"La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono."

Lisbona è come una promessa fatta da qualcuno di cui ci si può fidare.
Di questo film sono state dette tante cose: che è il terzo capitolo della trilogia sulla sofferenza umana, che è il film manifesto del cinema della globalizzazione, che è un film che se una farfalla si alza in volo a Tokyo crea un uragano a New York, che la premiata ditta Inarritu-Arriaga stia progressivamente facendo occhiolini sempre più smaliziati ad Hollywood.
Trovo poco interessanti le discussioni su quanto un artista sia o meno di nicchia o su quanto ruffiane siano le scelte di chiamare attori di fama come Brad Pitt o Cate Blanchett, (il primo effettivamente pessimo, ma non per pregiudizio hollywoodiano).
Preferisco rimanere sul film, alla necessità che motiva una narrazione e al modo che si sceglie di raccontarla.
L’idea centrale di Babel è che la sofferenza sia l’elemento cardine dell’unione e della solidarietà tra gli uomini. L’esperienza del dolore è anche il veicolo attraverso il quale è possibile oltrepassare i confini geografici ed i confini (limiti) interiori che sono alimentati dalla paura e dal pregiudizio.
La nazione o la lingua che si parla non sono elementi caraterizzanti non soltanto perché questa è la natura del mondo globalizzato ma anche e soprattutto perché l’oggetto della narrazione è principalmente (in maniera, certamente, ambiziosa) l’animo umano, nei suoi risvolti che si presuppongono universali.
Così avviene in Marocco dove si raccontano relazioni nuove e inaspettate tra due turisti americani in difficoltà a causa di una ferita riportata in seguito ad un colpo di fucile da una donna e gli abitanti del luogo, relazione cristallizzata in quello sguardo che unisce l’americano e il marocchino al momento della partenza.
Lo stesso vale per la vicenda della giovane giapponese sordo muta e di quella paterna stretta di mano finale, sottolineata dalla telecamera che parte dal dettaglio e arriva ad abbracciare l’intera città.
Notevoli i contrasti, tra l’asettico e ipertecnologico Giappone, la vitalità caotica (e forse un po’ scontata) del Messico e la staticità rurale del Marocco. Ma anche tra la brutalità e l’ottusità della burocrazia statale di poliziotti e politici e l’imprevedibilità della compassione umana.
Il montaggio ora frenetico e allucinogeno, ora lento e fatto di lunghe carrellate risulta sempre in armonia con la storia, vedi la bellissima sequenza ambientata in Giappone dove un gruppetto di adolescenti affronta un’esperienza lisergica.
Se in Amores Perros e
Il pluricitato Crash di Paul Haggis, vincitore di un Oscar l’anno scorso, insomma, sta una spanna sotto.
Voto: 8