"La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono."

Giovanni Lindo Ferretti è il più grande musicista (pop) italiano vivente. Su questo ci sono pochi dubbi. Fino a pochi anni fa la partita se la giocava con De Andrè e Battiato, poi le cose sono andate come è noto. La sua è una carriera di quelle imponenti: gli esordi nella Berlino degli anni ’80 con i CCCP, il Consorzio Suonatori Indipendenti e il primo posto in classifica con l’album Tabula Rasa Elettrificata, la musica popolare con Ambrogio Sparagna. Negli ultimi tempi, poi, alcuni passaggi controversi non fanno che confermare quello che egli ha sempre detto di se stesso Non fare di me un idolo mi brucerò/ trasformami in megafono mi incepperò (A Tratti, Ko De Mondo, 1994). Valga anche quanto detto in Linea Gotica, probabilmente il disco più bello della parabola C.S.I: Non tornerò mai dov’ero già/ Non tornerò mai a prima mai (Irata, Linea Gotica, 1996 ).
Purtroppo (o per fortuna), dietro a dei grandi artisti ci sono spesso degli uomini deludenti o incoerenti o comunque spesso differenti da quanto ci si era immaginati fruendo della loro arte. Dal canto mio ho smesso da un po' di credere agli artisti mentre non smetterò mai di credere nell'arte.
Io per nulla al mondo mi sarei perso questo Reduce. Per nulla al mondo mi sarei perso il violino di Enzo Bonicelli che non raramente, sabato sera, è stato capace di rapirmi quando non di ipnotizzarmi, tanto era l’intensità delle note che evocava; per niente al mondo mi sarei perso Lorenzo Fornasari, la sua voce baritonale e potente che nasconde dentro, chi lo direbbe a guardarlo seduto quasi imbarazzato su quelle scomode sedie, mille strumenti quali contrabbasso, basso elettrico, tastiere, clarinetti e batterie elettroniche. Per nulla al mondo mi sarei perso Raffaele Pinelli e il suo organetto, che con le sue note che sembravano provenire da un tempo lontano, mi ha fatto ricordare che la musica è una cosa che riguarda l’anima. Per nulla al mondo mi sarei perso Giovanni Lindo Ferretti e i mille fuochi che gli bruciano dentro; il panteismo, il salmodiare, l’ armata rossa e il Punk Islam; la testa rapata a zero e i dread, l’eskimo e il gilet blu su camicia bianca. La sua voce cavernosa e mono-tono, le prediche e le rotture di coglioni; i contratti con la Virgin, Montesole per non dimenticare, Leoncavallo e la notte della Taranta. Berlino e il Salento. I soviet e il lambrusco.
Ora sono spossato. Ho i muscoli indolenziti e il mio stomaco inizia a fare dei rumori inequivocabili, quel genere di rumori che non possono essere ignorati. Ho fame. Ma non molta voglia di cucinare, com’era prevedibile. Decido allora di aprire il cassetto delle ordinazioni. Una volta era un semplice cassetto vuoto, poi nel tempo si è riempito di tutti quei volantini delle pubblicità del cibo a domicilio. Per lo più sono pizzerie, pessime pizzerie, ma con un po’ di buona volontà tra quel mucchio ormai notevole puoi trovare anche cose che non t’aspetteresti. Tipo il gelato a domicilio. Già me lo immagino. Il caldo di Bologna, le finestre spalancate ma le serrande chiuse perché altrimenti entra il caldo. Qualche pizzicotto di zanzara tigre che prude ancora dalla notte prima e quella pesantezza che ti succhia lentamente le energie, disidratandoti. Con il gelato a domicilio è un appuntamento soltanto rimandato.

Update!(*)
Che cosa rimarrà del concerto di Adam Green di ieri sera al Bronson?
(*) qui alcune interessanti reazioni sulla questione del servizio di sicurezza del Bronson.

Noi saremo felici di leggerlo e di pubblicare i migliori.
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