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giovedì, 27 marzo 2008

Onora il Padre e la Madre di Sidney Lumet (Before The Devil Knows You're Dead, U.S.A, col, 117min, 2008) 

Onora il padre e la madre Ormai a noi non resta che la rassegnazione. Io ormai ci ho rinunciato. Perché proprio non riesco a capire perché un titolo come Before the Devil Knows You’re Dead debba diventare uno dei dieci comandamenti.

Prima che il diavolo sappia che sei morto ci sono molte cose che vorrebbe spingerti a fare. Il nuovo film di Sidney Lumet (12 Angry Man – La parola ai giurati del 1957) parla di queste cose, concentrandosi sulla parte più corruttibile dell’uomo, quella capace di scendere a compromessi e macchiarsi delle azioni più ignominiose.

Tutto questo viene esplicitato non a caso dal personaggio più marginale dell’intera pellicola. Un piccolo ricettatore di Manhattan, che quando il vecchio Charles Hanson nel vivo delle sue indagini per la misteriosa rapina subita dalla moglie gli chiede informazioni, gli risponde Il mondo è un posto cattivo, Charles. Qualcuno riesce a tirarci fuori dei i soldi e qualcuno ne è annientato. (The world is an evil place, Some people make money from it, and some people are destroyed by it).

Nessuno sembra salvarsi. Ciascuno personaggio lascia nel suo percorso una macchia, un’ammaccatura, qualcosa di cui vergognarsi. Possiamo guardare la storia da diversi punti di vista, così come effettivamente l’efficace montaggio ci costringe a fare attraverso piani temporali diversi, ma durante i titoli di coda saremo comunque condannati a cercare invano di lavare via quella fastidiosa sensazione. Come se qualcuno continuasse a sussurrarci nell’orecchio: Ehy, riguarda anche te.

Come nelle Conseguenze dell’Amore di Paolo Sorrentino, la scenografia tenta di rispecchiare la natura delle relazioni umane rappresentate sullo schermo. Gli arredamenti sono minimali, le case arredante freddamente. Prevalgono i grigi, il tempo nuvoloso, lo scuro e la tenebra. Prevale il calcolo, l’opportunismo, l’avidità e l’interesse. Ci sono coinvolti tutti: bambini, come la figlia di Hank e vecchi, come suo padre.   

I fatti si svolgono, tra la frenesia di una New York distratta e cinica e lo squallore di una periferia che potrebbe essere quella di qualsiasi città dell’Occidente. Tra la vita lavorativa che si ripete uguale ogni giorno e l’aspirazione al locus amoenus dove poter ricominciare. Tra il passato dell’infanzia e il presente delle responsabilità. Tra i sogni e la realtà.

Perché in fin dei conti anche questo è tutto sommato un film sulla famiglia.

Voto: 8

 

P.S. Questa è la settimana della cultura e oggi in gran parte dei cinema nazionali sarà possibile acquistare il biglietto d'ingresso al prezzo di 1 Euro. Sapevatelo!

postato da: Hotellunge alle ore 27/03/2008 13:00 | link | commenti (4)
categorie: recensioni, cinema
lunedì, 24 marzo 2008

Bologna la dotta 

20-03-08_bici2
postato da: Hotellunge alle ore 24/03/2008 18:30 | link | commenti (1)
categorie: world wild reallife
giovedì, 20 marzo 2008

Tutta Forza 

16-03-08_Punkabbestia216-03-08_Punkkabbestia
Capitan Findus

Il mondo sta cambiando. Lo dicevo io.
postato da: Hotellunge alle ore 20/03/2008 19:49 | link | commenti (1)
categorie: weird web, world wild reallife
giovedì, 13 marzo 2008

Tunng@Bronson_8_3_2008 

Tunng Bronson 08-03-08_2346 copiaIl viaggio all’ottimo Bronson di Madonna dell’Albero in provincia di Ravenna è sempre un evento speciale. Sarà quella componente trasferta che nonostante il chilometraggio limitato rende tutto un po’ speciale, sarà quel paesaggio alla Tim Burton, dove banchi minacciosi di nebbia sono sempre pronti ad avvolgerti rendendo la strada un immenso blocco di marmo in cui è difficilissimo districarsi. Un po’ di tutto questo, certo, ma soprattutto c’è la curiosità di vedere dal vivo una delle band più interessanti del momento, che dopo l’apparizione al Love Festival di quest’estate tornano in Italia per una manciata di date. I Tunng confermano dal vivo l’ottimo lavoro fatto in studio: Good Arrows, ottava miglior uscita nel 2007 nella nostra classifica, è fatto di delicate canzoni sospese tra il giocoso e il melodico, dove campionamenti e laptop fanno da contraltare ad un set per altri versi decisamente folk. Sul palco i cinque ragazzi inglesi sembrano molto affiatati. Tutti partecipano alla costruzione delle melodie vocali, il batterista ha un set ridotto all’osso ma pieno di curiose percussioni non convenzionali, e anche la forse un po’ spaesata Becky Jacobs, ricordandosi della sacca delle meraviglie che Bianca e Sierra portano sempre con loro sul palco, si diverte a far suonare giocattoli per bambini e cembali a forma di stella (lo stesso che si vede sul video di Bullet qua sotto). Applausi.

postato da: Hotellunge alle ore 13/03/2008 18:46 | link | commenti
categorie: concerti
domenica, 09 marzo 2008

604 #5 

disocteca(Leggi la prima, la seconda, la terza e quarta parte)



Una volta aperto il browser vado immediatamente su google.com. Non mi sento fortunato, così cerco di spulciare attentamente tutti i risultati che mi vengono fuori dopo aver inserito il nome di Valérie. Valérie Etò, per la precisione. Ci sono diverse pagine che riportano il suo nome. Molte non conducono a niente, mentre altre sembrano richiamare direttamente il sito dell’After, che è una discoteca piuttosto popolare a qualche chilometro dal centro di Bologna. Mi convinco che è lei la Valérie che sto cercando, del resto l’ipotesi mi sembra del tutto plausibile. Scopro così che fa la cubista e a giudicare dalle numerose foto che la ritraggono, deve essere uno dei pezzi forti del locale. In quelle immagini solitamente è in pista ma in posizioni di spicco rispetto alla massa della gente; tuttavia ce ne sono anche altre in compagnia di volti che non mi dicono niente, sono perlopiù ragazzi, molti portano camicie sbottonate e hanno i capelli appiccicati sulla fronte. Lei sembra sempre molto allegra e sicura di sé con un abbigliamento che senza particolari sottigliezze mette in evidenza il suo fisico da paura. Passo diversi minuti su quelle foto: cerco di cogliere un’espressione che mi possa dire qualcosa di più su di lei, ma le uniche impressioni che ne ricavo è che Valérie è una ragazza decisamente molto bella –sai che scoperta–e che la sua bellezza è uno strumento attraverso il quale l’After deve fare diversi soldi. Il che non è molto in fin dei conti.

Me la immagino mentre balla in mezzo alla gente, ma soprattutto mi immagino tutti i soggetti che devono ronzarle intorno ogni sera. Ormai anche quello farà parte del suo lavoro, un po’ come è per me gestire le lamentele. Chissà che scuse adotta? Chissà come riesce a levarsi di torno ogni sera quella mandria di individui sovraeccitata, sbronza, strafatta e sudata? Magari tutto questo non la infastidisce per niente invece. Magari è proprio tutto quel desiderio che le persone le buttano addosso ogni notte che le da forza per continuare a muoversi. Questo la farà sentire forte, forse; magari è proprio quella la sua benzina. Mentre lei è a sua volta la benzina del locale: un perpetuo flusso di energie generato dall’ombelico di Valérie.

Il telefono cattura nuovamente la mia attenzione.

Sono ormai le cinque e mezzo. Tra mezz’ora sarebbe arrivata Lucia, con buona probabilità direttamente dal locale dove ha passato la serata. Mentre inforna cornetti e pane può anche permettersi di essere ancora un po’ rincoglionita. A parte dare fuoco alla cucina (come svariate volte ha rischiato) non può fare molti altri danni. Nella percezione del tempo distorta in cui vivo, il suo arrivo è per me molto importante. Mentre fuori la prima luce timidamente fa capolino, dentro di me inizia a calare l’oscurità della notte. Lucia entra in hotel ed io faccio il primo sbadiglio. Il risposo si sta avvicinando e il mio corpo ne riconosce i segni premonitori.

Rispondo: è ancora lei.

Ciao.  Hai voglia di venire un attimo su in camera da me? Ti assicuro che il mio fidanzato sta dormendo profondamente. Mi fa tanto per ribadire
Tesoro senti. Le faccio, dopo aver respirato profondamente. Non posso proprio. Come faccio quaggiù? E poi… Perché sei sparita così prima? Aggiungo inaspettatamente.
Se venissi giù io?Ci mettiamo dietro. Nell’ufficio. Dice lei.
Nell’ufficio? Ma…non mi hai neanche detto come ti chiami.
Sto arrivando. Mi sussurra piuttosto eccitata mentre mi sbatte il telefono in faccia.

Sta arrivando. Già. E che cosa le racconto ora? Ho gestito questa situazione nel peggiore dei modi possibili. Ma come mi vengono quelle frasi? Sono quasi le sei ormai e tra poco sarebbe arrivata Lucia, poi i primi clienti sarebbero scesi e tra non molto il sole avrebbe fatto per l’ennesima volta il suo ingresso in scena. Il mondo vero si sta ormai svegliando e gli uccelli sembrano impazziti là fuori. E secondo lei noi ora dovremmo andare ad imboscarci nell’ufficio del dott. Sandri? E magari dovremmo pure fare sesso sotto la gigantografia di Gianni Morandi, mentre Padre Pio di trequarti ci lancia occhiate di disappunto?

Sconsolato continuo la mia navigazione; passo attraverso diversi siti di locali: cocorico.it, matisclub.it, capannina.it, kinkidisco.com, kasamatta.it. Osservo tutte le gallerie fotografiche. Ogni sito ne ha una ben fornita e andando a guardar bene sono proprio con quelle foto che i club ti fanno capire che tipo di gente gira da quelle parti. Ce ne sono a centinaia. Tutti sembrano allegri come Valérie, portano vestiti simili a quelli che ho visto indossare a lei e c’è qualcosa nello sguardo di ognuno che si ripete identico, sguardo dopo sguardo. Nel mio campionario mentale di espressioni del genere ce ne sono già parecchie, ma mai come ora ho trovato la cartella giusta dentro la quale quelle facce potrebbero stare tutte insieme.

Quando sono seduto nello sgabello dietro al grande bancone della reception e guardo fuori mi aspetto proprio questo. Quando con il corpo sono immobile e guardo davanti a me, c’è soltanto una porta chiusa che ne nasconde un’altra subito dopo, chiusa anch’essa. Mi aspetto delle facce, dei volti; mi aspetto delle espressioni da succhiare, delle vite che si lasciano soltanto intravedere, da avvicinare. C’è una forma di disonestà in questo. Dalle mi labbra escono parole confortevoli, ma è soltanto un tranello per farvi sentire a vostro agio. Di voi voglio sapere tutto, il vostro passato, le vostre ambizioni, tutti i numeri su cui avete puntato e che non sono mai usciti. A volte mi sembra di poter leggere attraverso il tempo: quello che eravate o quello che diventerete. Alcune vite sembrano ricalcarsi una sull’altra, senza soluzione di continuità. Alcuni destini mi sembrano talmente ovvi che mi verrebbe voglia di spifferare tutto. Vi vedo giovani, vi ho visto soffrire; vi vedo vecchissimi e ormai tremendamente affaticati. La prima porta si apre e le piccole, fragili rotelle della valigia salgono sul gradino che è il primo passo verso l’ingresso in hotel. Benvenuti al Lounge Hotel. Mentre questa  si chiude, la seconda inizia ad aprirsi.

Bisognerebbe aggiungere un po’ di olio per cercare di ridurre quello stridore fastidioso.

Buon giorno sig.ra Palazzeschi, ha fatto buon viaggio?
Devi essere stata una donna molto bella una volta. Ma poi che cosa è successo?
Ha avuto difficoltà a  trovare l’hotel?
Sei sicura di avere sempre fatto le scelte giuste?
Preferisce una camera fumatori o una non fumatori?
Lui perché t’ha lasciata?
Preferisce pagare in contanti o ha il numero di una carta di credito da lasciarmi?

Pensi di essere riuscita ad amare davvero?
La colazione viene servita dalle sette alle dieci.
Non cercare di farmi compassione. Smettila di commiserarti.
Le ricordo che dalla sua stanza è possibile guardare i canali Sky.
Di tempo non ne resta più molto ormai. Se solo te ne rendessi conto.

Stanza 406, quarto piano a destra poco fuori dall’ascensore. Buona notte, sig.ra Giada. Buona notte Valérie. Buona notte.


 

(Leggi la prima, la seconda, la terza e quarta parte)

postato da: Hotellunge alle ore 09/03/2008 18:04 | link | commenti (2)
categorie: racconti, 604 , lounge hotel
sabato, 08 marzo 2008

604 #4 

carlino2

(Leggi la prima, la seconda, la terza e quinta parte)

Le 5 Frasi da non dire mai ad una donna che ti vuole portare a letto:

#5: Mi dispiace, non posso: sono in servizio.

#4: Mi dispiace, non posso: non ho certo intenzione di sposarti.

#3: Mi dispiace, non posso: se poi lo scopre il mio ragazzo?

#2: Mi dispiace, non posso: la mamma non vuole.       

#1: Mi dispiace, non posso: se poi mi si rovina?

La mia risposta si piazza in fondo alla classifica. Un piazzamento di tutto rispetto; non da top three, ma comunque un ottimo piazzamento. In realtà lei non può veramente conoscere la natura intima delle mie motivazioni. Le ho soltanto detto che non potevo. Sembrava eccessivo persino a me specificare che non potevo perché stavo lavorando. Ma lasciare tutto alla sua interpretazione equivale a bendarmi con le spalle al muro, consegnarle tra le mani un fucile carico ed aspettare che lei scelga quando fare fuoco. Il mio è stato un suicidio, e non posso prendermela con nessun’altro se non con me stesso.

Il rumore dell’ascensore mi riporta con i piedi per terra. Il led luminoso sopra le porte scorrevoli mi comunica che la chiamata arriva dal sesto piano. Quel piano.

Secondo più, secondo meno, in trenta secondi le porte dell’ascensore si sarebbero aperte. Un suono acuto e leggermente stonato ne avrebbe segnalato il completo arresto. Poi il sipario si sarebbe aperto; gli attori in scena, a prescindere dal fatto di aver imparato a dovere il copione. La cosa più urgente che mi viene da fare è sistemarmi bene la camicia dentro i pantaloni. Vorrei anche guardarmi in uno specchio, ma quello più vicino si trova proprio in mezzo tra i due ascensori. Faccio uno scatto mentre il led segna già il terzo piano. Mi piazzo davanti alla mia immagine riflessa, secondo piano. Vengo preso da un leggero sconforto. Mi passo una mano tra i capelli; primo piano. Decido che ormai c’è ben poco da fare e torno dietro il bancone della reception, piano terra: sipario.

Signora Giada, buona sera. Che ci fa in piedi a quest’ora?
Buona Sera Ariel, Buona sera. Mary non riesce a dormire questa notte. Continua ad agitarsi, ad andare qua e là per tutta la stanza. Forse ha bisogno di uscire, lei che ne pensa?
Bè è possibile, senz’altro. Aspettate che vi apro le porte.

 

Chi è Mary? Mary è l’adorabile carlino della signora Giada, un habitué del Lounge Hotel. Ogni tanto viene a passare qualche settimana da noi, vuole sempre la stessa stanza, la 406, anno dopo anno. Qui in hotel è da tempo un personaggio, nel senso che la conoscono tutti, tutti la temono e tendono a misurare attentamente le parole che le rivolgono. Un vero amore senza dubbio, con quel suo musetto nero accartocciato di una che si è appena schiantata a 180Km/h contro un muro; quel tenerissimo rantolo costantemente tra l’incazzato e il lamentoso, e quell’incedere, tipico dei cagnolini di quella stazza che ti verrebbe voglia di prenderli a calci. Naturalmente a Giada non lo dico. Con i suoi ottant’anni suonati non credo la piglierebbe troppo bene. E’ piuttosto suscettibile con il suo cane. Ci tiene che le persone si comportino bene con lei. Quando si aggira per la hall, con il suo carlino che indossa abiti normalmente molto più costosi di quelli che porto io, infilata in una borsa sicuramente più cara di quanto spendo io mensilmente per l’affitto di casa,   è tutta un: Forza Mary saluta il signore, o Fai vedere quanto sei brava Mary. Una volta l’ho addirittura sentita sgridarla perché secondo lei stava ridendo del suo interlocutore. Roba da matti.

Mentre Giada e Mary passeggiano tra le aiuole fuori dall’hotel ancora una volta il rumore dell’ascensore cattura la mia attenzione. Me ne accorgo soltanto quando l’ascensore si trova già al secondo piano. Potrebbe essere chiunque, naturalmente, ma il mio desiderio di avere una nuova chance con Valérie è talmente forte che questa volta da quelle porte non sarebbe potuta uscire che lei. E così è.

Ciao. Mi dice con quella sua camicia da notte bianca ed i piedi scalzi.
Ciao. Le faccio io. Sei venuta per bere qualcosa?
Sì. Qualcosa vorrei bere. Un Cuba Libre?
Mi dice cercando la mia approvazione.
Va bene. Andiamo di là al bar.

Andando verso il bar la distacco subito di qualche metro. La sua camminata è tutt’altro che stabile e quando sono già arrivato al bar lei è praticamente ancora davanti alla reception. Mentre resto impalato davanti a tutti i diversi tipi di bicchieri riposti con cura sopra una mensola lei sale sulla pedana dietro al bancone.

Le distanze di sicurezza sono state pericolosamente ridotte. La giusta distanza professionale, quella attraverso cui si interagisce con i clienti, voglio dire.

Cerco di affrettare la scelta. Ma è lei, questa volta ad andare più velocemente:
Senti. Posso darti un bacio?

Puoi darmi un bacio? Ehi bambola, stai scherzando? puoi darmi tutti i baci che vuoi.
Un bacio? (Aggiungi: risatina isterica) Non so se è il caso. Fammi finire di preparare i cocktail. Le rispondo.

Ma lei deve averlo preso come un sì. Poi si stacca e si siede sopra il bancone. Nel frattempo Giada, di ritorno dalla sua passeggiata, fa azionare il sensore delle porte automatiche e con il suo passo claudicante si dirige verso l’ascensore. Non ci degna di uno sguardo. Ma Mary inizia ad abbaiare fastidiosamente. Mi sa che l’odore del Rhum non è di suo gradimento. O forse anche lei è turbata dalla camicetta da notte di Valérie. Lei invece quasi non si accorge di nulla e continua a fissarmi con quel suo sguardo perso. L’anziana signora, anzi signorina come ci tiene sempre a far sapere a chicchessia, si accorge di noi a quel punto e invece di chiamare l’ascensore si arrampica fino in cima ad uno sgabello di fronte al bar.

Un Margherita per favore. Mi ordina perentoriamente.

Signora Giada, è sicura che vuole un Margherita a quest’ora? Le dico con fare paternalistico. Ma lei sembra non aver neanche preso in considerazione la mia obiezione e mi ripete con ancora maggiore risoluzione il suo ordine.

E così mentre verso la cola nel bicchiere di Valérie sono di nuovo di fronte a tutti quei bicchieri lucenti sistemati ordinatamente uno di fianco all’altro. Prendo il bicchiere che mi sembra più appropriato per un Margherita e dopo averlo sporcato con una fetta di limone lo passo in un mucchietto di sale.

Ecco a lei signora Giada. Il suo Margherita non troppo freddo, come piace a lei.

La vecchia ne beve un sorso. Poi subito un altro e un altro ancora. Praticamente nel giro pochi secondi l’ha schiantato, spazzolato, trincato con l’avidità di un veneto.

Non contenta mi chiede se avevo qualcosa anche per Mary, che nel frattempo sembrava essersi innervosita ancora di più. Le dico che è un po’ tardi per mangiare, ma in tutta onestà, avrei fatto di tutto per farla smammare il più in fretta possibile. E poi c’è quel rantolo odioso; della tonalità giusta per torturarti i nervi. Doveva piantarla. Altrimenti l’avrei fatta smettere a modo mio.

Vado a vedere se trovo qualcosa. Dica a Mary di stare tranquilla.

Di cani non me ne intendo proprio. Che cazzo mangiano i carlini alle quattro della mattina? Noccioline? Tortilla? Olive ripiene? Opto per del pane abbrustolito solitamente utilizzato per gli aperitivi. Ne riempio una ciotola e torno davanti. L’occhio mi cade immediatamente su quella porzione di pianale su cui stava seduta Valérie. Lei non c’è più, se ne è andata. Mentre mi guardo sconsolato in giro, nel tentativo di catturarne un ultimo frammento, sorprendo Giada che si sta rimboccando il bicchiere con dell’altra Tequila.


(...to be continued...)

(Leggi la prima, la seconda,
la terza e quinta parte
)

postato da: Hotellunge alle ore 08/03/2008 01:30 | link | commenti (2)
categorie: racconti, 604 , lounge hotel
venerdì, 07 marzo 2008

604 #3 

F_0_parishilton_smurf_320(Leggi la prima, la seconda ,la quarta parte)


A parte internet anche l'informazione tradizionale non è più quella di una volta. Ormai nessuno si scandalizza più se la terza notizia di un tg nazionale, seguito da cinque-sei milioni di persone ogni giorno, riguarda la vita di Paris Hilton, il matrimonio di Tom Cruise o le emorroidi del Grande Puffo. C'è poco da fare.

Io adoro specialmente le musiche di quei servizi sui nostri amici a quattro zampe, o, immancabile intorno a natale, quello sulle letterine a Babbo Natale. Ci mettono quelle canzoncine spensierate, allegrotte: un pò shopping e un pò jamme ja, per staccare con l'austerità dei servizi precedenti, mi pare chiaro, caso mai la gente non capisse.

Ma la notizia che il tg ha dato oggi nell'edizione serale, mi è sembrata fantastica; niente musichetta, si trattava di una cosa seria questa volta: uno studio inglese rivela: per essere felici il denaro non è tutto ed il tradizionale calcolo del PIL per verificare il grado di felicità di una nazione va riconsiderato. Esistono altri parametri, come la realizzazione sul lavoro o l'avere una vita affettiva soddisfacente.[...]

Ve lo dicevo io che non eravamo noi i più coglioni.

 
Certo è che a guardare la mia realizzazione sul lavoro..
Certo è che a guardare la mia vita affettiva…
Certo è che a guardare il mio prodotto interno lordo…

 

<From: Ariel.Okada@yahoo.com
<To: Noemi82@gmail.com
<Oggetto: Re:Ciao!

 
Ciao Noemi.

Qui tutto bene. Il lavoro è sempre la solita storia, nella mia casa regna il caos incontrastato e la nostra chiacchierata deve aver sistemato un mucchio di cose. Mi farebbe piacerti rivederti anche solo per bere un altro dei tuoi strepitosi tè. Come vanno i tuoi voli? Quale città nuova hai scoperto?

Attendo notizie.
Ciao
Ariel

Il telefono squilla a vuoto. Non faccio neanche in tempo a rendermene conto. Come spesso mi accade il mattino presto, quando qualcosa mi sveglia lasciando soltanto un impercettibile eco nella testa. Poi il telefono squilla ancora, ma questa volta sono già sintonizzato e mi precipito ad alzare il ricevitore. Il numero è nascosto: significa che la chiamata viene da fuori, da un cellulare probabilmente.

Hotel Lounge, buonasera in cosa posso esserle utile?
Buonasera, mi può passare la camera 604, grazie.

La nostra amica riceve telefonate. Come se non bastasse quello scimmione con cui divide la stanza. Ed io sono imprigionato qui, nonostante sia Sabato e nell’aria ci sia una certa euforia. Non capisco perché sul calendario è la Domenica ad essere segnata in rosso. Perché non si lavora? O le scuole sono chiuse? O perché una manica di superstiziosi si riunisce in un edificio fatiscente sormontato da una croce, nel patetico tentativo di lucidarsi l’anima, mentre in realtà non fa che pensare allo stinco di maiale che si sta cucinando nel forno della suocera? Niente a che vedere col Sabato, il vero idolo pagano dei nostri tempi; il Carnevale, il Baccanale per eccellenza. Guai a non onorarne uno. Almeno un tempo la pensavo così, senz’ombra di dubbio. Non come ora, che stando al calendario è proprio Sabato, e io non sono sbronzo e non sono nemmeno a petto nudo al centro della pista, ma dietro questo lucido bancone di metallo. Le luci sono basse, ma non sono quelle di un Pub e la musica… la musica può andare, perché Federica se ne è ormai andata da un pezzo e con lei le sue compilation di Salsa e Merengue. Oh Yeah.

Da un posto come questo ti accorgi che è Sabato dalle persone che entrano per chiederti una camera. Ci sono gli adulteri, che solitamente hanno un’età compresa tra i quaranta e cinquant’anni: entrano un po’ imbarazzati. Lei solitamente ha lo sguardo fisso sul pavimento e tutto vorrebbe fuorché farti vedere il suo documento.

Poi ci sono le giovani coppie, tirate a lucido per l’occasione. Per quanto lui cerchi di fare il disinvolto in realtà si vede lontano un miglio che se la sta facendo addosso. Infine ci sono i gruppi di amici, in città per quel concerto o per quel Dj. Quando li vedi a fine serata non diresti mai che erano gli stessi che ti chiedevano cortesemente come raggiungere il Parco Nord.

E poi ci sono io ovviamente. Senza neanche lo straccio di una barista ad aiutarmi. Non mi sarebbe dispiaciuto avere qualcuno con cui scambiare due chiacchiere. Si sarebbe potuta creare quella complicità lavorativa che serve a far passare più veloce il tempo. Ma niente da fare. Ci sono soltanto io in questo posto, con i miei passi che rimbombano nella hall vuota, con le mie paure, che scorrazzano felici come cowboy nella prateria. Con loro bisogna andarci cauti, che viste le circostanze non si può mai sapere.

 
Il telefono squilla di nuovo. La camera è quella a cui stavo pensando. Rispondo:

Ricevimento...
Ciao, sono io. Senti..Eh…

Me li porteresti su altri due Cuba Libre?
Mi dispiace, ma come le ho già detto non posso. Se vuole..

No. E’ che il mio ragazzo si è addormentato ma io… capisci, ho ancora tanta voglia.

Non so quantificare il tempo che passa prima che le risponda. Sicuramente troppo. Sicuramente la mia risposta non verrebbe mai inserita nella sceneggiatura di un film di Woody Allen o Todd Solodz. Cristo santo! E’ che per certe cose bisognerebbe essere preparati. Bisognerebbe avere il tempo di studiarsi delle opzioni. Dante se la sarebbe cavata facendo svenire Virgilio o meglio svenendo lui stesso. Io invece resto saldamente in piedi ma rimango zitto. Un silenzio… un silenzio ci sarebbe pure stato. Ma io rimango zitto troppo a lungo. Capite? Poi mi esce quella stupida risatina e le dico:

Mi dispiace, non posso.

(...to be continued...)

(Leggi la prima, la seconda ,la quarta parte)

postato da: Hotellunge alle ore 07/03/2008 01:38 | link | commenti (2)
categorie: racconti, 604 , lounge hotel
giovedì, 06 marzo 2008

604 #2 

drunk(Leggi la prima , la terza ,la quarta parte)

Mentre sono al bancone del bar che cerco disperatamente di infilare un cubetto di ghiaccio in un bicchiere da cocktail mi viene il dubbio che forse di Cuba Libre dovrei prepararne due.

Forse ci passerei meno da stupido. Mi dico, anche se la storia non mi convince del tutto. E poi magari non è tutta questa bellezza e c’ha pure le gambe storte.

Niente di più lontano dalla realtà. Valérie è alta più o meno un metro e settantacinque. I capelli nerissimi che cadono morbidi sulle spalle e una pelle color d’ebano che lascia senza parole. La magliettina che indossa poi, lascia ben sperare per quello che c’è sotto ma è soltanto quando mi si siede davanti agli occhi che capisco senza ombra di dubbio che esemplare di femmina ho tra le mani. No. Non si tratta di numeri qui. Di proporzioni, di misure o roba del genere. A questo punto entra in gioco qualcosa di diverso. Qualcosa che ha a che fare con il ritmo dei movimenti, i gesti delle mani, le espressioni del viso, l’odore. Qualcosa che fa la differenza. Una donna, di qualsiasi età, può essere la più bella donna del mondo ed esserne sprovvista. Puoi girarti a guardarla, come ti volteresti a guardare una Ferrari rossa fiammante, ma distogliere lo sguardo resta tuttavia un processo indolore. Privo di conseguenze. Se una donna ha quella cosa lì invece, la faccenda si fa più complicata. Ti tramuti nel suo pianeta. E’ come se un’energia gravitazionale ti impedisse di girare a largo. Ti senti costretto a gravitarle intorno, come un satellite. Non riesci a smettere di cercarla in continuazione con lo sguardo. Resti intrappolato in quell’unico binario, senza possibilità di scelta. Non sei più tu che comandi a quel punto.

Lei sembra sbandare leggermente. Quel genere di movimenti notturni per intenderci; di una che non è venuta qui per farsi il primo.

Ciao. Allora me li hai fatti questi Bloody Mary?

No. Cioè…Bloody Mary? Non avevamo parlato di Cuba Libre?

Oh. Bloody Mary, Cuba Libre fa lo stesso. L’importante è che mi fai bere qualcosa.

A quel punto cerco di velocizzare il tutto. Quel cubetto continua a non volerne sapere di entrare e allora scaravento nervosamente il bicchiere dentro la macchina del ghiaccio, senza tuttavia riuscirle a toglierle lo sguardo di dosso, per l’appunto. Tragico errore il mio, perché lo sportello della macchina del ghiaccio è ancora chiuso. E così finisco per frantumarmi il bicchiere tra le mani. Una scena che lei deve trovare estremamente divertente.

La mano mi fa male: ci sono diversi tagli da cui esce una discreta quantità di sangue. Nonostante questo in meno di un minuto, dopo essermi eclissato in cucina per cercare di limitare il danno fatto, riesco a tornare davanti a lei con due bicchieri ricolmi di ghiaccio e una faccia gongolante. Lei, con tutta l’innocenza del mondo, i movimenti ondivaghi e senza aver mai smesso del tutto di ridere, guardandomi con occhi languidi, mi dice:

Senza ghiaccio, please.

E così sia.

Mentre si dirige verso le scale con i suoi due Cuba Libre senza ghiaccio tra le mani faccio una rapida perlustrazione degli effetti del ciclone Valérie su di me e sul dott. Sandri. Per lui non è andata troppo male. Se la cava con un bicchiere rotto, una superficie di alluminio leggermente graffiata e qualche macchia di sangue qua e là. A me è andata decisamente peggio, considerando che oltre la mia mano, a questo punto anche il mio cuore sanguina vistosamente.


 

(...to be continued...)

(Leggi la prima , la terza ,la quarta parte)

postato da: Hotellunge alle ore 06/03/2008 11:23 | link | commenti (1)
categorie: racconti, 604 , lounge hotel
mercoledì, 05 marzo 2008

604 #1 

britney spearsQuando il telefono squilla sono lì che mi trastullo su internet.

A volte credo di soffrire di una forma di dipendenza. Ancora lieve, certo. Ma pericolosamente pronta ad allargare il suo raggio d’influenza. La mia mappa default di navigazione prevede: repubblica.it, yahoo.com, hotmail.com, virgilio.it, bloglines.com, corriere.it, gazzetta.it, youtube.it, myspace.com, facebook.com, flickr.com, eccetera eccetera. Ci sono tre caselle di posta elettronica, ma sono soltanto quelle che controllo tutti i giorni. Perché altrimenti avrei dovuto inserire nell’elenco anche: google.com, unibo.it, libero.it ed excite.com. Ma controllo quest’ultimi account soltanto una volta ogni quattro, cinque giorni, a volte può passare persino una settimana; ed è per questo che non mi considero ancora una specie di malato. Se un giorno iniziassi a controllare freneticamente anche questi account qui, allora ci sarebbe da preoccuparsi. Ma per il momento è ancora tutto sotto controllo.

Il numero che compare sul telefono è quello di una stanza, la 604. Sesto piano, seconda porta a destra davanti all’ascensore. A rispondere è una voce femminile, di una ragazza direi. Una ragazza che sta cercando di essere gentile, come si usa in questi casi. Mi chiede di portargli su un Cuba Libre.

Con ghiaccio. Aggiunge cercando di non essere inopportuna.

Mi dispiace. Le dico. Ma qui non facciamo servizio in camera, ma se vuole bere qualcosa intanto posso iniziare a mescolare gli ingredienti.

Mica male no? Ho buttato l’amo. Forse un po’ affrettatamente considerando che non so neanche con chi sto parlando. Ma certe voci lasciano pochi margini di dubbio. Io di queste cose me ne intendo. Sono abituato a rispondere al telefono un sacco di volte al giorno; ad essere gentile, persuasivo a cercare di giustificare gravi disservizi facendoli passare per casuali scelte del destino.

Mi dispiace signora ma la finestra si è sempre chiusa senza problemi. Non capisco proprio come mai si sia messa a fare i capricci proprio oggi.

Come credete che l’hotel riesca a sopravvivere a tutte le lamentele e le richieste di rimborso che gli pioverebbero addosso senza i nostri candidi interventi? Per fare questo c’è bisogno di orecchio. Devi renderti conto di chi c’è dall’altra parte del filo. Se puoi permetterti di far leva su i suoi sensi di colpa o se è il caso di proporgli, in cambio, un soggiorno omaggio. E tutta quella roba passa attraverso impercettibili modulazioni vocali, variazioni di tono, vibrazioni quasi impercettibili.

E quella, ve lo garantisco, è la voce di una tipa coi fiocchi.

Magari un po’ troppo giovane. C’è il rischio. Ma di una tipa coi fiocchi si parla.

Controllo sul database dell’hotel i dati anagrafici di chi occupa la stanza. E quasi mi viene un colpo:

Valérie Etò, nata a Marrakech ma residente a Marsiglia nel 1982 e Simon De Bernard nato a Parigi nel 1971.

Sono in due. In quella fottuta stanza Valérie se la sta spassando con il suo uomo e vuole un drink per scaldarsi un po’. E mi tocca pure farglieli trovare ben ghiacciati. Come se non bastasse la figura da idiota che ho appena fatto.

Per sfogarmi apro impulsivamente l’home page: repubblica.it. Il primo, è uno sguardo d’insieme, si passano rapidamente in rassegna tutti i titoli e tutte le foto. Poi il cervello fa una rapidissima selezione. Nel giro di una frazione di secondo viene scartato tutto quello che non interessa. Tuttavia alla fine abbocco sempre al solito amo. Mi attira la colonna di destra quella più licenziosa. Se a sinistra muore il papa a destra Britney Spears è scesa dalla sua limousine senza le mutandine. Se a sinistra bombardano Falluja a destra le pallavoliste di Catanzaro si spogliano per salvare la triglia striata. E’ una goduria, fuori discussione. Oggi mi sento particolarmente colpito dalla questione delle modelle durante le sfilate milanesi. Sembra che a causa della vita troppo frenetica e delle mille pressioni a cui sono sottoposte, nel tentativo di riportarla sotto controllo, combinino sempre un gran casino nei backstage delle passerelle. La galleria fotografica annessa all’articolo testimonia proprio questo. Ma con l’occasione ci mostra anche una bella compilation di tette e culi. Tanto per gradire. Gradisco.

C’è pure l’immancabile sondaggio.

Mi colpiscono sempre quelli che nei sondaggi appartengo alla categoria dei non so. Voglio dire: un conto se ti fermano per la strada e ti chiedono Lei è favorevole ad un sistema proporzionale con quota di sbarramento al 5%? E magari sono le 8 di mattina. E magari sei un cipriota in vacanza. E magari proprio non te ne frega un cazzo. Ma cliccare su quegli inutili sondaggi ( perché privi di ogni rigore statistico) delle testate on line, per rispondere non so, che senso ha?

Vorrei proprio vederli in faccia. Immortalare in un’immagine il momento in cui gli occhi vengono illuminati da quell’idea. Senza considerare il notevole dispendio di energie: bisogna accendere il pc, lanciare il browser, digitare l’indirizzo, individuare il sondaggio, cliccarci sopra, leggere la domanda, vagliare le ipotesi, valutare, pensare, immaginare, selezionare, scartare, ipotizzare...per poi scegliere: non so.

Ma del resto cosa c’è da aspettarsi, quando nel sito del De Mauro (che, per chi non lo sapesse è un vocabolario non un aggregatore di siti porno) tra le 10 parole più cercate ci sono cazzo, fica e figa. (La prima è, a sorpresa, gatto, ma soltanto perché è pre-digitata come parola esempio)

Non sono allora meglio i maniaci, gli ossessionati, quelli che passano settimane consecutive intrappolati nei panni di un guerriero celtico? Quelli che il meglio lo danno a World of Warcraft, Second Life, The Sims. Non sono meglio loro che i non so. Non è  meglio una sana dipendenza?

Non sono meglio io a questo punto, con quella mia piccola, piccolissima ossessione per le mail?

 

From: Noemi82@gmail.com
To: Ariel.Okada@yahoo.com
Oggetto: Ciao!

Ciao sono Noemi, come stai?
Lo scambio delle mail non era così tanto per fare, mi sbaglio?
E’ da un po’ che la compagnia non ci manda in albergo lì da voi e alla fine non ho più saputo come è andata quella storia. A dir la verità sono venuta a sapere che tutto è tornato sotto controllo. Ma magari tu qualche conseguenza la potresti aver avuta. La cosa mi fa un po’ ridere. Ti immagino sdraiato sulle gambe del tuo direttore mentre ti sculaccia davanti ai tuoi colleghi. Non è buffo? Oppure costretto in cucina davanti ad una montagna di piatti da lavare. Vabbè dai, scusa. Non volevo prenderti in giro. Fatti sentire però. Mi farebbe molto piacere.

Noemi.


(to be continued...)

(Leggi la seconda , la terza , la quarta parte)

postato da: Hotellunge alle ore 05/03/2008 05:31 | link | commenti (2)
categorie: racconti, 604 , lounge hotel