
La droga influenza l'arte? La droga puó essere la ragione per cui si fa arte?
Edo Bertoglio ripercorre i luoghi del suo passato, una passato che il fotografo italosvizzero condivide con artisti che hanno influenzato in modo drastico la scena newyorkese a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Erano i tempi in cui Andy Wharol era l'agitatore di un movimento straordinariamente vitale organizzato intorno alla Factory, un laboratorio vulcanico in cui sono passati tra gli altri, Basquiat, John Lourie, Blondie e Walter Steding. Quest'ultimo e lo sparring partner che accompagna Edo Bertoglio nel suo viaggio nella memoria. E` uno dei pochi superstiti, e' l'unico che ancora vive nello stesso modo in cui vivevano allora ma sopratutto e' uno dei pochi che ha avuto il modo di elaborare quell'esperienza per arrivare a modificarne la sostanza. Egli ci appare come un reduce, con tutti i segni evidenti della guerra che ha vissuto. Non c'è molto divertimento nei suoi occhi, ma consapevolezza, la consapevolezza di essere sulla terra per una missione. L'arte in prospettiva eroica, con i destini della stessa che trascendono le vite degli individui pur servendosi, fino alla morte, di loro.
Il documentario é girato in maniera elementare, spoglio di qualsiasi abbellimento o gioco ruffiano (completamente dalla parte opposta di Micheal Moore, per intenderci), pur caricato di tutta quella nostalgia che scaturisce dalla distanza del narratore con il fotografo di vent'anni prima. Si sente un pó troppo quel "ai miei tempi noi eravamo diversi" inevitabile cosi' come è inevitabile lo scorrere del tempo. Tuttavia é anche in virtú di questo elemento esplicito che il documentario risulta essere molto onesto. Queste riprese potrebbero appartenere alle pagine di un diario, ad un film girato per se stessi o ad un blog.
(Voto: 7)