"La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono."
Per tornare velocemente al discorso di ieri, ecco, io non voglio infierire né tantomeno stare qui ad approfittarmi di situazioni difficili; però guardatevi il video della proclamazione del vincitore del premio Strega che trovate QUI. Le facce del povero Antonio Scurati, beffato per un solo voto di scarto, sono eccezionali.
Povero Antonio, vendite da capogiro, fama e interviste per un anno sfumate per un solo, miserissimo, voto.


È nata l’Officina Letteraria Bartleby.


"Ecco, secondo me con Melissa P. c'è una sola cosa da fare. La prendi. La metti a novanta appoggiata ad un tavolo. Poi prendi Lolita di Nabokov. Strappi le pagine. Gliele infili una per una nel culo. Dopo un po', per osmosi, qualcosa assimila per forza."
[tratto da FaM, 28 Ottobre '03]
Leggendo la classifica dei libri più venduti sono rimasto inquietato da una cosa. Togliete le posizioni, 6, 7, 8. In quel che rimane, prevale un forte senso religioso. Viene evocato Dio in ben due titoli, poi troviamo la parola, chiostri, morti, il titolo che potrebbe essere uno slogan di propaganda cattolica: "La fortuna non esiste" e l'apocalittico "La fine del mondo". Per finire la perfetta dicotomia biblica "Angeli e demoni".
Tutto torna: la crisi, l'ascesa dell'uomo forte, il ritorno della superstizione.
Prevedo tempi cupissimi.
Ecco un video (per altro straordinario) in perfetto stile web 2.0.
Questo genere di fenomi non iniziano ad essere ormai tremendamente obsoleti?

![]()

Ok. Ci siamo. E' arrivato il grande giorno di Micah P. Hinson. Nell' ultima serata della stagione del Bronson, tra l'altro. Roba grossa. L'eccitazione si percepiva già leggendo i forum in rete. Su Last Fm qualcuno diceva, "ragazzi occhio a Torino è stato una merda" (e chissà come mai qualcun'altro replicava dicendo da noi, vedrai, sarà diverso).
No. Non è stato diverso. Il sig.re Micah in grande spolvero, nulla da dire. Ma certo, una band vera non avrebbe guastato. Magari con un tastierista che non avesse implicazioni sentimentali con il cantante, ad esempio. Oppure che se anche ce le avesse avute che questo non diventasse uno scudo dietro il quale cancellare la totale mancanza di capacità musicale. Per dire. Non avrebbe guastato.
Il risultato è stato la perdita totale di tutta la richezza compositiva presente in studio. Dov'erano gli archi? le percussioni? le trombe? Dov'erano i cori? Dov'eri Micah quando hai preparato la tournè? A controllare il conto in banca tuo e della tua signora?
Qui trovate le sempre pepate reazioni a questo post sulla bacheca di Last FM
photo by pilot_10






Quando arrivo in hotel, Federica sta sorridendo ad un cliente. I due sembrano impegnati in una conversazione molto interessante, per lo meno a giudicare dalla faccia di Federica che è la sola che riesco a vedere quando varco la doppia porta automatica. Tuttavia mi basta osservare di spalle le movenze del suo interlocutore, per capire che cosa stia succedendo realmente. Non è la prima volta che la sorprendo presa ad ascoltare qualcuno dall’altra parte del bancone, né è la prima volta che le vedo dipinto in volto quel sorriso estasiato. Federica è una ragazza che fa il suo effetto, è sempre impeccabile nell’aspetto e ha tutte quelle caratteristiche che agli uomini non sfuggono di certo; ogni suo gesto è, per così dire, carico di una profonda consapevolezza dei propri mezzi.
Di sicuro tutto questo non è sfuggito al dott. Sandri, che ama spesso e volentieri, intrattenersi con lei per godere di quello stesso sorriso. E’ incredibile come i discorsi diventino a volte soltanto dei superflui elementi accessori o tutt’al più decorativi, come la colonna sonora in certi film. Quando vedo Federica e il dott. Sandri conversare ho sempre la sensazione che il vero discorso avvenga ad un altro livello; un livello che soltanto in rari casi coincide con quanto espresso dalle parole.
Tanto quanto ottimi sono i rapporti tra loro due, così pessimi lo sono tra me e lei, come testimonia fedelmente quell’espressione disgustata che fa quando mi vede: l’inequivocabile smorfia, tipica di chi ha appena pestato una merda. Io ci sono abituato e non ci faccio caso, anche se all’inizio questo essere così palesemente disprezzato dalla ragazza più carina dell’hotel mi ha creato qualche complesso. Col passare del tempo però le cose sono maturate, abbiamo approfondito la nostra conoscenza; lei mi ha mostrato i suoi interessi, giorno dopo giorno mi ha reso accessibili anche le stanze più segrete del suo animo e a quel punto, anch’io ho iniziato ad avere quella sua stessa identica espressione dipinta in volto. Ci odiamo cordialmente, Federica ed io, con l’unica differenza che mentre io mi limito ad ignorarla, lei cerca quotidianamente di farmi terra bruciata intorno con lo scopo, neanche così celato, di rendermi la vita un inferno.
L’ultima è stata quella di convincere il direttore a fissare l’appuntamento mensile con il dott. Carduzzi alle otto del mattino, perché altrimenti lei non sarebbe in nessun caso potuta venire. Poverini, li capisco. Mettetevi nei loro panni:
Allora, tutti d'accordo? La riunione è fissata per Martedì alle sedici.
Ma come alle sedici?
Bè sì, così può farcela anche Ariel, dopo che ha riposato dal turno di notte.
Mi scusi sig. re Sandri….
No, no Federica, chiamami pure Alfonso.
(ride divertita) Sì certo. Mi scusi, sig. re Alfonso, io non posso proprio alle sedici, lo sa, ho la mia lezione di capoeira.
Oh, certo certo Federica. La lezione di capoeira. Come ho fatto a dimenticarmene…
Per lei va bene se facciamo alle otto?
Per me va benissimo. Tutti d’accordo? Perfetto. Ci vediamo Martedì alle otto.
Su, non fate gli ipocriti. Voi tra un individuo semi incosciente con due occhiaie fisse come quelle di un panda e una che sembra venuta fuori direttamente dall’edizione speciale di Vogue, con chi avreste voluto passare quelle interminabili ore della riunione aziendale?
Ormai so a memoria il copione. Sarebbe del tutto inutile telefonare al Dott. Sandri. Inizierebbe a menarmela con la solita storia di Gianni Morandi, che alla sua età gioca ancora a calcio, che l’importante è saper vedere il bicchiere mezzo pieno e tutta una caterva di stronzate del genere. Dio solo sa quanto odi il suo ottimismo da spiaggia.
A questo punto che posso farci? Tanto vale non sprecare fiato inutile e cercare, da qui a domani, di sfruttare ogni momento per accumulare più sonno possibile; ormai ho una certa esperienza, riuscirò a cavarmela.
Del resto non ho scelta. Da escludere l’ipotesi di non presentarmi alla riunione. Federica lo sa bene; sa di avermi tirato un colpo basso. E’ una questione pressoché matematica. Più è estesa la superficie occupata dalle sue parole nell’asse spazio tempo, più è probabile che me l’abbia fatta sporca. Sentite quel C i a o o o o. B u o n l a v o o r o o o. Che mi fa al cambio turno. E’ sospetto come un infiltrato della Digos vestito da giovane. Ma io non cedo alle sue provocazioni e mi limito alla normale amministrazione. Nessun sorriso superfluo, nessuna attenzione extra lavorativa. Potrebbe scoppiarmi in lacrime tra le braccia e sono sicuro che non proverei nessuna emozione. Per me è come un personaggio venuto male in uno di quei film di Natale. Andando a stringere, reagirei alla sua completa scomparsa dal pianeta terra con la stessa partecipazione con cui saluterei l’estinzione della Karsenia Koreana.
Mentre con il dott. Carduzzi la faccenda è più complicata; è una delle persone più temibili in cui abbia mai avuto la sfortuna di imbattermi. E’ una sorta di guru degli hotel della Romagna. Ogni sua ora di lezione costa carissima, ma dopo un corso completo sotto l’egida implacabile del suo sguardo, tutto il personale degli hotel in cui è stato chiamato cambia radicalmente. Il suo non è un lavoro ed egli certo non lo fa per soldi. Assomiglia di più ad un missionario. Non viene da te per insegnarti qualcosa. Viene a farti capire di che cosa tu hai veramente bisogno.
La notizia cattiva è che quasi sempre ci riesce.
(to be continued...)
(leggi la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte)
photo by Anton Corbijn - London 1993 - LipanjePuntin (Trieste) - Torch (Amsterdam)

Recentemente mi sono trovato coinvolto, con un certo interesse, in avvenimenti che più nazional popolari non si può. Prendete S.Remo. E quel pupazzetto adorabile di Arisa, con la sua canzone che è come uno zuccherino di quelli che ti dava la nonna quando fuori erano solo fulmini e saette. A me è piaciuta proprio, cantata con gusto, scrittura musicale semplice ed efficace, testo non banale.
Al che l’atroce dubbio: Oddio condivido qualcosa con Bonolis?
Poi c’erano pure gli Afterhours, che pur non essendo sicuramente tra le mie band preferite, sono stati come quando incontri un italiano in vacanza in Lapponia. Che va a finire che sei quasi contento che ci sono pure loro in quel posto lì.
Poi l’altra sera, già che c’ero, visto che mi capita spesso di invertire il giorno con la notte e che quasi ormai mi resta più facile seguire il palinsesto delle tv americane che di quelle italiane, mi sono visto, già che c’ero, pure tutti i premi oscar.
Era davanti al computer e più quella faccenda andava avanti e più le cose si facevano preoccupanti:
attrice protagonista, Kate Winslet; cacchio mica male Kate Winslet che anche se ancora non ho visto the Reader, ho però visto Revolutionary Road dove era proprio brava Kate Winslet.
Attore non protagonista: Heath Ledger; accipicchia proprio bravo Heath, nel Cavaliere Oscuro che quasi che il suo Joker è stato meglio di quello di Jack Nicholson.
Attore protagonista, Sean Penn; corbezzoli che prova quel vecchio frocio di Sean Penn in Milk, che anche se, diciamocelo, qui si tifava tutti per Mickey Rourke che in The Wrestler fa una di quelle parti che sarà difficile dimenticare e che poi a noi ci piace un sacco quando realtà e finzione si mischiano in groviglioni in cui non si capiscono più i confini, resta il fatto che anche Harvey Milk è stato un grandissimo personaggio che ci è piaciuto molto.
Miglior film d’animazione, Wall-e; come dire vince il premio per la danza di quest’anno il sig.re Rudolf Nureyev. Con la Pixar non c’è più storia da anni ormai e Wall-e è uno dei miei film preferiti del 2008, in generale dico.
Miglior Regia, Film e varie, Slumdog Millionaire; che, è vero, ci sarà pure un po’ di retorica in eccesso in Slumdog Millionaire, ma resta un film decisamente bello e poi voi vi ricordate quali film vincevano gli Oscar un tempo? Il gladiatore, Titanic, Braveheart ecc…
Quindi la questione è: o io sto abbassando la guardia oppure le cose iniziano a mischiarsi sul serio.

L’industria cinematografica è alla canna del gas. Tra non molto gli sceneggiatori di Hollywood stazioneranno permanentemente di fronte ai portoni delle chiese, mentre il pubblico, se avete visto Idiocracy, bè se l’avete visto sapete di cosa parlo.
Dopo i film tratti dai fumetti, dopo quelli tratti dai video games, finalmente è arrivato il momento dei film tratti dalle canzoni.
Non molto tempo fa uscì Albakiara (rigorosamente con la k) mentre in questi giorni arriva nelle sale italiane Questo piccolo grande amore.
Tra quanto un film tratto dai libri di Totti e Gattuso?

#6: Sempre più addetti alla selezione del personale cercano informazioni sul candidato per un posto di lavoro proprio su facebook.
#5: Sembra che non sia possibile cancellare definitivamente il proprio account (una prova è la possibilità di riattivarlo in ogni momento), i nostri (vostri) dati rimarranno sui motori di ricerca per anni.
#4: Sul serio desideriamo avere un quadro così esplicito di tutta la rete delle nostre “amicizie”?
#3: Non voglio che la mia compagna delle elementari sappia che ho visitato per 67 volte in un giorno la sua pagina.
#2: Avete mai parlato per più di 2 minuti con il vostro barista?
#1: Non vengo bene nudo in foto
In realtà non riesco a rendermene del tutto conto. Quanto veramente si sta diffondendo il fenomeno Boris? Alle volte mi sembra che la gente non parli d’altro, altre volte invece, mi sembra che soltanto pochissimi eletti abbiano avuto la fortuna di seguire questa serie andata in onda, per il momento, solo su Fox Italia.
Se siete tra i secondi, se siete tra quelli che non sanno di cosa si sta parlando, allora vi consiglio di lanciare il mulo, o di aprire un torrent e digitare queste cinque magiche lettere: BORIS.
Una volta aperto il file compresso troverete 14 episodi di circa 25 minuti ciascuno per la prima serie e altrettanti episodi per la seconda. Nella prima stagione troverete una troupe impegnata a girare una fiction dal nome inequivocabile: Gli Occhi del cuore. Nella seconda serie, ritroverete pressappoco la stessa troupe che sta girando la stessa inequivocabile serie, Gli Occhi del Cuore 2.
Nella prima serie troverete un direttore della fotografia cocainomane, un regista frustrato, e uno schiavo muto. Nella seconda però; bé nella seconda troverete Corrado Guzzanti.
Chevelodicoafà.

Finalmente oggi arriveranno a destinazione, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Renderanno omaggio, si prostreranno, faranno dono. Anche a noi. Via le luminarie dalle strade, via i presepi, via le formule di cortesia natalizie: Mi raccomando faccia buone feste, Tanti Auguri allora, Già iniziata la palestra? Finalmente i prezzi dei voli low cost torneranno low cost, i cenoni torneranno cene, le ragazze la smetteranno di cercare di indossare complicatissima biancheria e soprattutto se si tornerà a casa la sera senza aver trombato, si sarà solamente andati in bianco, senza terribili profezie in agguato. Insomma finalmente potremmo tornare ad essere gli sfigati che eravamo prima.
Tutto tornerà come prima, spero non vi siate abituati. Scordatevi quello che è successo.
Perché per una strana alchimia, sotto le feste tutti i punti di riferimento cambiano: le sale cinematografiche si popolano di film inguardabili e di persone che solitamente non ci mettono mai piede, in compenso la tv diventa luogo gradevole, spariscono serial, reality show e trasmissioni calcistiche per lasciare posto a memorabili filmoni che durante l’anno, se va bene, vengono trasmessi alle 3 di notte. Il primo dell’anno, per dire, su La7, trasmettevano i Quattrocento colpi. Acqua passata.
Per me, senza dubbio, la scena di Natale rimane questa. Un ristorante dell’appennino, fuori la neve che scende, la sala del ristorante gremita e festosa. I camerieri vestiti di tutto punto che servono piatti di tortellini in brodo bollenti, una coppia seduta ad un tavolo adiacente alla finestra. Entrambi guardano verso la sala, non si dicono una parola. Osservano con sguardo impassibile le altre tavolate consumare con ridanciana voracità una portata dopo l’altra. Loro restano impassibili, silenziosi, come di fronte ad un spettacolo. Poi lui fa un gesto, preme un tasto immaginario, sembra non poterne più, ripete quel gesto più volte. Sua moglie si volta verso di lui, e trascina via questa frase, gli fa: Cambia canale, va.
I tempi cambiano, bla bla bla, Piero Sansonetti, direttore di Liberazione che bla bla bla, e Vladimir Luxuria perché come porta avanti la bandiera dei trans gender lei bla bla bla.
Io sono cresciuto tra Piazza Mazzini e Piazza Garibaldi, giocavo a pallone al Parco Kennedy e quando sono andato a New York ho passeggiato con ammirazione nello Strawberry Field dedicato a John Lennon.
Ma in Italia siam fatti così, abbiamo Striscia la Notizia e le veline, abbiamo le letterine, i carramba boys e le zuffe tra le mamme ai provini del Grande Fratello.
Che cosa c’è da scandalizzarsi dunque, per una statua dedicata a Manuela Arcuri – chi?- Manuela Arcuri, simbolo di bellezza e prosperità, fatta costruire nel porticciolo di Porto Cesareo in provincia di Lecce?

(leggi la prima la seconda, la terza parte.)
M
i chiama nuovamente la Sig.ra Carboni dalla stanza 422. E’ agitata. Appena alzo il ricevitore inizia a farfugliarmi frasi che non capisco. E’ in preda ad un attacco di panico. Le dico: Stia calma, Sig.ra Carboni, mi spieghi che cosa è successo. Ma lei riattacca. Continuo a non capire. Fino a un attimo fa mi sembrava così tranquilla. Il telefono squilla ancora. Un unico squillo. Poi di nuovo il silenzio. Deve essere ancora lei. Provo a richiamarla, uno due tre volte. Alla fine alza il ricevitore. Mi dice: C’è qualcuno alla 424. Istintivamente le dico che non è possibile, ma immediatamente mi rendo conto del mio tragico errore. C’è qualcuno alla 424. Mi ripete urlando. Sta accadendo qualcosa di brutto. Sento delle grida. Mi dice sempre più agitata. Le sente? Eh? Le sente? Le rispondo invitandola a stare calma. Le dico che sarei salito su a controllare. Perché intanto non accende il televisore? Le faccio.
Chiamo l’ascensore, ma sono troppo ansioso per aspettare. Salgo le scale due gradini alla volta; mi viene in mente Sandri, il direttore. Si era raccomandato di fare attenzione con lei. Ci aveva detto di cercare di assecondarla il più possibile, perché se fosse successo qualcosa ci saremmo finiti di mezzo noi. Ma che cosa sarebbe potuto accadere? Voglio dire, sì ho venduto per errore la stanza vicino a quella della Sig.ra Carboni, e allora? E allora? E allora? E allora?
Quello che si presenta davanti ai miei occhi è una scena che non dimenticherò tanto facilmente. La Sig.ra Carboni è seduta al centro della stanza vuota: aveva smontato e fatto sparire tutte le forniture. Non c’è traccia del letto, né della scrivania. Sono state smontate tutte le lampade, tranne una; tutte le sedie sono sparite. Lei è imperturbabile, non c’è la minima traccia di senso di colpa nel suo volto. Anzi mi sembra che mi guardi con severità, quasi a volermi dimostrare che quella è la logica conseguenza per la mia scelleratezza. Che cosa ti aspettavi? sembrano dirmi i suoi occhi. Già, che cosa mi aspettavo. A fatica riesco a guardarla e con un filo di voce le chiedo: Sig.ra Carboni, dove è finito il letto? Devo averla delusa ancora una volta. Sbotta leggermente, come se quest’ulteriore dose di spiegazioni fosse del tutto superflua. Si alza dalla sedia con decisione e con passo marziale esce dalla porta; senza dire una parola, mi invita a seguirla. Volta appena l’angolo e si inchioda davanti alla stanza successiva. La 424. Davanti alla porta ci sono tutti i pezzi che ha tolto dalla camera, accatastati con precisione geometrica. Li aveva murati vivi.
Siamo seduti in uno dei tavolini rotondi davanti al bancone del bar, la sig.ra Carboni ed io. Fuori il buio sta ormai perdendo d’intensità e la Sig.ra Rosanna ha già iniziato a infornare le brioche e a riempire la sala delle colazioni di piccole confezioni di marmellata e di burro. Ogni tanto quando passa davanti a noi, mi guarda e con la mano aperta fa quel gesto, come se volesse tagliare a fettine qualcosa nell’aria e che significa: mannaggia a te. Beviamo una tisana, nelle nostre intenzioni ci avrebbe aiutato a rilassarci e far volare via meglio questi ultimi scampoli di notte.
Lei è innamorato. Mi fa. Lo si vede dal suo modo di guardare in faccia le persone.
Io? Bè, no...sì...non saprei. Le rispondo molto sorpreso e imbarazzato.
Non deve giustificarsi, sa. Non c’è nulla di male. Anch’io sono stata innamorata. L’amore della mia vita. Mi dice con una certa rassegnazione, prima di fare una lunga e lenta sorsata da quella tazza bolletnte che sembra essere la sorgente delle sue parole inaspettate.
Sono molto confuso, non riesco a dire una parola, mi sembra addirittura che il suono della mia voce appartenga a qualcun altro. Mi limito a bere anch’io dalla mia tazza, ma l’infuso scotta ancora troppo.
Non deve pensarci. Da quanto tempo è che non si guarda allo specchio? Mi chiede. Istintivamente mi porto le mani ai capelli; cerco di pettinarmi. E' un gesto scioccho, me ne pento subito. Pensare troppo fa male, si prendono strade incontrollabili, ci si perde. Mi dice. Anch’io sono stata innamorata di un uomo; un uomo dolce che quando mi chiamava uccellino significava che voleva che andassi a beccare nella sua mano. Pensare fa male. Ripete. Ci sono molte strade. Mi dice. Ci sono molte strade che ci si distendono davanti agli occhi, senza il bisogno di andarle a cercare. Mi guarda perplesso Ariel? Non ci crede? Noi camminiamo sereni; in tasca la nostra piccola porzione di felicità. Dritti, imperturbabili. Immersi fino al collo dentro quello che facciamo tutti i giorni. Fino al momento in cui si incontra un bivio. Devi andare a destra o a sinistra. Non c’è nessuna ragione per cui una direzione appaia meglio dell’altra. Destra o sinistra: assolutamente equivalenti. Se giri a destra può accadere che tu ti penta subito e magari sarebbe stato meglio girare a sinistra. Allora ti fermi, ti volti: provi a tornare sui tuoi passi; soltanto che nel frattempo lì è tutto bloccato; provi a cambiare nuovamente strada e allora ecco. Mi dice colpendosi il palmo della mano con il pugno.
E allora ecco che di nuovo non sai più dove devi andare. Va a finire che rimani fermo. Inchiodato. Dopo tanti giri, dopo tanti ripensamenti. Dopo che eri convinto, vero Ariel? che quella sarebbe stata proprio la strada giusta. E' quello che succede. Pensare fa male.
Mi dice con crescente convinzione. E va a finire che rimani bloccato. Lei è rimasto bloccato, vero Ariel? Lei non sa più dove deve andare e allora pensa all’amore, non è vero?
Guardi, mi fa incurvando leggermente le due estremità della bocca come una zia che, andando contro la volontà dei genitori, rivela al bambino tutta la verità su Babbo Natale, guardi che l’amore non esiste mica.
Improvvisamente mi sento molto a disagio. Finisco la mia tisana in un’unica sorsata. Lei invece sembra rilassata ormai. E’ tutt’altra persona, rispetto a quella che sono andato a soccorrere al quarto piano. La faccenda del letto, una cosa dimenticata.
Nel frattempo primi clienti sono cominciati a scendere. L’aria si riempie di quella particolare eccitazione mattutina: uno strano mix fatto di sonno, zuccheri nel sangue e fotosintesi clorofilliana. Mi guardo intorno. Dico alla Sig.ra Carboni che devo sbrigare delle cose prima che arrivino le mie colleghe. Lei annuisce. Ha ancora sul volto quel sorriso di prima. Aspetterà che si liberi la stanza accanto alla sua prima di salire di nuovo. Almeno per il momento la cosa non sembra preoccuparla. Si gusta la sua tisana
e continua a fissarmi, è come se dopo ogni sorso il suo sguardo guadagnasse d’intensità.
Mi allontano da lei. Sento il riscaldamento dell’hotel concentrarsi sui miei abiti. D’un tratto mi sembra caldissimo. Strofino le mani lungo parte anteriore dei pantaloni. Vado verso il computer, sono le sei e trenta. Ancora mezz’ora e Alicia Keys insieme alla mia collega Federica, senza troppe formalità, accompagneranno Stuart Braithwaite fuori dalla porta. Mi siedo alla scrivania, muovo leggermente il mouse: dal nero dello schermo riappare la mail che stavo scrivendo a Noemi. La rileggo tutto d’un fiato, ignorando il telefono in almeno due occasioni. Gioco con la freccia del cursore sullo schermo. La muovo a destra e a sinistra. La infilo nelle narici di una ragazza sorridente di un banner pubblicitario. Faccio un respiro: Save. Ne faccio un altro: Send. Il cursore compie velocissimi cerchi concentrici, limitandosi a sorvolare sopra i bottoni della pagina; torno indietro: Forward, rimpicciolisco la finestra, la riallargo di nuovo. Save, Send, Forward, Save, Send Forward. Alla fine il mouse si ferma, punta il bottone, ci clicco sopra: Delete.
(leggi la prima la seconda, la terza parte.)
---------------------------------------------
(Visita le altre stanze del Lounge Hotel: 354, 604, 332. Se ti sei trovato bene torna con la/il tuo/a ragazzo/a, con i tuoi genitori o con i tuoi amici. Parlane in mezzo ai discorsi dove non c'entra nulla, segnalalo nei forum con interventi off topic.
L'inverno è ormai alle porte, abbiamo bisogno di scaldarci.)

La coppia che mi si presenta davanti al bancone è qui in incognito. E’ facile capirlo. Hanno entrambi un’aria smaccatamente colpevole, ma allo stesso tempo cercano in ogni modo di sembrare disinvolti. Mi ricordano di quando avevo circa quindici anni, quella volta quando sono dovuto entrare in farmacia per cercare di comprare dei preservativi, perché tu sei l’uomo e quindi spetta a te. Mi pare ovvio. La situazione era tutt’altro che semplice perché oltre al fatto che nel posto dove vivevo c’era una sola farmacia, c’era anche il problema che lì ci lavorava la mia professoressa di biologia. Anzi a dir la verità la farmacia era proprio la sua e lei divideva la sua vita tra la scuola e la distribuzione di medicinali a tutto il paese. Per me si trattava decisamente di un brutto affare. Sarei stato in imbarazzo in ogni dannatissima farmacia d’Italia, ma se avessi incontrato la mia professoressa le cose avrebbero assunto dei connotati addirittura drammatici. Ma io ero l’uomo e – Dio salvi il mondo della comunicazione visiva – quello che cercavo era esposto in uno scaffale in cui campeggiavano delle belle immagini di coppie felici. Presi un po’ di cose a caso, dei chewingum, un colluttorio, nella confusione presi anche una scatola di lassativi, ma quello che più importava era che ero riuscito a dimostrare la mia virilità e acquistare un pacco da sei preservativi.
Stimolanti. Che all’epoca non avevo idea di che cosa significasse ma evidentemente mi sembrarono di buon auspicio. Quello che rende questo genere di situazioni così imbarazzanti è l’evidenza generale di quello che si sta per fare. Lo sai tu, ma lo sanno anche tutti gli altri. E’ ovvio per me che se ti chiami Stefano, sei nato a Bologna il 13/7/63, e sei residente in via di Borgo di San Pietro e la tua compagna Camilla è nata a Bologna l’8/11/79 ed è residente in via dei Mille, siete venuti qui in incognito, perché nelle vostre rispettive case probabilmente c’è qualcuno che non sarebbe tanto contento del vostro incontro. Semplice. Nel caso nutrissi qualche dubbio, poi, ci sono le vostre facce. Facce colpevoli, facce di chi pensa in ogni momento, Oddio se mi riconosce qualcuno?
In ogni caso è sempre meglio essere prudenti, o un po’ sadici, a seconda dei punti di vista:
Letti separati o matrimoniale?
Matrimoniale, matrimoniale. Grazie.
424. Buona notte.
Ora, già di per se questa situazione deve avergli fatto scendere un po’ d’entusiasmo, poi, ogni volta che utilizzo l’espressione matrimoniale solitamente cala un piccolo ma percettibilissimo gelo. E’ matematico: prendete due adulteri utilizzate parole come coppia, fidanzati, matrimonio, convivenza ecc. e poi godetevi lo spettacolo delle loro facce. Mentre si guardano, i loro occhi sembrano dire Ma come? La nostra non doveva essere una meravigliosa avventura, libera da tutte le convenzioni, al di là di queste sciocche categorie sociali e poi ci ritroviamo in una camera matrimoniale?
Non è colpa mia, mi dispiace. Mi dispiace.
Sì lo so. Sto straparlando, me ne rendo conto. Ma è così che mi sento, esattamente in questo modo. All’inizio eravamo come due cani in un parco. Distanti, ognuno dietro le proprie cose. Non voglio dire che sei un cane. No di certo. Voglio dire che nonostante ognuno di noi facesse la propria vita, eravamo entrambi al corrente della presenza dell’altro. Se non ti piace il cane, va bene un altro animale. Uno qualsiasi. Gli animali si accorgono subito della presenza di un altro simile nei paraggi. Si bloccano all’improvviso, fiutano l’aria intorno. Poi continuano nell’indifferenza a fare quello che stavano facendo, ma condizionati, a quel punto, da quella presenza. Così era per me quando arrivavi qui in hotel, insieme alle tue colleghe, con il capitano che mi guardava circospetto, come un padre di famiglia che vorrebbe proteggere le proprie figlie, ma che sa che una volta scattato l’orologio, non c’è più niente da fare. Così è. Non c’è più niente da fare. Poi siamo saliti in alto, abbiamo superato diversi ostacoli e ci siamo buttati, come in un grande scivolo, di cui non si vede la fine. Stiamo scivolando, stiamo prendendo velocità. Come in uno scivolo di metallo ci siamo buttati senza vedere dove ci avrebbe portato.
Tranquillizzo la sig.ra Carboni; le dico che in cucina, posso metterci la mano sul fuoco, nessuno sta cucinando. Tra non molto, mi duole dirglielo, questo sarebbe accaduto, ma nel frattempo, lei avrebbe disposto di tutto il tempo necessario per riaddormentarsi e dimenticarsi una volta per tutte di quella faccenda. Cerco di essere molto risoluto mentre le parlo, così da non darle il tempo di organizzare mentalmente una risposta, e darle altra corda con la quale avrebbe continuato a tormentarmi. La saluto e con grande rapidità attacco il telefono, rimanendo alcuni istanti a fissarlo timoroso, quasi temendo che nonostante avessi riagganciato, lei potesse ancora riuscire a parlarmi.
A parte alcune piccole stranezze, la sig. Carboni è una persona assolutamente amabile. Durante tutta la sua permanenza in hotel ci ha chiesto di avere soltanto alcuni piccoli riguardi. Niente di particolarmente complicato. Ad esempio alle cameriere è proibito del tutto entrare nella sua stanza per rassettarla, cambiare le lenzuola e roba del genere. Pensa lei personalmente alla pulizia della sua stanza. Utilizza esclusivamente asciugamani che si porta da casa sua, così come la carta igienica: le cameriere non devono sostituire il rotolo. Porta lei da casa anche quello. Non credo ci sia niente di particolarmente sconveniente nei nostri rotoli. Nessun cliente si è mai lamentato. Ma lei preferisce portarseli da casa sua. Le cameriere lo sanno e girano alla larga dalla stanza 422, quarto piano, quinta porta a destra vista retro. Poi ci chiede sempre, con la massima delicatezza e il massimo garbo, di evitare di assegnare le camere vicino alla sua, in compenso, ci informa di qualsiasi variazione sensoriale avviene da quelle parti. Come la faccenda delle brioche. Oppure state pur certi che da quando c’è la sig.ra Carboni in hotel nessun televisore corre il rischio di rimanere acceso senza qualcuno che la stia guardando. Non so come fa. Ma ci indovina sempre. Telefona e dice: Buona Sera, mi scusi se la disturbo, ma forse nella camera 306 al piano inferiore c’è un televisore acceso su Rai2. C’è qualcuno in quella stanza? Chiede, ma sapendo benissimo che in quella stanza non c’è l’ombra di un cliente. Sarebbe così gentile da andarla a spegnere, a parte la questione ambientale mi dice ma a me dà molto fastidio. Si sente proprio alta. Grazie, sa. Mi dice. Non so come fa, ma ci indovina sempre. Deve avere una specie di ipersensibilità, o dei super poteri. Per me è una noia mortale. Devo salire ai piani, origliare un po’ dietro alla porta, infilare la chiave magnetica e poi...E poi a quel punto ho sempre un attimo di esitazione. Non mi fido mai di quella lucina verde che sta fuori dalla porta e che dovrebbe significare che la stanza è libera. Mi sono immaginato un milione di volte di aprire la porta, accendere la luce e trovarmi davanti, chenesoio, una scena splatter. Un uomo nudo con una maschera in volto che brandisce con cupidigia la testa mozzata della sua vittima-amante. Quando sono davanti a quella porta, non vorrei mai veramente entrare. Le cose stanno così: è notte fonda, nella strada davanti passano pochissime auto. C’è silenzio. Ascoltate. C’è silenzio, ma è un silenzio apparente. Ai piani non ci sono quelle maledette macchine che parlottano tra loro. C’è questa specie di sospensione. Ma se ci si ferma un attimo, se si smette di far rumore, si sente qualcosa. Qualcuno che russa, forse più di uno, tra loro c’è anche qualche donna. Qualcuno parla o soltanto un film. Si sente qualche gemito e qualche pianto, un bimbo che si è svegliato. Una serata che è andata storta.
Nella testa della sig.ra Carboni devono avvenire le scene più incredibili. Ogni minimo rumore che percepisce è la porta di un universo. Immaginerà volti, situazioni, persone che vivono nel loro monotono mondo silenzioso. Un mondo che non fa per lei.
Entro. La luce è già accesa, così come la tv, sintonizzata su Rai2. Secondo me ha dei super poteri.
Proviamo a fare un gioco. Come quando eravamo bambini e non ci conoscevamo ancora. Raccontami un segreto. Raccontami qualcosa che non hai detto mai a nessuno. Un segreto che ci unirà, di cui io sarò custode, che starà sempre lì a vegliare sulla nostra lealtà.
Questo è il mio:
Avevo quattordici anni, frequentavo la terza media. La mia classe era un disastro, c’erano persone di tutti i tipi. Alcuni di loro hanno fatto una pessima fine, più di uno ha avuto in seguito problemi seri. Tutto sommato io me la cavavo: con la situazione che c’era, non era molto difficile riuscire a dare di sé un’immagine rispettabile. Tuttavia c’era questo mio amico. Con lui ne ho combinate diverse: me la spassavo veramente; soltanto a ripensarci mi si riempie il cuore; credo di non aver mai riso così tanto di quanto ridevo con lui. Eravamo una coppia, abbiamo passato non so quanto tempo insieme. Si chiamava Tommaso, il padre quell’anno gli aveva regalato una vespa rossa. Dovevi vederla quella vespa. Era nuova di zecca, sembrava essere uscita da un sogno.
Da quel momento avevamo iniziato a essere in tre, Tommaso, la sua vespa rossa fiammante, ed io.
Le cose cambiarono un po’, in un primo momento in maniera impercettibile, poi man mano la situazione per me divenne insopportabile. Il mio migliore amico aveva iniziato a snobbarmi. Ero diventato un peso per lui. La sua popolarità cresceva a dismisura e aveva iniziato a circondarsi di amici che avevano un mezzo di locomozione a due ruote, tra cui alcuni di quelli da cui prima ci tenevamo alla larga; iniziai a odiarlo, ma soprattutto iniziai a odiare quella dannata vespa rossa. Così un giorno senza pensarci due volte gli rubai le chiavi dallo zaino. Al suono della campanella affrettai il passo più velocemente che potevo. Sapevo dov’era parcheggiata. Salii in sella e misi in moto. Una volta per strada iniziai a gironzolare, non sapevo che fare, non avevo un piano. Guidai per una mezz’ora e alla fine raggiunsi il porticciolo turistico: mi fermai davanti al mare. Ero furioso e non pensai neanche per un momento che stavo per fare una grossa stronzata: scesi dalla vespa e l’accompagnai vicino al ciglio del molo. Feci attenzione che non ci fossero persone sotto e la spinsi giù. Fece un bel tonfo ma ci volle un po’ prima che affondasse del tutto. Non mi sono mai veramente pentito di quel gesto. Lui non mi ha più parlato e in pratica quasi tutti in classe fecero lo stesso. Fortunatamente eravamo ormai alla fine dell’anno e da lì a poco non ci sarebbe stato più nessun Tommaso.
(...to be continued)