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domenica, 29 gennaio 2006

Svario_Mc: 



Tre ascolti per altrettanti dischi in uscita. Belle & Sebastian con il loro The life pursuit previsto per il 7 Febbraio, gli immensi Make Up di Ian Svenonius, che ormai sciolti escono con un live - Untouchable Sound - e i Silver Jews con un video sorprendente (qualcuno sa dirmi di che film si tratta?), tratto dal nuovissimo Tanglewood Numbers. Enjoy them.

postato da: Hotellunge alle ore 29/01/2006 13:54 | link | commenti (1)
categorie: musica, rocknroll, moki mc
giovedì, 26 gennaio 2006

Le conseguenze dell´amore di Paolo Sorrentino (Italia, col, 100min, 2004) 


conseguenze
Parlare con interesse di una pellicola italiana è già di per sè una ragione di soddisfazione non indifferente. Soddisfazione accresciuta dal fatto che il regista in questione è del 1970 e che questo è il suo secondo lungometraggio. Incrociamo le dita.

Le conseguenze dell'amore, al di là di tutto questo, è un film interessante perchè è un film che cammina al confine dei generi, strizza l'occhio ai film di mafia, alle spy stories, ai  thriller psicologici senza tuttavia abbracciare completamente nessuno di  essi.
Non è neanche una pastiche alla Tarantino, pur avendo in comune con il regista americano un certo gusto per la battuta ricercata ("non voglio morire di vecchiaia, io voglio morire in modo roccambolesco") e per le improvvise accelerazioni.
In questo sembra essereci una perfetta armonia tra la vita di Titta, impersonato da un sorprendente Toni Sevillo, e la regia di Sorrentino che si nutre, a seconda della esigenze, di silenzi plumbei in pianosequenza con ambienti cromaticamente freddi sullo sfondo o di ritmi concitati, tagli netti e montaggio ellittico. Ma è appunto la vicenda di Titta ad essere così concepita, e del resto cosa ci si può aspettare da uno che da vent'anni ogni mercoledì alle 10 in punto fa uso regolare di eroina, senza eccezioni.

E quali sono le conseguenze dell'amore? Lo spiega Titta in persona, quando si siede al bancone del bar dell'albergo dove lavora lei, Sofia, affemando che quello era il gesto più pericoloso che avesse mai fatto. E infatti l'amore è quello che svela a questo misterioso uomo d'affari che vive da dieci anni in un albergo in svizzera quello che era stata fino al quel momento la sua vita: un girone dantesco, scandito da una regolarità infernale e dalla completa assenza di qualsiasi emozione.

C'è un certo autocompiacimento nella regia di Sorrentino che si piace e non disdegna di mostrare allo spettatore  virtuoisismi tecnici come movimenti di macchina acrobatici o inquadrature barocche. Anche questi eccessi rimangono però dentro il confine del buongusto, una sottile ironia mai urlata contobilancia la vicenda umana del protagonista che resta marcatamente drammatica.
Qualche clichè narrativo abusato, (l'incidente d'auto della giovane ed ingenua fanciulla), e un pò di buonismo (la borsa regalata agli ex proprietari dell'albergo) non guastano il film ed appaiono più come il margine di miglioramento a cui ci aggrapperemo nell'attesa del suo nuovo film.



 
postato da: Hotellunge alle ore 26/01/2006 16:46 | link | commenti (1)
categorie: cinema
domenica, 22 gennaio 2006

Appello ai milanesi 

Dario FOSembra quasi incredibile  la città d'Italia più brutta, più grigia, più spietata, ma dove paradossalmente un numero elevatissimo di persone è costretta a vivere, ha tra i suoi candidati sindaco un uomo che con tutto questo non ha nulla a che fare: un poeta!. Un poeta, premio nobel per la letteratura nel '97 per giunta (sì, anche un italiano può vincere un premio nobel). Milanesi, ve lo dico con il cuore in mano, non sciupate questa occasione che è surreale e fantastica. Non immaginate Dario Fo alle prese con righelli e calcolatrici a determinare le misure standard dei cartelli stradali. Per questo ci sarà uno staff di persone da lui scelte, ed è questa la parte bella: Dario Fo sarà il regista illuminato che darà la filosofia, l'anima direi, con cui affrontare i problemi. E finalmente sarà un pò più simile a quella che ispira le nostre vite, sarà fatta della stessa pasta.

QUI trovate un articolo del Times su di lui, mentre QUI un intervista a Beppe Grillo. In generale questo è il sito delle primarie (guardate gli altri candidati!) con i link ai siti personali dei partecipanti. Per finire questo è il MANIFESTO della sua campagna elettorale: IO NON SONO UN MODERATO.

Non sciupate questa occasione che poi Albertini o Formigoni ve li meritate...
postato da: Hotellunge alle ore 22/01/2006 12:22 | link | commenti (3)
categorie: politik
venerdì, 20 gennaio 2006

See You! 

wilson_pickett
postato da: Hotellunge alle ore 20/01/2006 18:00 | link | commenti
categorie: musica
giovedì, 19 gennaio 2006

Countdown 

21-chanAncora pochi giorni di attesa poi Chan Marshall donerà ancora una volta se stessa. Nel frattempo chi non resiste può ascoltare un paio di anticipazioni (live) rispettivamente la prima e l'ultima canzone del nuovo album, e che Dio ci perdoni.

_ The Greatest

_Love and Communication


Grazie a jennings
postato da: Hotellunge alle ore 19/01/2006 17:43 | link | commenti (2)
categorie: musica, rocknroll
giovedì, 12 gennaio 2006

Weird Web 




l pallottoliere gira velocemente, sempre più veloce, sempre più veloce; poi una mano lo ferma di botto. Ne estrae 5 link. Per un inizio anno leggero leggero.

Primo:  PARK(ing)  idea geniale di questo gruppo che tenta di riappropriarsi degli spazi urbani. (foto in alto)

Secondo:  popolarità dei nomi negli States.

Terzo: un fotografo francese particolare.

Quarto:  quest'uomo è meraviglioso.

Quinto:  quanto tempo speso per fare centinaia di mix tapes.


Grazie a Inkiostro e kottke.
postato da: Hotellunge alle ore 12/01/2006 11:51 | link | commenti (5)
categorie: weird web
lunedì, 02 gennaio 2006

Racconti di Natale #5- Offerta Speciale!: racconto di Natale di Dan Bean 

Si tratta soltanto di attendere ora; tutto il lavoro era stato sbrigato nel più breve tempo possibile. Carte, colle, pennelli e tutto il resto giacevano al sicuro nel garage di casa mia. La soddisfazione che provo è un qualcosa che mi invade il corpo e non mi rendo conte se le persone intorno a me possono notare qualche cosa di diverso dall’esterno. Ma non è certo questo che mi interessa, non è su di me che mi aspetto che vengano rivolte le attenzioni, ma sulla realtà là fuori, su quel panorama visivo di cui solitamente non possiamo decidere nulla e che Santa Claus questa notte ha deciso di addobbare a modo suo.

Tutta questa storia è iniziata per caso, una domenica mattina quando, come tutte le domeniche, mio zio mi viene a prendere per portarmi a pranzo.

Lungo la strada che portava alla casa dove un tempo aveva abitato mio nonno, fui colpito dal manifesto di un’enorme pubblicità. L’immagine suggeriva il paragone tra una fellatio ed un bicchiere di latte, o meglio chiedeva di ascrivere il bicchiere di latte nell’orbita degli oggetti per così dire sessuali. Non fui scandalizzato da questo - e del resto come può una pubblicità scandalizzare - ma dalla vena per così dire infantile con la quale era stato composto quel messaggio. Mi immaginavo un ultimo piano di un grande grattacielo del centro dove attorno ad un tavolo sedeva riunito lo stuff dei creativi dell’azienda, immersi in un intenso brainstorming fino all’idea giusta, fino all’idea vincente. Sperma! Il latte come lo sperma. Geniale.

Volontariamente alzai lo sguardo agli altri manifesti pubblicitari che campeggiavano intorno alla strada: erano decine. Ma quello che realmente mi sorprese erano le associazioni di idee che i prodotti suggerivano con il sesso: macchine come pass-partout al letto di lei, gelati come vibratori, orologi che fanno eccitare più di un aragosta innaffiata con champagne; sorprendenti erano anche gli imperativi degli slogan che potevano essere sintetizzati più o meno tutti così: se compri questo diventerai un fico tale da riuscirti a scopare una così. Molto allettante come proposta, non c’è che dire e chi del resto potrebbe rinunciarvi?

Il vociare di un gruppo di ragazzini davanti al chiosco sotto casa mi diceva che eravamo arrivati a destinazione. Riconobbi uno di loro e lo salutai con un cenno della mano. Lui mi rispose con un ciao e una risata sottomessa ma strafottente. Nel pianerottolo mio zio si fermò a controllare se c’era posta e si incamminò lungo la rampa di scale con un piccolo plico di lettere e dei fogli in mano.

Entrammo in casa. Io mi sedetti nel divano mentre egli diligentemente si accinse ad aprire le buste che aveva ritirato dalla cassetta della posta. Anche quelle che così evidentemente apparivano ai miei occhi come spazzatura pubblicitaria suscitarono la sua attenzione. Guardava la busta, la apriva con la cura che ci vuole per non rischiare di rovinare il contenuto, prendeva il foglio tra le mani ed iniziava a leggere. Se quello che c’era dentro era per lui davvero interessante mi coinvolgeva nell’offerta: "dice che se prendiamo un telefonino a 199E. entro il 25 Dicembre ce ne danno un altro a soli 100E."

"Wow". Ma tu non ne hai già due?

"Sì, però, questo è un discorso diverso. E’ l’offerta di natale. E poi conviene"

Presi in mano la lettera come a voler cercar conferma di quanto andava sostenendo. La pubblicità era indirizzata proprio a lui; nome e cognome sulla busta e lettera di introduzione intestata a Egregio sign. firmata da tale responsabile, proprio come una vera lettera. C’erano anche gli auguri di buone feste. Non lessi realmente le condizioni dell’offerta, ma fui ipnotizzato dalla sua forma, così personale e formale allo stesso tempo. Perfetta per un tipo come lui.

"Fai un po’ tu" gli dissi mentre iniziai un frenetico zapping televisivo.

Quella notte non dormii sonni tranquilli. I sogni che feci erano intrisi delle immagini di tutti gli spot che avevo subito durante il giorno. Fu un sonno a intermittenza che venne realmente interrotto da uno spot televisivo, nonostante mi fossi addormentato guardando la tv ad un volume molto basso. Mi resi conto che durante gli spot il volume cambiava. Lo fanno per ridestare la tua attenzione, cosa che avviene, regolarmente ad ogni interruzione pubblicitaria. Funziona così.

La mattina mi svegliai indispettito. Avrei voluto spegnerli tutti, jingle, venditori, sorrisi e manifesti; cartoline, adesivi, inserti e omaggi, in regalo, buono sconto, raccolte punti, prendi tre e paghi due. Tutti, indistintamente.

 

*** *** *** *** ***

 

Voglio spedire tremila sms per fare gli auguri natalizi? "Certo che no", rispondo a mia madre.

"Peccato. Dice che se compri questo coso a Dicembre puoi mandare tremila messaggini gratis."

"Stai attenta all’artrite" le dico e aggiungo: "Ho sentito di un tale che è finito all’ospedale per troppi sms"

Era vero. Fu una notizia uscita qualche tempo fa sui giornali.

Sembra ci sia un certo interesse agli usi e le conseguenze degli sms. Spesso ti salvano la vita ma altrettanto spesso te la fottono, specialmente se vengono intercettati. Almeno questo è ciò che si sente dire.

Il 26 dicembre è diventata poi tradizionale la notizia su quanti se ne sono mandati il giorno di natale per farsi gli auguri. Le persone reagiscono con orgoglio a queste cifre. Un po’ come quando senti che un italiano ha vinto la medaglia d’oro di tiro al piattello. Italiani popolo di navigatori, poeti e ben auguranti, grandissimi nel tiro a piattello.

Quella mattina, mentre pensavo a queste cose, sarei dovuto andare dall’altra parte della città a ritirare una stampa che una mia amica aveva fatto fare per una mostra. La stampa doveva essere voluminosa ma io decisi di andare a ritirarla comunque a piedi. Era una bella giornata, e sebbene il sole era di quelli pallidi e invernali, mi andava di farmi un giro.

Arrivai in poco tempo a destinazione, entrai nello studio e dopo pochi istanti ero di nuovo in strada, ma questa volta con un ingombrante poster tra le mani. Sbirciai il contenuto e visto che la cosa mi parve interessante decisi di trovare un spazio per poterlo srotolare del tutto.

A pochi isolati da lì doveva esserci un parco. Mi incamminai, tornai sui miei passi diverse volte ma alla fine riuscii a trovarlo. Al suo interno ci doveva essere una pista di pattinaggio. Non mi fidavo dell’erba che poteva essere umida dalla pioggia della sera prima.

L’immagine nel suo complesso non mi diceva granché. Mi sembrava confusionaria. Ma tante delle singole immagini che la componevano erano invece di una straordinaria forza.

Quel poster fu una rivelazione.

Tornai rapidamente sulla strada verso casa ma quando vidi sfrecciare in lontananza il 25 mi fiondai alla fermata dell’autobus per cercare di prenderlo.

La mia idea era semplice. Presi un taglierino e diverse lame di ricambio e mi diressi verso il centro: dovevo fare presto, mancavano soltanto pochi giorni al Natale. In lontananza vidi alcuni manifesti di grandi dimensioni. Mi avvicinai e abbastanza rapidamente riuscii a ritagliare alcuni bei faccioni. Poi fu la volta di qualche culo, un paio di tette che - Wow! - ,diversi animali e molti oggetti tra cui un bicchiere di latte, un cappio attaccato alla testa di un gallo, una falce e telefonini in quantità. Arrotolato tutto alla meglio, tornai a casa.

Ero visibilmente eccitato. Tutto questo trambusto mi aveva fatto dimenticare di mangiare. Non avevo certo la testa per poter cucinare qualcosa, optai allora per una pizza express: a casa tua in 5 minuti e se ne avessi ordinata una maxi avrei avuto anche una bibita in omaggio. Vada per la bibita allora.

Quella sera non combinai più nulla perché in breve tempo caddi svenuto sul divano.

Lo squillo del telefono mi svegliò la mattina dopo. Erano le 9.30 e io dovevo fare ancora tutto il lavoro per confezionare il mio regalo di Natale. Accatastai il materiale che avevo raccolto la sera prima in un angolo della stanza e preso il primo ritaglio dal mucchio, lo sistemai sulla mia scrivania. Era un orso. Un bell’orso bianco. Guardando l’immagine da così vicino notai che non era così nitida come appare quando sei in macchina in tangenziale. Se fosse stata una foto del pc, avrei detto che era pixelata, ovvero fatta di tanti piccoli quadratini che da lontano, ingannando il debole occhi umano, danno la percezione della foto ma da vicino non riescono a nascondere il trucco. Il principio nelle foto di grandi dimensioni doveva essere dunque, più o meno, lo stesso.

Quello che dovevo fare adesso era rifinire tutte le immagini che avevo ritagliato frettolosamente la sera prima. Volevo che ognuna di esse fosse ben definita lungo i contorni in modo da eliminare qualsiasi riferimento al contesto da cui era stata prelevata. Fu un lavoraccio che mi occupò tutta la giornata e anche dopo tutto quella faticaccia non avevo ancora fatto nulla. Mi aspettava ancora tutta una nottata di lavoro. Saremmo stati io e Santa Claus a dividercelo quella notte. Ma al suo risveglio la città avrebbe avuto il suo regalo di Natale.

 

*** *** *** *** ***

 

Il pranzo del 25 Dicembre è tradizione nella mia famiglia passarlo insieme. E’ il nostro natale, quello. Non per tutti funziona allo stesso modo, la maggior parte delle famiglie si riunisce la notte del 24 ad esempio, e aspetta l’arrivo del 25 un po’ come si aspetta la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno. E’ la festa stessa del natale ad essere tutt’altro che omogenea. In essa c’è una strana mescolanza di sacro e profano anche all’interno di quei simboli che sembrano oggi essere parte integrante del Natale Cristiano. E’ una legge legata agli innesti culturali. Nessuno è disposto a rivoluzionare la propria vita dall’oggi al domani e allora il nuovo, sia esso una festa, una religione, un piatto gastronomico o una lingua si adagia nel letto della tradizione, preleva da esso e pian piano apporta modifiche dall’interno, mantenendo e facendo proprie le forme di maggior successo.

Solitamente mio zio passa a prendermi intorno alle 12, poi andiamo a prendere mia madre e mio cugino e insieme partiamo alla volta di casa della mia nonna materna.

Lungo la strada c’è un clima frizzante. La giornata è fredda ma luminosa e le persone sembravano appassionate nei discorsi che fanno agli angoli delle strade. Nonostante la nottata in bianco non ho sonno; mi sento un po’ sgualcito certo, ma sono sensazioni ormai passate in secondo piano. Si tratta soltanto di attendere ora: le reazioni dei miei concittadini non si sarebbero fatte attendere per molto; non vedo l’ora di gustarmi gli effetti dell’aver mischiato le carte al panorama delle immagini natalizie disseminate ovunque. Come avrebbero reagito a quel babbo natale della pubblicità dei biscotti a cui improvvisamente erano spuntate due teste da alieno? O a quella super SUV giapponese guidata da una coppia di capponi? In centro non era rimasto neanche un manifesto di grandi dimensioni integro. Avevamo ritoccato tutte le immagini, aggiungendo, dipingendo, scrivendo, svelando in qualche caso il messaggio nascosto tra le righe. Sarebbe bastato soltanto attendere un pò.

In macchina si parla d’altro: tempo, cappotti, calzature, tempo. E poi lavoro, macchine, tempo e suonerie. Nessuno dice niente dei manifesti. Passiamo davanti ad almeno dieci di essi, ma sembrano invisibili ai loro occhi. Non mi va di dire niente, ma faccio dei vistosi movimenti col capo come a manifestare sorpresa per qualcosa che sta fuori la macchina. Ancora niente. Inizio a scoraggiarmi. Possibile che nessuno si accorga di nulla? Vorrei vedere attraverso i loro occhi.

Il pranzo è una parentesi, lunga e sfiancante. Sono di nuovo in macchina questa volta ma nel senso di marcia inverso. Continuo a guardare fuori, continuo a far finta di mostrare meraviglia per quei manifesti che stanno dall’altra parte del vetro. Il torpore inizia a prendermi. Abbiamo mangiato e bevuto una quantità si cibo tale che in condizioni normali sarebbe bastato per una settimana. Mentre con il volto sto appiccicato al finestrino mi sembra addirittura che le persone accelerino il passo davanti alle pubblicità. Chiudo gli occhi, il movimento della macchina è come una ninna nanna e ormai non resta più nulla da fare. Nei miei sogni la nostra macchina si scontra con un’enorme SUV guidata da due capponi.

postato da: Hotellunge alle ore 02/01/2006 18:37 | link | commenti
categorie: racconti, storytelling, racconto di natale

Racconto di Natale #4- Racconto di Fanshawe 

Sono el despertador. Santa miró la hora, las seis de la mañana, joe. Vistazo a la habitación, los regalos apelotonados, los renos de mala leche, vaya frío, ostia, y encima nevando.

- "Paso" - pensó. Y se tapó hasta las cejas.

postato da: Hotellunge alle ore 02/01/2006 18:31 | link | commenti
categorie: racconti, storytelling, racconto di natale

Racconti di Natale #3- Racconto di Natale di Panzallaria 

Una bimba era molto grassa e la mamma decise che doveva andare dal dietologo per dimagrire e poter acquistare un completino di Kelly Kelly da indossare il giorno di natale. La mamma ci teneva che la bambina fosse la più bella tra tutti i cuginetti al pranzo dai nonni e perché ciò potesse accadere doveva assolutamente dimagrire.

Il dietologo visitò la bambina la prima volta a novembre; l'appuntamento prenatalizio sarebbe stato il 23 dicembre, per controllare quanti kili avesse perso la bambina nel frattempo.

La bambina aveva molta fame e alla notte si sognava zuccheri filati e frittelle di mele; ma la mamma - che ci teneva a dimostrar alla cognata quanto fosse bella la sua bimba - controllava il buon andamento della dieta.

Alla fine la bimba era davvero dimagrita un bel pò e pensò bene, per festeggiare degnamente il natale, di mangiarsi tutto intero il dietologo, con contorno di mamma, il giorno della visita.

Era talmente affamata che li aveva scambiati per krafen alla crema.

postato da: Hotellunge alle ore 02/01/2006 18:22 | link | commenti
categorie: racconti, storytelling, racconto di natale

Racconti di Natale #2- Vecchie che si ribaltano di Daniil Charms 

Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.
Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.
Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.
Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano.

postato da: Hotellunge alle ore 02/01/2006 18:13 | link | commenti
categorie: racconti, storytelling, racconto di natale

Racconti di Natale #1 - Il racconto di Natale di Auggie Wren di Paul Auster 

 

Ho sentito questa storia da Auggie Wren. Siccome Auggie non ne viene fuori molto bene, almeno non bene come egli avrebbe voluto, mi ha chiesto di non usare il suo nome vero. A parte questo, tutti i fatti sul portafoglio smarrito, sulla donna cieca e sulla cena di Natale sono come lui me li ha raccontati.

Auggie ed io ci conosciamo da quasi undici anni ormai. Lavora dietro il bancone di una tabaccheria su Court Street a Brooklyn downtown, e visto che quello è l’unico posto che importa le sigarette olandesi che fumo io, vado lì abbastanza spesso. Per lungo tempo non gli ho prestato molta attenzione. Era soltanto lo strano omuncolo che indossava una felpa blu sudata col cappuccio, che vendeva sigarette e riviste, il buontempone malizioso che aveva sempre qualche cosa spiritosa da dire sul tempo, i Mets o i politici di Washington, e questo era il limite.

Ma poi un giorno, diversi anni fa, gli capitò di stare a guardare una rivista del negozio, e fini per caso su una recensione di uno dei miei libri. Sapeva che ero io perché una foto accompagnava la recensione, e dopo questo le cose cambiarono tra di noi. Non ero più soltanto un cliente per Auggie, ero diventato una persona distinta. Alla maggior parte della gente non potrebbe interessare di meno libri e scrittori, ma venne fuori che Auggie considerava se stesso un artista. Ora che aveva rotto il secreto su chi fossi, mi considerò un alleato, un confidente, un commilitone. Per dire la verità, trovai questa cosa abbastanza imbarazzante. Quindi, quasi inevitabilmente, venne il momento in cui mi chiese se avessi voluto guardare le sue fotografie. Considerato il suo entusiasmo e la sua buona volontà sembrava non esserci possibilità di scoraggiarlo.

 

Dio sa cosa mi aspettavo. Tanto per cominciare non era ciò che Auggie mi mostrò il giorno seguente. In una piccola stanza senza finestre sul retro del negozio, aprì un cartone e ne tiro fuori dodici identici album fotografici. Questo era il lavoro della sua vita, disse, e non gli prendeva neanche cinque minuti al giorno per farlo. Ogni mattina da dodici anni a questa parte, si era appostato all’angolo tra Atlantic avenue e Clinton street, alle sette precise e aveva scattato una singola fotografia a colori esattamente dallo stesso angolo. Il progetto è arrivato ora a più di quattromila fotografie. Ogni album rappresenta un anno differente, e tutte le fotografie sono ordinate in sequenza dal primo Gennaio al trentuno Dicembre, con le date meticolosamente segnate sotto ciascuna di esse.

 

Mentre scorrevo gli album e cominciavo a studiare il lavoro di Auggie, non sapevo cosa pensare. La mia prima impressione fu che quello era la cosa più strana e più assurda che avessi mai visto. Tutte le foto erano identiche. L’intero progetto era un fredda scarica di ripetizioni, la stessa strada e gli stessi palazzi, ancora e ancora, un inesorabile delirio di immagini ridondanti. Non potevo pensare a niente da dire ad Auggie così ho continuato a voltare le pagine, annuendo con la testa facendo finta di apprezzare. Anche Auggie sembrava imperturbabile mentre mi guardava con un largo sorriso sul volto, ma dopo aver visto che ero stato lì per diversi minuti, improvvisamente mi interruppe e disse: "Vai troppo svelto. Non ci arriverai mai se non rallenti."

 

Aveva ragione, ovviamente. Se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente. Presi un altro album e mi sforzai di procedere più attentamente. Prestai maggiore attenzione ai dettegli, presi nota dei cambiamenti del clima, osservai le variazioni d’angolatura della luce con il procedere delle stagioni. In breve fui in grado di notare le differenze del flusso del traffico, di anticipare il ritmo dei giorni (il tumulto delle mattine lavorative, la relativa tranquillità dei fine settimana, il contrasto tra i Sabati e le Domeniche). E poi, poco alla volta ho iniziato a riconoscere i volti delle persone sullo sfondo, i passanti sulla loro strada per il lavoro, le stesse persone nello stesso punto ogni mattina, mentre vivono un instante delle loro vite nel campo della macchina fotografica di Auggie.

 

Una volta che li ho riconosciuti, ho iniziato a studiare la loro situazione, la maniera con cui si trascinavano da un giorno all’altro, cercando di scoprire il loro stato d’animo attraverso queste informazioni superficiali, come se potessi immaginarmi storie per loro, come se potessi penetrare nel dramma invisibile chiuso dentro i loro corpi. Presi un altro album. Non ero più annoiato e neanche imbarazzato come ero all’inizio. Auggie stava fotografando il tempo, realizzai, sia il tempo naturale che quello umano, e lo stava facendo piantandosi in un minuscolo angolo del mondo, desiderando che fosse il proprio mentre vigilava nello spazio che aveva scelto per se stesso. Mentre mi guardava leggere attentamente il suo lavoro, Auggie seguitava a sorridere con soddisfazione. Quindi, quasi stesse leggendo nei miei pensieri, cominciò a recitare un verso di Shakespeare: "Tomorrow and tomorrow and tomorrow," moromorò sottovoce, "time creeps on its petty pace." Capii che sapeva esattamente che cosa stava facendo.

 

Questo è stato più di duemila foto fa. Da quella volta Auguie ed io abbiamo discusso molte volte del suo lavoro, ma è stato soltanto la settimana scorsa che ho saputo come si era procurato la macchina fotografica e come ha iniziato a fotografare la prima volta. E’ il soggetto della storia che mi ha raccontato e sto ancora sforzandomi di dargli un senso.

 

Poco prima di quella settimana un tizio del New York Times, mi chiama e mi chiede se avessi voluto scrivere un racconto che sarebbe apparso nel giornale le mattina di Natale. Il mio prima impulso fu quello di dire di no, ma l’uomo fu ammaliante e persistente, e alla fine della conversazione gli dissi che avrei tentato. Dal momento che riattaccai il telefono, mi sentii sprofondare nel panico profondo. Che cosa sapevo del natale? Mi sono chiesto. Che cose ne sapevo dello scrivere racconti su commissioni?

 

Ho passato i successivi giorni nella disperazione, combattendo con i fantasmi di Dickens, O. Henry e altri campioni dello spirito natalizio. L’esatta frase Racconto di Natale comportava spiacevoli associazioni per me, evocando insopportabili sfoghi di miele e melassa. Anche nella migliore delle ipotesi i racconti natalizi erano non più che sogni di appagamento, favole per adulti, e che possa essere dannato se avessi permesso a me stesso di scrivere qualche cosa del genere. E ancora come potrebbe qualcuno prefiggersi di scrivere una storia di Natale non sentimentale? Era una contraddizione in termini, un paradosso, un rompicapo vero e proprio.

Si potrebbe immaginare meglio un cavallo da corsa senza gambe o un passero senza ali.

 

Non sono arrivato da nessuna parte. Il martedì uscii per fare una lunga passeggiata, sperando che l’aria mi avrebbe schiarito le idee. Appena passato mezzogiorno mi fermai al negozio di sigari per rifornire la mia scorta e li c’era Auggie, in piedi dietro la cassa come sempre. Mi chiese come stavo. Senza realmente volerlo mi ritrovai a sfogare i miei problemi con lui. "Un racconto di natale?" disse dopo che avevo finito. "Tutto qui? Se mi offri il pranzo, amico mio, ti racconterò il miglior racconto di natale che hai mai sentito. E ti garantisco che ogni parola di esso è vera.

 

Camminammo verso il quartiere dove stava Jack, un buco allegro dove servivano degli ottimi sandwich e pieno di fotografie dei Dogers appese al muro. Trovammo un tavolo in fondo, ordinammo da mangiare e quindi Auggie si lanciò nella sua storia.

 

"Era l’estate del settantadue" disse. " Un ragazzino arrivò una mattina e iniziò a rubare dal negozio. Doveva avere circa diciannove o venti anni e credo di non aver visto mai un taccheggiatore più patetico nella mia vita. Stava vicino alla rastrelliera dei giornali vicino al muro lontano e si riempiva la tasca del cappotto di libri. Al momento attorno alla cassa era affollato così all’inizio non lo vidi. Ma quando ho notato che cosa stava combinando, iniziai a strillare. Partii come un coniglio a nel tempo in cui mi sono districato per uscire da dietro la cassa stava già correndo a tutta velocità giù per Atlantic Avevue. L’ho inseguito per un po’ ma poi ho rinunciato. Aveva lasciato cadere qualcosa lungo la strada e siccome non me la sentivo più di correre mi piegai a vedere che cos’era.

 

Risultò che fosse il suo portafoglio. Non c’erano soldi dentro, ma c’era la sua patente con tre o quattro fototessere. Penso che avrei dovuto chiamare i poliziotti e farlo arrestare. Avevo il suo nome e l’indirizzo dalla patente, ma mi sentivo un po’ dispiaciuto per lui. Era un piccolo misero punk, e una volta che avevo visto quelle foto nel portafoglio non riuscii ad essere veramente arrabbiato con lui. Robert Goodwin. Era questo il suo nome. In una delle foto, mi ricordo, stava con il braccio intorno alla madre o alla nonna. In un’altra stava seduto all’età si nove o dieci anni, vestito con l’uniforme da baseball e un grande sorriso stampato in volto. Non né ho avuto il fegato, ecco. Era probabilmente drogato, ho immaginato. Un ragazzo povero di Brooklyn senza molta fortuna e chi se ne fregava di un paio di rivistaccie, in ogni caso?

 

"Alla fine mi tenni stretto il portafoglio. Di tanto in tanto sentivo l’impulso di spedirglielo indietro ma ho continuato a rimandare e non ho fatto mai niente. Quindi arriva il natale ed io non ho nulla da fare.

Il capo solitamente mi invita da lui a passare la giornata ma quell’anno lui e la sua famiglia erano giù in Florida a far visita ai parenti. Quindi sto seduto nel mio appartamento quella mattina sentendomi un po’ dispiaciuto per me stesso quando vedo il portafoglio di Robert Goodwin che giaceva in una mensola in cucina. Penso, cazzo perché non fare qualche cosa di carino per una volta così mi metto il cappotto e vado fuori per restituire il portafoglio di persona.

 

L’indirizzo era su a Boerum Hill, da qualche parte nei quartieri popolari. Si congelava quel giorno e mi ricordo di essermi perso diverse volte cercando di trovare il palazzo giusto. Tutto sembrava uguale in quel posto, tu continui ad andare intorno allo stesso posto pensando di essere altrove. In ogni caso raggiungo finalmente l’appartamento che sto cercando e suono il campanello. Non succede niente. Deduco che non c’è nessuno, ma provo ancora giusto per essere sicuro. Aspetto un po’ di più e proprio nel momento in cui sto per rinunciare, sento qualcuno trascinarsi verso la porta. Una voce di donna anziana mi chiede chi è e io dico che sto cercando Robert Goodwin. ‘Sei tu Robert?’ dice la vecchia, e quindi da circa quindici giri alla serratura e apre la porta.

 

"Doveva avere massimo ottanta, forse novant’anni e la prima cosa che ho notato di lei è che era cieca. ‘Sapevo che saresti venuto Robert’ disse ‘Sapevo che non ti saresti scordato di tua nonna Ethel a natale. Quindi allarga le braccia come se stesse per abbracciarmi.

 

"Non avevo molto tempo per pensare, capisci. Dovevo dire qualcosa velocemente e prima che sapessi che cosa stesse succedendo potei sentire le parole uscire dalla mia bocca. ‘E’ vero nonna Ethel’, dissi. ‘Sono tornato per venire a trovarti a natale. Non chiedermi perché l’ho fatto. Non ne ho idea. Forse non la volevo dispiacere o qualcosa del genere, non lo so. Mi è venuto fuori così e dopo questa vecchia donna improvvisamente mi stava abbracciando davanti alla porta, ed io la stavo abbracciando a mia volta.

 

" Non dissi esattamente che ero suo nipote. Non con molte parole in ogni caso ma questa fu la conseguenza. Non stavo neanche cercando di ingannarla. Era come un gioco che entrambi avevamo deciso di fare senza dover discutere delle regole. Voglio dire, quella donna sapeva che non ero suo nipote Robert. Era vecchia e mezza matta ma non era così andata da non poter distinguere tra un estraneo e il sangue del suo sangue. Ma la rendeva felice fare finta, e visto che io non avevo niente di meglio da fare comunque, ero contento di proseguire con lei.

 

"Quindi entrammo nell’appartamento e passammo la giornata insieme. Il posto era veramente un letamaio, potrei aggiungere, ma cosa puoi aspettarti da una donna cieca che fa da sola i lavori di casa? Ogni volta che mi faceva una domanda su come andava le mentivo. Le ho raccontato che avevo trovato un buon lavoro al negozio di sigari, le ho raccontato che stavo per sposarmi, le ho raccontato un centinaio di storie simpatiche, e lei si comportava come se credeva ad ognuna di esse. ‘Va bene, Robert’ diceva muovendo la testa mentre sorrideva. ‘Ho sempre saputo che le cose avrebbero funzionato per te.’

 

Dopo un po’ ho iniziato ad avere abbastanza fame. Non sembrava che ci fosse da mangiare a sufficienza in casa allora sono andato in un negozio in zona e ho portato un casino di cose. Un pollo precotto, una zuppa vegetale, una vaschetta di insalata di patate, una torta di cioccolato, ogni genere di cose. Ethel aveva un paio di bottiglie di vino stipate in camera, e alla fine tra lei e me mettemmo decentemente insieme una dignitosa cena di natale

Entrambi diventammo un po’ alticci dal vino, mi ricordo, e dopo che il cibo finì uscimmo per sederci in sala, dove le sedie erano più comode. Dovevo fare pipì, quindi mi scusai e andai nel bagno in fondo al corridoio. Questo è dove le cose fecero una nuova svolta. Era già abbastanza sciocco fare questo gioco del nipote di Ethel, ma quello che feci dopo fu assolutamente folle e non mi perdonerò mai per questo.

 

"Vado in bagno e ammassata davanti al muro vicino alla doccia, vedo una pila di sei o sette macchine fotografiche. Nuove trentacinque millimetri, ancora nelle scatole, merce di prima qualità. Immagino che quello è opera del vero Robert, un magazzino per i suoi ultimi furti. Non avevo mai fatto una foto in vita mia, e sicuramente non avevo mai rubato niente, ma nel momento che ho visto quelle macchine in bagno, ho deciso che volevo averne una per me. Così. E senza neanche fermarmi a pensarci, ho preso una di quelle scatole sotto il braccio e sono tornato in salotto.

 

"Non dovevo essermi assentato per più di tre minuti, ma in quel tempo nonna Ethel si era addormentata nella sedia. Troppo Chianti, immagino. Andai in cucina per lavare i piatti e lei dormì durante tutto il baccano russando come un bambino. Non c’era nessun motivo per svegliarla così decisi di andare. Non avrei neanche potuto scriverle un biglietto per salutarla, considerando che era ceca e tutto il resto, perciò me ne andai soltanto. Lasciai il portafoglio di suo nipote sul tavolo, presi di nuovo la macchina fotografica e camminai fuori dall’appartamento. E questa è la fine della storia."

 

"Sei mai tornato a trovarla?" chiesi

 

"Una volta" disse. "Circa tre o quattro mesi dopo. Mi sentivo veramente male per aver rubato la macchina fotografica, non la avevo neanche usata ancora. Finalmente mi misi in testa di restituirla, ma Ethel non era più lì. Non so che cosa le è successo, ma qualcun altro si era trasferito nell’appartamento, e non seppe dirmi dove era.

 

"Probabilmente è morta."

 

"Già, probabilmente."

 

"Questo significa che ha passato il suo ultimo natale con te"

"Penso di sì. Non l’ho mai vista in questo modo."

"E’ stata una buona azione, Auggie. E’ stata una cosa carina che hai fatto per lei."

"Le ho mentito, e dopo ho anche rubato da lei. Non vedo come tu puoi chiamarla buona azione."

 

"L’hai fatta felice. E le macchine erano in ogni caso rubate. Non è come se la persona da cui le hai prese le possedeva sul serio."

 

"Qualsiasi cosa per l’arte, eh, Paul?"

"Non lo avrei detto. Ma alla fine hai usato le macchine per un buono scopo."

"E ora hai la tua storia di natale, no?

"Sì," dissi. "Penso di sì."

Mi fermai un momento per studiare Auggie mentre un gigno malizioso si apriva sul suo volto. Non potevo esserne sicuro, ma i suoi occhi in quel momento apparivano misteriosi, così carichi di una specie di bagliore interiore, che improvvisamente mi venne in mente che avesse costruito tutta la storia. Ero sul punto di chiedergli se mi avesse raccontando frottole, ma poi mi resi conto che non lo avrei mai fatto. Sono stato convinto a crederci e questo era l’unica cosa che contava. Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera.

 

"Sei un asso, Augie." Dissi. "Grazie per essere così d’aiuto."

 

"Ogni volta" rispose, guardandomi ancora con quella luce maniacale negli occhi. "Dopo tutto, se non puoi condividere i tuoi segreti con gli amici, che razza di amico saresti?"

 

"Mi sa che te ne devo uno."

 

"No, non devi. Buttala giù così come te l’ho raccontata io e non mi devi nulla."

 

"Eccetto il pranzo"

 

"E’ vero. Eccetto il pranzo."

 

Contraccambiai il sorriso di Auggie con un sorriso dei miei, dopo chiamai la cameriera e le chiesi il conto.

postato da: Hotellunge alle ore 02/01/2006 18:01 | link | commenti
categorie: racconti, storytelling, racconto di natale

Racconti di Natale 

Come promesso, pubblico nei post successivi i racconti di natale che sono arrivati al blog. Ringranzio tutti quelli che in forme diverse hanno partecipato.

Che il 2006 vi sia propizio.

postato da: Hotellunge alle ore 02/01/2006 17:54 | link | commenti
categorie: racconto di natale