento della presenza dell’Università.
Mentre parla Noemi si illumina di una luce particolare. In questo preciso istante avrei parlato con lei di qualsiasi argomento. Qualsiasi cosa sarebbe stata altrettanto interessante. E non posso non ripensare a quel pomeriggio a Modena; nonostante la situazione non fosse delle migliori, starmene con lei a chiacchierare a casa sua fu una cosa che mi mise estremamente a mio agio. Né più, né meno di quello che sta accadendo ora.
Dopo aver portato l’ennesimo cuscino extra ai piani torno da lei. Ha ormai finito il suo cocktail ma da come continua a torturare quel bicchiere vuoto capisco che forse sarebbe il caso di offrigliene un altro. Lo faccio senza neanche chiederglielo e lei non tenta di fermarmi.
Ho incontrato la Sig.ra Giada prima. Mi dice. Quant’è dolce quella signora. Anche se sembra un po’ sola.
Lo è infatti. Soprattutto ora che in tv non va più in onda la sig.ra Fletcher. Le rispondo
In che senso? Non c’era quel signore che le stava sempre appresso? Quel signore distinto, con i capelli tutti bianchi…
Il sig. Ridolfi? Quello che è stato sbattuto fuori di casa dalla moglie? Le chiedo. Beppe Ridolfi?
Proprio lui. Mi dice convinta.
In effetti avevano fatto amicizia. Lui è arrivato qui a pezzi. Era imbarazzato. Si sentiva in colpa a chiederci qualsiasi cosa. Poi col trascorrere dei giorni si è ambientato. Scendeva a fare colazione sempre con qualche minuto di anticipo. Era diventato uno dei miei “orologi”; nel senso che quando lo vedevo presentarsi qui nella hall per me significava che era quasi ora di andare. L’ho sempre visto di buon occhio. Le racconto.
Poi cos’è successo? Mi chiede interessata.
Bè si sono conosciuti nella stanza giù in fondo. Quella dove c’è la tv, hai presente? Le faccio.
Sì, sì certo. E poi? Mi fa.
Poi è diventato una specie di appuntamento fisso. Tutti e due che soffrono d’insonnia, come molti a quell’età, le repliche di quella vecchia serie tutti i giorni in tv…
La signora in giallo? Mi chiede con cognizione di causa.
Proprio quella. Facevano un certo effetto. All’inizio era tutto fuorché calcolato. Almeno così sembrava dalla reception. Lui si piazzava davanti al bar. Temporeggiava su un caffè o davanti a un quotidiano. Poi arrivava la sig.ra Giada. Anzi prima vedevi Mary, il suo carlino, eccitato come ogni cane che sta per conquistare uno spazio aperto, e poi quando il guinzaglio si era del tutto srotolato, dalle porte dell’ascensore, vedevi sbucare la sig.ra Giada con il suo passo claudicante. Le dico.
Insopportabile quel cane. Quando lo incrocio, mi verrebbe voglia…..
Di prenderlo a calci, vero?…Le dico anticipandola.
Ecco. Sì. Di prenderlo a calci. Mi dice con un certo astio.
Anche a me i cani piccoli fanno questo effetto. Soprattutto i carlini. Hai mai visto quelle signore molto chic? Quelle che girano annoiate per i negozi, che ti guardano da dietro un paio di occhiali da sole? Ne hai mai vista una che portava nella borsa un carlino? Le chiedo.
Lasciamo perdere. Quelle borse costano più di quanto guadagno io in un mese intero. Mi risponde seccata.
Bè insomma. La sig.ra Giada portava fuori Mary più o meno sempre all’ora in cui il sig. re Beppe era qui nella hall. Hanno iniziato a parlarsi e poi una sera li ho visti che se ne andavano insieme nella sala tv. Le dico.
Che storia. Mi fa.
Dovevi vederli. Erano uno spettacolo. Le dico cercando di visualizzare la scena. Hanno iniziato a vedere insieme La Sig.ra Fletcher. La cosa è andata avanti un bel po’. Lui durante la pubblicità veniva sempre al bar a prendere due frizzantini. Faceva segnare tutto in camera e si affrettava a tornare davanti alla tv. Concludo.
A un drinkino la sig.ra Giada non sa dire mai di no. Mi dice.
Infatti. Io ogni tanto con qualche scusa mi facevo un giro da quelle parti. E se li vedevo presi dalla trama mi fermavo qualche secondo a guardarli. C’era qualcosa tra di loro. Non la definirei una storia d’amore, anche se avevano lentamente costruito tutta una serie di ritualità tipiche delle storie d’amore. L’appuntamento, le piccole gentilezze…Credo che quello show televisivo avesse conferito alla loro storia persino una specie di respiro. Un futuro. Le dico facendo una pausa. Poi ci rifletto un istante su e aggiungo: Almeno questa è l’idea che mi sono fatto.
(Leggi, la prima, la seconda parte)
E’ ormai quasi l’una. La stragrande maggioranza dei clienti abituali è già in camera. Se ne stanno probabilmente sdraiati nel letto. Chi in compagnia, nello spazio rassicurante del letto matrimoniale. Chi da solo, nella vastità forse ancor più rassicurante della programmazione notturna della pay tv. Una nutrita schiera di clienti Saie sta invece ancora al bar, nonostante il barman se ne sia andato già da un pezzo. Nello sguardo hanno qualcosa che mi mette a disagio. Sono le aspettative. Uno di loro alza il braccio e fa un leggero movimento con il mento. Vuole richiamare la mia attenzione. Nel prezzo che paga ogni notte, c’è implicita una quantità di pretese che egli può ragionevolmente avanzare. Ognuno dentro di sé fa una stima approssimativa, e sfoga su di me, che sono l’unico interlocutore rimasto, le sue pretese. Come ad esempio bere oltre l’orario di chiusura del bar.
Mentre gli preparo i cocktail lo guardo negli occhi. E’ un uomo di mezza età dal fisico imponente. Non palestrato né particolarmente grasso. Ma imponente. Uno di quei tipi in cui nelle mani cercheresti la conferma della sua conformazione fisica. Sono, infatti, come me le aspetto: trascurate grosse; la fede d’oro troppo stretta che trasmette un’idea claustrofobica tanto la vedi accanirsi intorno a quelle dita tozze. Fa venire in mente un cappio. Ma soprattutto fa pensare al tempo che passa. Quando vedo mani del genere, il mio corpo reagisce in automatico con una profonda inalazione d’ossigeno. Poi un attimo di sospensione e poi cerco di allontanare il più possibile tutta quell’aria corrotta.
No no, pago subito. Quant’è?
L’uomo che l’accompagna si fa avanti per pagare dando vita ad uno di quei ridicoli teatrini in cui si mette in scena la gerarchia delle relazioni. E’ ovvio che sarà l’omone dalla fede al dito a pagare, come è ovvio che l’altro uomo, di parecchi anni più giovane, è un suo subordinato, probabilmente un suo dipendente o qualcosa del genere.
Mentre bevono con una certa avidità i loro cocktail vedo il capo agitarsi sulla sedia. Sta cercando qualcosa che non è in quel cocktail e siccome paga più di duecento euro a notte, percepisco chiaramente che quel qualcosa in più vorrebbe ottenerlo da me. Mi cerca più e più volte con lo sguardo, prende il bicchiere in mano e poi lo riappoggia sul bancone. Si aggiusta la giacca, cerca la posizione più confortevole sullo sgabello. Fa l’ultimo sorso schiantando il drink. Poi mi fa:
Sicuro. Faccio io. Ce ne sono diversi. Lei che genere di locale cerca?
Mah. Con un po’ di musica. Dove si può bere qualcosa. Mi dice cercando di tradurre in parole i propri desideri.
Bè è la descrizione del novantanove per cento dei locali di Bologna, Signore. Dovrebbe darmi qualche altro indizio.. Gli rispondo. Ma la cantilena con cui lo faccio deve distrarlo dal contenuto della risposta. Gli suggerisco di andare all’Estragon, anche se lui non mi sembra certo un tipo da Estragon.
Immagino di sì. Studentesse per lo più. Forse è un ambiente un po’ troppo universitario. Gli rispondo cercando di non sembrare offensivo.
No no, quello va bene. Ma tu non conosci nessuna? Voglio dire, se uno cerca una ragazza…
Ma la musica? Il bere? Dove sono andati a finire?
Io? Bè si conoscerei qualcuna ma non so se... Centro il bersaglio. Ora i suoi occhi sembrano mettere bene a fuoco l’obiettivo di tutta la conversazione. Dalle casse dell’hall Johnny Cash interpreta One degli U2. Isn’t getting better?
Insomma dove posso andare? Mi fa. Mentre mi allunga una banconota da 50 Euro. Tieni pure il resto, ma trovami un po’ di compagnia per questa notte.
Ci penso io. Gli rispondo. Mi dia giusto il tempo di fare un paio di telefonate.
Tutto a posto. Tra un’oretta al massimo avrà la sua ragazza. Poi vedremo come sistemarci. Penserò a tutto io.
(...to be continued...)
(Leggi, la prima, la seconda parte)
Art piece by Banksy

(Leggi la prima , la terza parte)
Quando di notte guardo fuori attraverso le grandi vetrate dell’hotel, vedo il nulla. Una massa indistinta e nera. In quell’oscurità il pensiero che mi accompagna mentre le lancette dell’orologio scorrono lente e anonime in una sequenza di ore sempre uguali, diventa solido, quasi una presenza. Il mio pensiero diventa un compagno; fedele come un cane che intuisce le mie intenzioni. Appiccicoso come una goccia di sudore che compare all’improvviso ai margini della fronte muovendosi impercettibilmente. Se io mi alzo, lui si alza con me; se sono sereno, lui se ne sta in disparte. Mi segue nei corridoi ai piani, mi segue nello scantinato, in quelle stanze lasciate senza rifiniture adibite a magazzini, a sala delle caldaie, a sala del server. Sono le interiora dell’hotel. Laggiù ci sono i suoi organi vitali, il cervello pulsante; da lì partono tutte le arterie che davanti agli occhi dei clienti diventano tecnologia. Il pensiero sente la mia paura, sente il disagio che provo quando vado a controllare che tutto funzioni per il meglio e ascolto i miei passi rimbombare per quelle stanze vuote sistemate sotto il livello della strada. Nel cuore della notte le porte scorrevoli, quelle antincendio e le finestre diventano le mura difensive della fortezza. Di giorno i ponti a levatoio sono abbassati, le bandiere issate a festa e la musica trasforma la fortezza in un luogo confortevole. La notte si alza il livello del guado intorno, le luci si spengono e là di fuori c’è soltanto l’oscurità; il silenzio dove il mio pensiero diventa antropomorfo, il buio dove si nasconde per sbucare fuori all’improvviso. Le rassicurazioni del giorno non servono a molto a quest’ora. Le placide certezze, i comportamenti reiterati perdono di significato. Il pensiero osa a quest’ora. Lo sento crescere, farsi strafottente. E’ desideroso di mettermi alla prova.
(...to be continued...)
(Leggi la prima , la terza parte)
art piece by blu

A volere dirla tutta non avrei dovuto presentarmi proprio oggi in queste condizioni. Ho un fiuto particolare per i momenti cruciali, una specie di istinto che naturalmente mi porta a sbagliare i tempi. E’ una questione di qualità. C’è chi è un genio del computer e chi è abile con il violino; io canno i tempi.
Sarebbe bello. Ma per quanto mi riguarda non sono tra questi. Ripassate più tardi.
La libertà di pensiero calzaturiero, come potete immaginare, dura in realtà ben poco; e tutti siamo riportati all’ordine e allineati agli standard qualitativi dell’Lounge Hotel.
Bè potevi farlo. Le rispondo. Mi avresti evitato questa figura.
Ah io avrei dovuto telefonarti per dirti che oggi iniziava la fiera? Ma scusa tu da dove vieni? Capisci la nostra lingua? Vuoi che parli più lentamente? Vedi quel calendario? C’è scritto S A I E. Mi dice scandendo lentamente ogni lettera. Come se stesse parlando con un ritardato.
S A I E. Le ripeto assecondandola; faccio anch’io la voce da ritardato.
Sei un cretino. E io che sto qui a perdere tempo con te. Sono fatti tuoi alla fine. A me che vuoi che me ne importi. Mi dice mentre va a prendere la giacca nel back office.
Ah. Il dott. Sandri non se n’è ancora andato. Sta in sala meeting con Paula. E se ne va soddisfatta. Facendomi un sorriso in cui non è difficile leggere soddisfazione per una piccola vendetta che va pregustandosi.
Hola Buenas Dia Senor!
Sono americani; credono di essere in Spagna.
Oh oh. I’m sorry: wrong country. Mi risponde il cowboy molto divertito.
(...to be continued...)
(Leggi la seconda , la terza parte)
Art piece by banksy