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domenica, 05 luglio 2009

Per un punto Scurati perse lo Strega 

Antonio Scurati

Per tornare velocemente al discorso di ieri, ecco, io non voglio infierire né tantomeno stare qui ad approfittarmi di situazioni difficili; però guardatevi il video della proclamazione del vincitore del premio Strega che trovate QUI. Le facce del povero Antonio Scurati, beffato per un solo voto di scarto, sono eccezionali.

Povero Antonio, vendite da capogiro, fama e interviste per un anno sfumate per un solo, miserissimo, voto.  

 

postato da: Hotellunge alle ore 05/07/2009 04:34 | link | commenti
categorie: mosquitoes
venerdì, 03 luglio 2009

Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi, 2009) 

 

Stabat Mater ci è piaciuto perché è un libro intimo, sussurrato, fragile e potentissimo. Ci è piaciuto perché durante la lettura si sente scorrere tra le righe l’urgenza di raccontare una storia. Ci è piaciuto perché la lingua non getta fumo negli occhi del lettore bensì lo accompagna musicalmente durante tutta la lettura, come se in quel convento di orfane musiciste ci stessimo anche noi, in qualche modo.
 
Dopo poche pagine ci si rende conto tuttavia, che come in tutti grandi romanzi, quello che veramente è cambiato, alla fine della lettura, non riguarda soltanto la conoscenza della storia o dei personaggi di cui è popolata, ma riguarda noi stessi. Dopo le 136 pagine di Stabat Mater guarderemo con occhi diversi la nostra solitudine, il nostro interlocutore nascosto, la casa inaccessibile edificata nel nostro intimo.
 
Ora che Tiziano Scarpa ha vinto la sessantatreesima edizione del Premio Strega, ne diranno e ne scriveranno a fiotti, su questo libro. Ma io vi consiglio di non leggere nulla prima, vi sveleranno delle piccole cose che rovinerà la lettura. Questo libro prezioso è scritto con equilibri calcolati, con un’architettura solida ma delicata. Sapere delle cose prima del tempo rovinerebbe questo viaggio, un viaggio che vi consiglio caldamente.
postato da: Hotellunge alle ore 03/07/2009 08:10 | link | commenti
categorie: recensioni, letteratura
giovedì, 02 luglio 2009

Les vacances de monsieur Hulot 

A volte mi capita che qualche amico delle mie parti mi chieda il perché io abbia scelto di vivere a Bologna.
 
Delle volte non so che rispondere a questa domanda. Questa città negli ultimi anni è cambiata molto, è diventata più intollerante, più chiusa, alle volte cedo persino a quello che i suoi detrattori dicono più spesso e penso anch’io che tutto sommato Bologna sia diventata un paesotto.
 
Poi però arriva l’estate, che di per sé sarebbe più che altro una ragione per odiarla Bologna, e in Piazza Maggiore montano questo schermo gigante, enorme.
 
E il primo Luglio, un’intera piazza gremita, la piazza principale della città, non un’aiuola in un giardinetto periferico, se ne sta lì con il muso all’insù a guardare un documentario di mezz’ora su Bergman, per di più in svedese e sottotitolato. Non contenta poi, sgranchisce le gambe, magari beve una birra o accende una sigaretta o due, e rimane inchiodata a quelle sedie che così comode non sono neanche e si sorbisce pure un’ora e mezzo di Tati, in francese sottotitolato.
 
Ecco, a Bologna accadono queste cose qui e io non lo so se il merito è degli organizzatori che negli anni hanno avuto la lungimiranza di crearsi un pubblico, grazie alla militanza quotidiana del cinema Lumière, oppure se la realtà è che magari basta semplicemente smetterla di produrre film, fiction, spettacoli o cartelloni di cinema all’aperto pensando “che tanto alla gente piacciono queste cose” e magari provare e convincersi che le persone tutto sommato non sono poi così rincoglionite come si crede.
 
Oppure il merito è veramente di questa città, abituata a pretendere un po’ di più, ad aspettarsi qualcosa di meglio, a sentirsi, in qualche modo diversa dalle altre città.
 
Io non lo so davvero.
postato da: Hotellunge alle ore 02/07/2009 17:39 | link | commenti
categorie: mosquitoes
martedì, 30 giugno 2009

Perversioni 

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postato da: Hotellunge alle ore 30/06/2009 05:40 | link | commenti
categorie: world wild reallife
venerdì, 26 giugno 2009

Officina Bartleby 

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È nata l’Officina Letteraria Bartleby.

 
Che cos’è?
 
È il posto ideale a cui mandare il proprio manoscritto nel cassetto, perché ti verranno dati consigli, fornite indicazioni per migliorare il tuo lavoro.
 
È il tramite giusto con le case editrici.
 
È un’officina, come quelle di una volta, dove artigiani pazienti e appassionati, ti aiuteranno a limare, tagliare, cucire, incollare, lucidare e verniciare.
 
È il luogo perfetto dove cercare dei traduttori esperti e competitivi.
 
 
È dove capirai finalmente il concetto di reading.
 
È un blog di letteratura, dove trovare segnalazioni di eventi, presentazioni di libri e tutte le notizie intorno al mondo della scrittura.
 
È tutto questo e molto altro ancora,venite a trovarci. Presentateci nuovi amici.


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postato da: Hotellunge alle ore 26/06/2009 10:06 | link | commenti
categorie: letteratura, presentazioni
martedì, 23 giugno 2009

Fashion victim 

tistimofratello
postato da: Hotellunge alle ore 23/06/2009 06:43 | link | commenti
categorie: world wild reallife
mercoledì, 17 giugno 2009

Il tempo materiale di Giorgio Vasta (minimum fax, Roma, 2009) 

Sin dalle primissime pagine si capisce che Il tempo materiale, esordio lungo del palermitano Giorgio Vasta, è un libro importante. Importante come lo sono quei libri che osano, che non tentano di inserirsi in una scia o di strizzare l’occhiolino ai best seller del giorno prima.
 
Importante perché tenta di aprirsi una strada e lo fa scegliendo di utilizzare il linguaggio come un detonatore.
 
E' un linguaggio che illumina, che modella, che definisce attraverso spirali. Un linguaggio che in virtù della sua forza generatrice diventa, in definitiva, il vero personaggio principale di questo libro.
 
E’ attraverso la lingua, ad esempio, che i tre giovanissimi protagonisti creano la loro autonomia, cercando di differenziarsi dal resto del mondo. Una lingua che è disciplina rigidissima, esercizio e studio, da cui è tagliata fuori ogni forma di ironia, vista come segno tangibile di rassegnazione:
 
“[…] a me l’ironia fa male. Anzi la odio. […] Perché ce n’è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l’ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell’ideologia non resterà più niente, l’ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l’allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati.”
 
Oppure le forme dialettali, anch’esse eliminate dal loro universo linguistico, simbolo di un’Italia caciarona e approssimativa che ha a che fare con l’impulso nazionale a tradurre ogni cosa in forme familiari costringendo tutto a diventare provincia.
 
“Il palermitano è una lingua esclamativa. Accade qualcosa, un fenomeno qualsiasi, e il palermitano comincia subito il suo assedio. Spesso è una sola frase ripetuta modificando l’intonazione, in litania dinamica, rilanciando, rincarando, così che il fenomeno si riduce alla sua più originaria e autentica natura di scandalo. Ma sempre nella minaccia, nella rabbia. Perché per il palermitano dialettale ogni fatto è orrore.”
 
Il prezzo che si deve pagare è il rischio del ridicolo, come ridicoli sono questi tre ragazzini di nove anni che parlano una lingua assolutamente non loro e che subiscono la fascinazione delle Br del rapimento Moro:
 
“[…] nella loro lingua c’è qualcosa che mi mette in imbarazzo, una pena per il dogmatismo imparaticcio, per l’enfasi puerile. Eppure io per primo sono enfatico. Non posso non esserlo perché so, come lo sanno le Br, che l’enfasi è l’unico modo per accedere alla visione, alla profezia della storia. Certo si diventa ridicoli, ma non ci sono alternative: tra l’ironia e il ridicolo scelgo il ridicolo. […]il ridicolo è il costo da pagare al tragico.”
 
Tutta la storia si svolge in un luogo e in un tempo ben determinato, la Palermo del 1978, ma si ha come l’impressione che la partita, in realtà, la si giochi altrove.

 

postato da: Hotellunge alle ore 17/06/2009 06:30 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, letteratura
martedì, 16 giugno 2009

Bologna verso il ballottaggio 

bolognabusona
postato da: Hotellunge alle ore 16/06/2009 04:08 | link | commenti
categorie: politik, world wild reallife
lunedì, 08 giugno 2009

Lounge Hotel a Iceberg 2009 





postato da: Hotellunge alle ore 08/06/2009 04:44 | link | commenti
categorie: racconti, you tubing, lounge hotel
martedì, 02 giugno 2009

Ipse Dixit: Nicola Lagioia 

"Ecco, secondo me con Melissa P. c'è una sola cosa da fare. La prendi. La metti a novanta appoggiata ad un tavolo. Poi prendi Lolita di Nabokov. Strappi le pagine. Gliele infili una per una nel culo. Dopo un po', per osmosi, qualcosa assimila per forza."





[tratto da FaM, 28 Ottobre '03]

postato da: Hotellunge alle ore 02/06/2009 18:03 | link | commenti
categorie: ipse dixit, mosquitoes
lunedì, 01 giugno 2009

Dio in cima alle classifiche 

Classifica libri più venduti

Leggendo la classifica dei libri più venduti sono rimasto inquietato da una cosa. Togliete le posizioni, 6, 7, 8. In quel che rimane, prevale un forte senso religioso. Viene evocato Dio in ben due titoli, poi troviamo la parola, chiostri, morti, il titolo che potrebbe essere uno slogan di propaganda cattolica: "La fortuna non esiste" e l'apocalittico "La fine del mondo". Per finire la perfetta dicotomia biblica "Angeli e demoni".

Tutto torna: la crisi, l'ascesa dell'uomo forte, il ritorno della superstizione.

Prevedo tempi cupissimi.

postato da: Hotellunge alle ore 01/06/2009 03:49 | link | commenti (2)
categorie: mosquitoes
giovedì, 21 maggio 2009

My name is Daichi 

Ecco un video (per altro straordinario) in perfetto stile web 2.0.

Questo genere di fenomi non iniziano ad essere ormai tremendamente obsoleti?

postato da: Hotellunge alle ore 21/05/2009 19:18 | link | commenti
categorie: you tubing
lunedì, 18 maggio 2009

Lounge Hotel in Champions League 

Lounge Hotel ha ricevuto una segnalazione al Concorso Iceberg 2009, pescato nel mare magnum dei giovani scrittori bolognesi. (La giuria era composta da Marcello Fois, Gianluca Morozzi e Antonio Bagnoli)
 
Niente scudetto, ma un ottimo piazzamento in zona Champions League. Che per una squadra giovane come la nostra, è un risultato tutt’altro che da disprezzare.
 
Di sicuro la squadra andrà rinforzata, la tattica perfezionata e rodata ulteriormente ma il gruppo è compatto e segue l’allenatore.
 
Appuntamento il 3 Giugno alle ore 21 presso la nuova libreria Coop Ambasciatori dove Marcello Fois premierà il vincitore mentre Massimiliano Martinez leggerà brani tratti dalle opere segnalate (e dove al pubblico sarà data la possibilità di darsi un tono mentre con nonchalance attacca il buffet a fondo sala).
 
Io mi presenterò travestito da Federico Moccia. Chissà che non giri bene.






Tutto il programma lo trovate qui. La brochure, qui sotto.pieghevoleDEF3
postato da: Hotellunge alle ore 18/05/2009 17:32 | link | commenti (3)
categorie: letteratura, mosquitoes
mercoledì, 29 aprile 2009

Micah_P_Hinson@Bronson_25_4_09 

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Ok. Ci siamo. E' arrivato il grande giorno di Micah P. Hinson. Nell' ultima serata della stagione del Bronson, tra l'altro. Roba grossa. L'eccitazione si percepiva già leggendo i forum in rete. Su Last Fm qualcuno diceva, "ragazzi occhio a Torino è stato una merda" (e chissà come mai qualcun'altro replicava dicendo da noi, vedrai, sarà diverso).


No. Non è stato diverso. Il sig.re Micah in grande spolvero, nulla da dire. Ma certo, una band vera non avrebbe guastato. Magari con un tastierista che non avesse implicazioni sentimentali con il cantante, ad esempio. Oppure che se anche ce le avesse avute che questo non diventasse uno scudo dietro il quale cancellare la totale mancanza di capacità musicale. Per dire. Non avrebbe guastato.

Il risultato è stato la perdita totale di tutta la richezza compositiva presente in studio. Dov'erano gli archi? le percussioni? le trombe? Dov'erano i cori? Dov'eri Micah quando hai preparato la tournè? A controllare il conto in banca tuo e della tua signora?

Qui trovate le sempre pepate reazioni a questo post sulla bacheca di Last FM

photo by pilot_10

postato da: Hotellunge alle ore 29/04/2009 16:23 | link | commenti (1)
categorie: musica, recensioni, concerti
giovedì, 16 aprile 2009

Ah, le care vecchie impiegate assenteiste! 

“Scusi”, mi fa la cassiera con la targhetta di riconoscimento gialla. “ Ma lei lo ha già letto Gomorra?”
“Come?” Le rispondo sorpreso.
“Gomorra…ci hanno fatto anche il film…lo ha letto?” Insiste lei sempre più convinta.
“Gomorra, sì, cioè no. No. Non l’ho letto. Perché, scusi?”
“Perché se vuole lo abbiamo in sconto del 20%” Mi propone.
“Guardi sono qui perché devo pagare 350€ di riscaldamento, sbrighiamo questa cosa, su.” Le rispondo ora un po’ infastidito, mentre mi squilla il cellulare.
 
“Pronto?....scusa sono alle poste. Ti richiamo dopo. Ciao.”
 
La cassiera continua a guardarmi.
“Brutte notizie?” Mi fa.
“No, no. Non si preoccupi, questa bolletta?”
“Lei che operatore ha?” Mi chiede.
“Vodafone”
“Lo sa che pagando questa bolletta, le posso attivare la nostra esclusiva scheda Poste Mobile, con già 37€ di traffico incluso, da cui può comodamente pagare tutte le bollette da casa, trasferire soldi da altri conti..”
“Sì Sì, lo so grazie. Non mi interessa. Quella scheda avrebbe vita breve. La perderei subito”
“Come vuole lei. L’offerta è vantaggiosa.”
“Immagino”
“Sta commettendo un errore”
“Non si preoccupi”
“Sarebbero stati 0.10 cent al minuto”
“Molto allettante, la ringrazio”
 “Glielo dico da amica: sta sbagliando”
“Faccio in continuazione un mucchio di errori”
“Bah, contento lei”
“Scusi…la mia bolletta?”
“Ecco Ecco.”
“Grazie”
“Pensa che questa avrebbe potuto pagarla comoda…..”
“AHHHHHHHH”
postato da: Hotellunge alle ore 16/04/2009 12:17 | link | commenti (2)
categorie: mosquitoes
sabato, 28 marzo 2009

Szymborska Wislawa@Aula Magna S.Lucia_Bologna 

 
 
Ieri sera, lo capivi già dall’atmosfera. Voglio dire: io non me ne vergogno mica, se sono andato là e non sapevo neanche che faccia aveva; lei o lui, perché anche quello, andando a ben vedere, non era così facile da capire. Wislawa. Oooooooooh. Sentite gli Oooooooooh. Voi venitemi a spiegare. Oooooooh. Ma come? Non è tutto. Io neanche son riuscito a dire dove sarei andato. A sentire chi. Szymborska. Oooooooooh, ma come? Oooooooooh ha vinto pure il premio nobel, non lo danno mica a tutti il nobel. A testa bassa, allora, sono andato sotto le due torri, che lì c’è una libreria e dentro la libreria sono andato a vedere tra gli scaffali della poesia. Non ricordavo neanche il nome, ma sotto l’etichetta che riportava il nome più strano sono riuscito a trovare un buco grande così. Ooooooooh tutti adesso vi siete svegliati, Oooooooooh, non è che si possono attappare i buchi così, in quattro e quattr’otto. Allora sono uscito e sono andato in un’altra libreria. Grande, nuova, bella. C’era puzza di cibo però. Libri che puzzavano di cibo. Come il Mapo, che è una di quelle cose che provatelo a spiegare a vostro nonno, che cos’è il Mapo o come mai i libri puzzano di cibo. Proprio al centro di uno scaffale, ho riconosciuto il mio libro; ho alzato lo sguardo e dalla parte opposta della libreria ho visto un signore incravattato. Ci siamo guardati. Poi abbiamo guardato tutti e due il libro. Chi ha meno da perdere? Chi ha meno da perdere? Io! E dopo uno scatto fulmineo avevo già il libro in mano, mentre lui, di fianco ad un commesso che allargava le braccia. Voleva dire: l’ultima copia rimasta te la sei fatta fottere da quel coglione là.
 
Poi ero già in S.Lucia, dove però non mi sembrava che ci fosse nulla di che. Allora ho pensato, vuoi vedere che mi ritrovo in uno di quei soliti squallidi raduni dove ci sono quattro gatti che leggono le proprie squallide poesie e dove il poeta ad un certo punto dice fica, sì dice proprio così fica e poi fa una pausa come se questo dovrebbe avere qualche effetto sugli altri poeti che ascoltano e poi si finisce tutti a bere Sangiovese, che è molto meglio di dire fica. Allora mi sono avvicinato alla signora che c’era dietro il bancone e le ho chiesto. Scusi ma qui non dovrebbe esserci…..e a quel punto gli ho mostrato il mio nuovo libro: Szymborska. Lei ha alzato il braccio, e mi ha detto: là.
 
Là, c’era così tanta gente che non si riusciva a vedere niente. Sembrava, visto che eravamo dentro una ex chiesa, di stare ai funerali di qualche persona importante, o di stare per assistere alla messa di Natale. Poi pian, piano mi sono intrufolato e ho visto tanti uomini vestiti come ci si deve vestire, poi ho visto pure il super magnifico celeberrimo rettore, poi ho visto pure Umberto Eco, senza barba, soltanto con i baffi, che a dirla tutta sembrava un po’ Maurizio Costanzo così, e allora ho pensato che ero nel posto giusto.
 
Lei se ne stava seduta composta. Al suo posto. Una vecchina come se ne incontrano tante. Con una luce negli occhi, come si incontra raramente. Non ha fatto gesti plateali, né ha cercato di ingraziarsi in nessun modo i presenti. Ha ascoltato, pazientemente e con interesse tutto quello che c’era da ascoltare, ha sorriso per le cose per cui valeva la pena sorridere, e ha letto, sapendo che avrebbe potuto leggere la formazione della nazionale di calcio polacca, tanto nessuno avrebbe capito nulla.
 
Ascolta: Attimo
Ascolta: Elenco
 
 
 
La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
Potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla - cipolla,
non viscere ritorti.
Lei piú e piú volte nuda
fin nel fondo e cosí via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il piú bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.
postato da: Hotellunge alle ore 28/03/2009 12:15 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, mosquitoes
lunedì, 23 marzo 2009

222 #5 

Anton Corbijn

 




(leggi la prima, la seconda, la terza e la quarta parte)


Uno dopo l’altro arrivano tutti: Federica, il dott. Sandri, Perzen, Katia e Paula. Quando entrano in sala meeting, io sono già seduto in fondo. Sono vestito con i miei abiti, visto le condizioni della divisa di lavoro.  Cerco di sparire ai loro sguardi. Fortunatamente nessuno mi rivolge la parola. Devo avere l’aria stravolta. Il dott. Carduzzi arriva per ultimo, saluta tutti poi attacca subito con una serie di slide proiettane sul muro. Per me è la salvezza. L’oscurità mi protegge da ulteriori domande e sguardi indiscreti. Finalmente mi sento a mio agio, quasi rilassato in quella sedia che ora mi sembra il luogo più comodo dove poter stare e che lentamente mi avvolge nel tepore generale della stanza. Le immagini si susseguono lente, il dott. Carduzzi continua a parlare di cose di cui afferro soltanto marginalmente il significato. Pensieri e immagini si confondono, quasi non riesco più a sentire le estremità del mio corpo. Poi quasi non credo ai miei occhi, il dott. Carduzzi imbraccia una chitarra, alza il braccio verso l’alto e attacca con Should I Stay or Should i Go. La distorsione è fortissima, devo proteggermi le orecchie per non farmi esplodere la testa. E’ la chitarra che poco fa ho portato a Pete Doherty, ne ho quasi la certezza. Il dott. Carduzzi la maneggia con sicurezza e tutti i miei colleghi, non sembrano per nulla stupiti della sua inaspettata performance. Il dott. Sandri e Federica ballano con complicità, Perzen si scioglie la coda e fa roteare i suoi capelli lunghi. Giro la testa verso la porta della stanza: la mia attenzione è catturata da una serie di rumori pesanti e ritmici, come se una mandria di animali selvatici si stesse avvicinando verso di noi. Dopo pochi istanti, infatti, la porta si schianta al suolo, brutalizzata con violenza da Pete Doherty a cui seguono tutti gli altri membri della band. Urla: vaffanculo. Vaffanculo. Mentre si scaglia con violenza sopra il dott. Carduzzi che nel frattempo si stava prodigando in un sorprendente assolo. I due rotolano a terra. Il chitarrista della band continua fissarmi. Mi fa segno di alzarmi. Mi dice: Get Up. Tutti nella stanza iniziano a fissarmi ora e tutti ripetono, con una cantilena orribile le parole appena pronunciate dal Baby Shambles. Indotto dai loro sguardi mi alzo, anche se non ho la più pallida idea di che cosa dovrei fare. Mi indicano il centro sala, il punto dove i due, intanto, continuano a darsele per bene. La stanza ora sembra un ring di cui Pete Doherty, il dott. Carduzzi ed io siamo l’attrazione principale. Il chitarrista ha gli occhi iniettati di sangue, lo sento dire Fight Fight, mentre mi porge la chitarra. Senza rendermene conto la prendo tra le mani. Ho la schiena di Pete Doherty a portata. Un calore improvviso mi attraversa tutta la spina dorsale, su, su fino alla parte posteriore della testa. Ho l’impressione di passare attraverso alcuni attimi di cecità assoluta, mentre alzo la chitarra verso l’alto per colpirlo poi forte alla schiena con la sua Gibson cesellata.


(leggi la prima, la seconda, la terza e la quarta parte)


photo by Anton Corbijn
 
postato da: Hotellunge alle ore 23/03/2009 16:23 | link | commenti
categorie: racconti, lounge hotel, 222
domenica, 22 marzo 2009

222 #4 

Anton Corbijn_Kylie Minogue _London 1999



(leggi la prima, la seconda, la terza e la quinta parte)


Allora ragazze, sotto a chi tocca. Urlo nel parcheggio davanti all’hotel che nel frattempo si è riempito ancora più di gente.
Chi vuole entrare per farsi firmare un autografo da Peter Doherty deve venire qua e dirmi il suo nome. I pass costano 5 euro l’uno e sono individuali. Non fate i furbi che il mio collega dentro lavora da stamattina alle sette e non ha più voglia di scherzare.
 
L’entusiasmo diffuso dalla mia notizia si materializza sonoramente: i corpi che stridono l’un l’altro, la frenesia dei movimenti che rompono il silenzio dell’aria, i respiri più affannosi, fino alle grida. Mi sento forte in questo momento, quel tipo di forza che viene dall’esercizio del proprio potere sugli altri. Sono come un direttore d’orchestra con il controllo sulle aspettative di queste ragazze.
 
In poco tempo sono circondato, ma in altrettanto poco tempo riesco a vendere una discreta quantità di biglietti. Il più è stato fatto ormai. La cosa importante ora, è cercare di fare passare questa cosa in maniera il più indolore possibile. Niente isterismi, niente grida. Un autografo e via. I ragazzi non avranno nulla da obiettare.
 
La cosa funziona. In sala c’è un ottimo clima. I ragazzi sembrano allegri, merito anche del metodo Umeboshi adottato da Roberto. Anche lui, tutto sommato se la sta cavando. Le ragazzine una volta messe veramente di fronte ai Baby Shambles perdono gran parte del loro entusiasmo acustico. Si guardano intorno disorientate e sembrano sopraffatte da un misto d’imbarazzo e timidezza. Peter firma autografi senza scomporsi. Continua a bere e a scherzare con gli altri e addirittura, dopo un po’ di tempo, quando la situazione si è stabilizzata, regala alle sue fan uno di quei momenti che si ricorderanno a lungo.
 
Mi fa cenno di raggiungerlo al tavolo. Io guardo indietro verso la reception, come a fargli capire che sto lavorando. Lui insite. Muove la mano a mezz’aria come per sventolarsi. Vuole a tutti i costi che vada lì da lui. Mi avvicino. Mi abbasso leggermente per sentire cosa ha da dirmi. Mentre mi parla, mi mette qualcosa in tasca. Poi mi dice: go go. Facendo lo stesso gesto di prima ma al contrario.
 
Mentre sono sull’ascensore, metto la mano in tasca. Ci sono cinquanta euro arrotolate molto strette. Le tiro fuori e le apro per bene. Sono veramente cinquanta euro. Guardo il mio volto riflesso nello specchio. Per un momento quasi non mi riconosco. Arrivo davanti alla 222. Entro ed esco in meno di un minuto. Dopo pochissimo sono di nuovo in sala. Ho con me la sua chitarra. Le ragazze mi guardano incredule. Sento i rumori di fondo della sala alzarsi sensibilmente. Ancora quella sensazione di potere.
 
Pete mi ringrazia in maniera molto teatrale, mostra a tutti la sua gratitudine nei miei confronti. Mi da grandi pacche sulle spalle mi offre più e più volte da bere; lo fa in un modo a cui è impossibile opporsi. Poi capisco che tutti questi passaggi servono soltanto per creare un vuoto prima del suo gesto. La vera azione verso cui tutto è finalizzato. Potrebbe sembrare una cosa totalmente avulsa dalla questione musicale, mentre, in realtà ne è parte integrante.
 
Poi Pete attacca con Guns of Brixton, un vecchio e memorabile pezzo dei Clash.
 
Improvvisamente cala il silenzio. Quel tipo stralunato dal passo incerto e dal forte accento britannico con la chitarra in mano riesce a controllare perfettamente la situazione. Tutti gli occhi sono rivolti su di lui. Le ragazze si lanciano occhiate estasiate. Probabilmente stanno già pensando a cosa raccontare alle loro amiche una volta fuori da lì. Qualcuna addirittura azzarda una richiesta. Urla: Fuck Forever. Pete ci scherza su, appoggiato dagli altri che sorridono con infantile malizia. Blatera qualche parola, ma alla fine l’accontenta. La ragazza che ora ha la faccia di una donna che è stata appena adulata con maestria, batte le mani e grida. Parte un coro. Poi un clapping. L’eccitazione si fa palpabile. Girano diverse bottiglie e molti a questo punto fumano senza più preoccuparsi del fatto di essere in una hall di un hotel. Il tempo vola via come sotto un incantesimo.
 
Quando all’improvviso parte l’allarme antincendio mi rendo conto di essere abbastanza di fuori. Mi ci vuole un po’ per rendermi conto di quell’acqua che da qualche decina di secondi sta bagnando tutto e tutti. La piccola folla si disperde subito. Chi corre da una parte e chi dall’altra. I ragazzi si dirigono di corsa verso le proprie camere. Rimaniamo io e Roberto, che non sappiamo cosa fare e che per qualche istante ci guardiamo disorientati, senza riuscire a dire nulla.
 
Poi Roberto, come rianimato, inizia a urlarmi frasi allarmate di cui avverto soltanto la gravità del tono. In automatico vado verso il quadro dei comandi dietro la reception. Provo a premere un paio di bottoni prima di spingere quello che disattiva definitivamente l’allarme antincendio. Mi rendo conto di essere tutto bagnato. Guardo il piccolo orologio in basso a destra sullo schermo del computer e scopro con terribile sgomento che sono ormai quasi le sette del mattino.
 
Roberto arriva di corsa verso di me, mi urla frasi dal significato confuso, mi strattona per la giacca, vedo il suo volto contorcersi dalla rabbia. Sento il mio corpo muoversi lentamente e le parole del mio collega mi giungono all’orecchio come filtrate da uno strato di decine di cuscini, proprio quelli di cui avrei bisogno ora per alleggerire un po’ questa grande pesantezza che mi ritrovo in corpo.
Non faccio in tempo ad abbondarmi su questa idea che mi ritrovo strattonato fino alla sala dove stavamo beatamente fino a poco fa. Ho uno straccio in mano e davanti agli occhi uno scenario assai poco conforme agli standard qualitativi del Lounge Hotel. Proviamo a tirar via più acqua possibile, anche se l’impresa, a quest’ora del mattino mi sembra inaffrontabile. Roberto continua ad agitarsi, poi si blocca di colpo. Lo vedo accasciarsi verso il secchio e riempirlo, con un gemito secco ed inequivocabile, di vomito fino all’orlo.
 
Nel frattempo arrivano in sala anche i colleghi delle colazioni. Mi riempiono di domande a cui non riesco a dare risposte soddisfacenti, per lo meno a giudicare dalle loro reazioni. Poi mi si gela il sangue quando realizzo che tra meno di un’ora dovrò partecipare alla riunione con il dott. Carduzzi.



(...to be continued...)



(leggi la prima, la seconda, la terza e la quinta parte)



photo by Anton Corbijn - Kylie Minogue - London 1999
postato da: Hotellunge alle ore 22/03/2009 13:24 | link | commenti
categorie: racconti, lounge hotel, 222
sabato, 21 marzo 2009

222 #3 

Corbijn 4
 


(leggi la prima, la seconda, la quarta e la quinta parte)
 
 
Verso le tre di notte mi si presenta davanti al bancone il ragazzo del locale che ha ospitato il concerto. Sembra su di giri: una faccia nera come gli abiti dei membri della band che arrivano subito dopo di lui. Uno di loro tira dritto senza rivolgere la parola a nessuno. Ha un cappello appoggiato in testa di traverso e quando entra, ha ancora la sigaretta tra le labbra. Non mi guarda neanche e tira dritto fino alle porte dell’ascensore. Sebbene non l’abbia mai visto in faccia, scommetterei volentieri un bel pezzo da cento nel dire che quello è il leader della band. Non ci metto molto a trovare conferma della mia idea. E’ Peter Doherty il cantante del gruppo, idolo delle ragazzine, e tormento dei musicisti. Stasera sembra averla combinata grossa. Almeno questo è quello che capisco dai dialoghi sbiascicati del resto della combriccola che nel frattempo si è accomodata scompostamente nei divanetti della hall. Lì sento scaldarsi, volano parole pesanti. Lancio loro occhiate oblique, cerco di rimanere in disparte, ma sono preoccupato che la situazione possa degenerare. Per loro non c’è alcuna differenza, fanno finta che io non ci sia. Continuano a gesticolare, a fare no con la testa e a ripetere la parola fuck. E’ tutto un fucking questo e fucking quell’altro. Qualcosa evidentemente, deve essere andato storto. Fuori dalla porta intanto vedo un certo movimento di automobili, e scooter. E’ già piuttosto tardi, a me inizia a fare male la schiena, incontrovertibile segno, di guai all’orizzonte. Il cantante si è eclissato nella sua stanza a quanto pare. Mente vedo la testa rasata di Roberto, che non si è fatto vivo per tutta la sera, fare capolino dalla porta della cucina.
Il gruppetto di persone quasi interamente formato da ragazzine, fuori dall’hotel si fa sempre più folto. La notizia che i Baby Shambles avrebbero dormito al Lounge Hotel, nonostante la massima segretezza che abbiamo cercato di tenere, sembra si sia diffusa velocemente. Il manager del gruppo inizia a lanciarmi occhiatacce. Io mi mostro sicuro, non dico niente, annuisco impercettibilmente, con l’intento di rassicurarlo. Neanche lui dice niente. Si limita a fare no con la testa, segno che non è affatto rassicurato. Allora mi batto con leggerezza e altrettanta impercettibilità il petto. Significa: ci penso io. Lui prima guarda me e poi guarda fuori alzando leggermente il mento. Vuole dire perentoriamente: fila.
 
Appena le porte emettono il primo fragile stridulo rumore di gomma che scorre sul metallo, come bambini al suono della campanella dell’ultima ora, vengo investito da una massa maleodorante di ragazzine gracchianti. Non riesco a contenerle e anzi sembrano piuttosto infastidite dalla mia presenza, che secondo il loro punto di vista, intralcerebbe loro la strada.
 
I Baby Shambles sono accerchiati. Roberto si è nuovamente volatilizzato. Peter Doherty a quest’ora sarà probabilmente morto d’overdose sulla tavoletta del cesso in camera sua. E come se non bastasse tra poche ore sarò costretto a partecipare a quella sorta di psicotica seduta collettiva, che il dott. Sandri chiama con la sua ebete espressione da regolarità intestinale: Uno dei nostri soliti incontri.
 
Non c’è tempo da perdere. Mi faccio largo tra la folla e raggiungo i ragazzi. Propongo loro di continuare la discussione in sala da pranzo. Dico che a breve sarà servita la cena e che saranno messi al riparo da ogni seccatura. All’inizio mi guardano male, ma poi accettano di buon grado.
 
E’ a questo punto che capisco come sono andate effettivamente le cose. Mr. Doherty ha lasciato il concerto a metà. Non si sa se perché fosse troppo sbronzo, fatto o Dio solo sa cos’altro. Resta il fatto che di punto in bianco, in mezzo ad una canzone, piglia e abbandona il palco. Il resto della band ha provato a coprirlo suonando un paio di pezzi in cui la sua presenza non è fondamentale, ma quando per il pubblico è diventato evidente che non sarebbe più salito sul palco, dopo neanche un’ora di concerto, è scoppiato il finimondo. Hanno iniziato a volare bottigliette, poi monete e poi un po’ di tutto. A quel punto anche gli altri sono scappati in fretta e furia, inseguiti, questa volta, dal gestore del locale, che sembra non abbia gradito molto questo fuori programma.
 
Una volta sistemati i Baby Shambles mi dirigo con decisione in cucina: accendo le luci e vedo Roberto seduto sopra una sedia in un angolo della stanza che fuma una sigaretta.
 
Roberto che diavolo stai facendo, qui?
Io non muovo un muscolo per quelli lì. Mi risponde.
Forza, non ti ci mettere pure tu. Hai visto che delirio c’è la fuori. Gli faccio con gentilezza. Non ottenendo tuttavia nessuna risposta. Insisto.
Dai Roberto. Fa vedere loro di che pasta sei fatto.
Senti ho un’idea. Ci guadagneremo tutti e due. Credimi. Ma prima devi aiutarmi ad allontanare quelle assatanate la fuori, poi ti spiegherò. Dai Roberto, ti prego.
 
Mi guarda diffidente. Cerco di rassicurarlo con uno dei miei proverbiali sorrisi. Gli tendo una mano per incoraggiarlo ad alzarsi. Alla fine cede. Andiamo tutti e due nella hall. Spieghiamo alle groupies che ora devono lasciare in pace la band, che deve riposarsi dopo il concerto e che tra poco sarebbe stato concesso loro di entrare e farsi firmare un autografo. Più d’una mi chiede con disperazione che fine avesse fatto Pete Doherty.
 
State tranquille, Mr. Doherty tra non molto scenderà giù e sarà felicissimo di incontrarvi. Proclamo ad alta voce, allegando a garanzia una faccia, fedele copia di tale auspicata felicità.
 
Con Roberto facciamo muro e pian piano riusciamo a spingerle tutte fuori dalla porta. Gli faccio segno di rientrare e al momento giusto, di chiudere le porte automatiche. Con le spalle coperte mi intrattengo un po’ la fuori. Ognuna ha una domanda da farmi. Dico loro di non preoccuparsi, che non appena la band avrà finito la cena avranno la possibilità di entrare. Ho decine di occhi puntati addosso, ma in realtà mi accorgo che questi occhi non guardano veramente me. C’è qualcosa dietro, qualcosa che non saprei spiegare.
 
Cercando di non farmi vedere mi dirigo verso la porta anteriore dell’hotel. Una volta dentro controllo che Roberto abbia effettivamente iniziato a servire la cena. Tutto sembra sotto controllo. I ragazzi pur continuando a discutere sembrano gradire il cibo. Roberto fa avanti indietro senza sosta, ma tutto sommato mi sembra che si sia calato nella parte senza fare troppe storie.
 
Quando il meccanismo sembra rodato a sufficienza lo avvicino e gli chiedo di darmi uno dei suoi blocchetti per le ordinazioni.
 
Che vuoi farci? Mi fa.
Fidati di me. Poi ti spiego. Tu continua a fare quello che stai facendo. Non distrarti e cerca di soddisfare tutte le loro richieste. A proposito, come è finita la storia dell’Umeboshi? Gli chiedo.
Non atteggiarti così tanto Ariel. Mi fa. Anch’io ho i miei metodi. E’ bastato iniziare la cena con una bottiglia di Vodka, gentilmente offerta dalla casa e poi via...Salsa di soia e aceto balsamico. Les jeux sont faites. Non si sono accorti di nulla. Dico: ma li hai guardati bene in faccia? Mi risponde convinto.
Bene…anzi ottimo Roberto. Bravo. Continua così. Io torno tra pochissimo. Quasi dimenticavo: avverti Mr. Doherty che la cena è pronta.


(...to be continued...)


(leggi la prima, la seconda, la quarta e la quinta parte)



photo by Anton Corbijn
postato da: Hotellunge alle ore 21/03/2009 11:33 | link | commenti
categorie: racconti, lounge hotel, 222
venerdì, 20 marzo 2009

222 #2 

Corbijn 2

(leggi la prima, terza, la quarta e la quinta parte)
Come se non bastasse, questa è la notte dei Baby Shambles. Sul calendario dell’ufficio la data di oggi è cerchiata più volte di rosso. Significa che è un giorno importante. E’ stato un colpo di Moira, la nostra venditrice. In realtà non si chiama proprio così: il suo vero nome è Valeria ma tutti qui la chiamano Moira, in virtù delle sue capacità incantatrici. E’ stata lei a battere tutti sul tempo e a spiazzare la concorrenza, aggiudicandosi la band. Sono diversi elementi a cui vanno aggiunti vari tecnici. La direzione considera questo tipo di cose come un ottimo affare. Portare a casa un contratto del genere assicura un bel po’ di occupazione, e nonostante impliciti ci siano molti rischi dovuta alla tipologia della clientela, il dott. Sandri ritiene che con un sessanta per cento di cortesia in più saremmo stati in grado di gestire anche la band più eccentrica. Parla bene lui, dalla confortevole posizione di chi arriva al lavoro non prima delle dieci e trenta del mattino, con una segretaria che allarga e stringe le maglie del filtro tra il mondo e il suo ufficio a seconda delle esigenze e con tutta una schiera di dipendenti disposti ad assecondare ogni sua pretesa o opinione. Senza contare poi Federica, da cui riesce ad ottenere, senza il minimo sforzo, gentilezza, sorrisi, attenzioni, accondiscendenza, benevolenza, silenzi carichi di elettricità, eccitazione, sottomissione, tenerezza, un ragguardevole ventaglio di sguardi, complicità, copertura, speranza e luce, quella luce che gli uomini vedono nelle donne di un certo tipo e per le quali sarebbero disposti a rivoluzionare il proprio mondo.
 
Prima di iniziare a fare questo lavoro avevo un ottimo rapporto con i musicisti. Ne ho conosciuti diversi e pur non essendo uno di quelli che si strappano i capelli quando ne incontrano uno famoso per la strada, mi è sempre piaciuto, quando ne avessi avuta l’opportunità, poterci scambiare due chiacchiere. Da bambino avevo un quaderno dove collezionavo gli autografi dei personaggi noti. Poca roba, a dir la verità. Per lo più giocatori della squadra di pallavolo della mia città. Ma quando lo apro, ancora oggi, mi fa un certo effetto. Riesco a riconoscere quell’aurea di preziosità che vedevo in quel quaderno. E’ un quaderno verde da pochi spiccioli, con all’interno degli inutili scarabocchi fatti da persone che non conosce quasi nessuno. Eppure mi basta guardarlo perché, ancora oggi, mi si spalanchi un mondo. Ricordo quel brivido che provavo quando si rivolgevano a me. Quando vedendosi di fronte un ragazzino con quel grande quaderno verde in mano, forse si rivedevano bambini. Per me era diverso. Io lì ci andavo per ribadire una promessa. Il mio quaderno ne era la testimonianza. Tutte quelle firme stavano a garanzia del mio intento: anch’io un giorno sarò come voi.
 
In realtà non capisco bene che cosa attiri le persone verso i personaggi famosi. Negli Stati Uniti, li chiamano celebrità, che è un nome preciso, che indica una categoria ben definita. In inglese c’è sempre una parola per tutto che metodicamente sistema sopra scaffali ben ordinati quel magma incomprensibile che è la realtà.
Questo mi fa pensare sempre ad un commesso di un supermercato con in mano una di quelle macchine per attaccare i prezzi ai prodotti. Ora non esistono più nei grandi supermercati, spazzati via dai codici a barre. Ora le commesse alle casse sono diventate poco più che protesi del registratore di cassa. Neanche il registratore di cassa è più un registratore di cassa. In ogni prodotto c’è un codice, la cassiera del supermercato che ormai è poco più di una protesi del registratore di cassa passa il prodotto sopra un lettore che emette un fascio di luce rossa che sa leggere il prezzo del prodotto. In America dove i personaggi famosi li chiamano celebrieties, e dove non c’è più nessuno che attacca i prezzi sopra i prodotti, le commesse al supermercato ti dicono: Come sta oggi? Che a me è una domanda che anche quando me la fanno le persone che conosco bene mi mette sempre a disagio; mi verrebbe da dirgli: Te la sei cercata; ora ti metti seduto e io ti racconto sul serio come sto oggi. Bisogna imparare a leggere tra le righe, forse nel mondo ci saranno sì e no cinque persone che vogliono sapere veramente come state; per il resto non cascateci. Potrebbero dire qualsiasi cosa, quello che intendono veramente è soltanto: Rendiamo questo incontro il più indolore possibile. Niente stranezze, mi raccomando.
 
Negli Stati Uniti non esistono i personaggi famosi, o i personaggi noti. Esistono le celebrieties, che è un nome ben definito per indicare una categoria ben definita. E’ un metodo che funziona e che secondo me serve per quelli che lavorano in hotel per non essere impreparati e sapere esattamente a che cosa stanno andando incontro. Le cose funzionano così: prendi che incontri Mick Jagger. Magari sei la commessa di un supermercato e gli chiedi pure Come va oggi? e magari lui ti risponde con un rutto stampato dritto in faccia. Con un rutto che gli viene dritto dritto dallo stomaco e che a voi non rallegra di certo la giornata. Se pensi che lui sia Mick Jagger, uno con un nome e cognome voglio dire, allora magari ci rimani male sul serio, ma se quello lo chiami celebrity, allora sei preparato perché sai che da quella categoria lì puoi aspettarti questo genere di cose. A questo servono le etichette. Voglio dire se siete una di quelle persone a cui piace essere rassicurate. Se siete tra loro, accomodatevi. La fuori ce n’è per tutti i gusti. Se preferite non uscire fuori dal quadro che così faticosamente avete incorniciato durante tutti questi anni, non c’è problema. Siamo tutti qui per questo. E’ facile: basta procurarsi una di quelle macchinette che ora difficilmente si vedono ancora nei supermercati ed iniziare ad etichettare tutto. Una cosa alla volta.
 
Ora le cose vanno diversamente. La mia idea sul concetto di personaggio famoso è totalmente cambiata. Anche grazie a questo posto. I musicisti sono diventati dei nemici giurati. Rompono le scatole, questo è sicuro. Pretendono cose improbabili, si sentono in diritto di poter esprimere opinioni su tutto. Più sono famosi e più sono viziati e più sono viziati e più ti chiamano ragazzo e più mi chiamano ragazzo, o ancora peggio, ehy ragazzo, e più i miei coglioni girano come l’elica di una fregata russa all’indomani della rivoluzione d’Ottobre.
 
Insomma, questa faccenda della band è tutt’altro che un bell’affare. In hotel serpeggia un malcelato malumore. Lo si respira nell’aria; te ne accorgi dalla varietà delle curve sopraccigliari.
 
Ad esempio, per l’occasione stasera il ristorante rimarrà aperto ben oltre il solito orario e vista l’importanza dell’evento anche Roberto il nostro chef di Parma, rimarrà in sala. Sembra che questa sia stata una delle richieste della band. Dopo il concerto vogliono potersi sedere ad un tavolo di ristorante e mangiare, serviti di tutto punto. Bere e mangiare. Poi fumare, poi bere ancora e poi magari uno spuntino per finire. Niente panini o roba del genere, hanno detto: Il vostro cuoco deve rimanere a disposizione.
 
A disposizione metto questa minchia. Ha commentato Roberto quando gli è stata comunicata la notizia. Dice che questa cosa lede la sua professionalità. Dice: Io non cucino quelle porcherie. Perché ovviamente ai ragazzi non va bene nulla di ciò che propone il nostro menù. Dice: Io se continua così, me ne vado all’Hilton.
 
Cerco di avvicinarlo, mentre cammina nervosamente da una stanza all’altra.
 
Ciao Roberto.
Ciao Ciao. Mi risponde nervosamente. Poi attacca subito:
Umeboshi…tze. Tu mi devi dire dove cavolo vado a trovarlo io questo Umeboshi. Non so neanche che cosa sia io. Eh? Tu lo sai? Ariel? Eh? Dimmi. La Rosanna dice che tu sei il filosofo, allora sentiamo un po’, filosofo, che cavolo è questo Umeboschi? Eh, sentiamo…
Dai Roberto. Gli faccio. Cerca di darti una calmata. Non è questa tragedia. Incazzarsi non farà cambiare albergo agli inglesi. Mi sbaglio? Magari sono pure tipi simpatici. Cerchiamo di stare calmi.
Non dice niente, Roberto, ma con lo sguardo mi fa capire che la mia risposta lo sta soltanto facendo innervosire ancora di più. Allora continuo:
 
…è una specie di salsa. Tipo la salsa di soia, hai presente? La usano al posto del sale, come condimento. Gli rispondo.
Perfetto, ne so quanto prima. Sicuro. E’ tutto a posto ora. Mi dice.
Dai Roberto, basta andare in qualche mercato asiatico. Lì la trovi di sicuro.
Come no. Ho già mandato Emanuele. L’ho mandato in quel posto, in via Mascarella, ma dice che non ha trovato niente. Niente Umeboshi, capito Ariel? Questo condimento come dici tu, è introvabile. Conclude urlando. Grazie dell’aiuto.  
 
Provo a chiamarlo. Ma non c’è niente da fare. Quando gli girano, Roberto è intrattabile: una checca isterica. Affari suoi. Ho già tante cose a cui pesare per conto mio.


(...to be continued...)


(leggi la prima, terza, la quarta e la quinta parte)


photo by Anton Corbijn
postato da: Hotellunge alle ore 20/03/2009 12:10 | link | commenti (1)
categorie: racconti, lounge hotel, 222
giovedì, 19 marzo 2009

222 #1 

Corbijn Naomi campbell London 1993 LipanjePuntin (Trieste) - Torch (Amsterdam)

Quando arrivo in hotel, Federica sta sorridendo ad un cliente. I due sembrano impegnati in una conversazione molto interessante, per lo meno a giudicare dalla faccia di Federica che è la sola che riesco a vedere quando varco la doppia porta automatica. Tuttavia mi basta osservare di spalle le movenze del suo interlocutore, per capire che cosa stia succedendo realmente. Non è la prima volta che la sorprendo presa ad ascoltare qualcuno dall’altra parte del bancone, né è la prima volta che le vedo dipinto in volto quel sorriso estasiato. Federica è una ragazza che fa il suo effetto, è sempre impeccabile nell’aspetto e ha tutte quelle caratteristiche che agli uomini non sfuggono di certo; ogni suo gesto è, per così dire, carico di una profonda consapevolezza dei propri mezzi.

 

Di sicuro tutto questo non è sfuggito al dott. Sandri, che ama spesso e volentieri, intrattenersi con lei per godere di quello stesso sorriso. E’ incredibile come i discorsi diventino a volte soltanto dei superflui elementi accessori o tutt’al più decorativi, come la colonna sonora in certi film. Quando vedo Federica e il dott. Sandri conversare ho sempre la sensazione che il vero discorso avvenga ad un altro livello; un livello che soltanto in rari casi coincide con quanto espresso dalle parole.

 

Tanto quanto ottimi sono i rapporti tra loro due, così pessimi lo sono tra me e lei, come testimonia fedelmente quell’espressione disgustata che fa quando mi vede: l’inequivocabile smorfia, tipica di chi ha appena pestato una merda. Io ci sono abituato e non ci faccio caso, anche se all’inizio questo essere così palesemente disprezzato dalla ragazza più carina dell’hotel mi ha creato qualche complesso. Col passare del tempo però le cose sono maturate, abbiamo approfondito la nostra conoscenza; lei mi ha mostrato i suoi interessi, giorno dopo giorno mi ha reso accessibili anche le stanze più segrete del suo animo e a quel punto, anch’io ho iniziato ad avere quella sua stessa identica espressione dipinta in volto. Ci odiamo cordialmente, Federica ed io, con l’unica differenza che mentre io mi limito ad ignorarla, lei cerca quotidianamente di farmi terra bruciata intorno con lo scopo, neanche così celato, di rendermi la vita un inferno.

 

L’ultima è stata quella di convincere il direttore a fissare l’appuntamento mensile con il dott. Carduzzi alle otto del mattino, perché altrimenti lei non sarebbe in nessun caso potuta venire. Poverini, li capisco. Mettetevi nei loro panni:

 

Allora, tutti d'accordo? La riunione è fissata per Martedì alle sedici.

Ma come alle sedici?

Bè sì, così può farcela anche Ariel, dopo che ha riposato dal turno di notte.

Mi scusi sig. re Sandri….

No, no Federica, chiamami pure Alfonso.

(ride divertita) Sì certo. Mi scusi, sig. re Alfonso, io non posso proprio alle sedici, lo sa, ho la mia lezione di capoeira.

Oh, certo certo Federica. La lezione di capoeira. Come ho fatto a dimenticarmene…

Per lei va bene se facciamo alle otto?

Per me va benissimo. Tutti d’accordo? Perfetto. Ci vediamo Martedì alle otto.

 

Su, non fate gli ipocriti. Voi tra un individuo semi incosciente con due occhiaie fisse come quelle di un panda e una che sembra venuta fuori direttamente dall’edizione speciale di Vogue, con chi avreste voluto passare quelle interminabili ore della riunione aziendale?

 

Ormai so a memoria il copione. Sarebbe del tutto inutile telefonare al Dott. Sandri. Inizierebbe a menarmela con la solita storia di Gianni Morandi, che alla sua età gioca ancora a calcio, che l’importante è saper vedere il bicchiere mezzo pieno e tutta una caterva di stronzate del genere. Dio solo sa quanto odi il suo ottimismo da spiaggia.

 

A questo punto che posso farci? Tanto vale non sprecare fiato inutile e cercare, da qui a domani, di sfruttare ogni momento per accumulare più sonno possibile; ormai ho una certa esperienza, riuscirò a cavarmela.

 

Del resto non ho scelta. Da escludere l’ipotesi di non presentarmi alla riunione. Federica lo sa bene; sa di avermi tirato un colpo basso. E’ una questione pressoché matematica. Più è estesa la superficie occupata dalle sue parole nell’asse spazio tempo, più è probabile che me l’abbia fatta sporca. Sentite quel C  i  a  o  o   o  o. B  u  o  n      l   a   v   o   o   r   o   o   o. Che mi fa al cambio turno. E’ sospetto come un infiltrato della Digos vestito da giovane. Ma io non cedo alle sue provocazioni e mi limito alla normale amministrazione. Nessun sorriso superfluo, nessuna attenzione extra lavorativa. Potrebbe scoppiarmi in lacrime tra le braccia e sono sicuro che non proverei nessuna emozione. Per me è come un personaggio venuto male in uno di quei film di Natale. Andando a stringere, reagirei alla sua completa scomparsa dal pianeta terra con la stessa partecipazione con cui saluterei l’estinzione della Karsenia Koreana.  

 

 

Mentre con il dott. Carduzzi la faccenda è più complicata; è una delle persone più temibili in cui abbia mai avuto la sfortuna di imbattermi. E’ una sorta di guru degli hotel della Romagna. Ogni sua ora di lezione costa carissima, ma dopo un corso completo sotto l’egida implacabile del suo sguardo, tutto il personale degli hotel in cui è stato chiamato cambia radicalmente. Il suo non è un lavoro ed egli certo non lo fa per soldi. Assomiglia di più ad un missionario. Non viene da te per insegnarti qualcosa. Viene a farti capire di che cosa tu hai veramente bisogno.

 

La notizia cattiva è che quasi sempre ci riesce.




(to be continued...)



(leggi la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte)




photo by Anton Corbijn -  London 1993 - LipanjePuntin (Trieste) - Torch (Amsterdam)

postato da: Hotellunge alle ore 19/03/2009 12:15 | link | commenti (2)
categorie: racconti, lounge hotel, 222
mercoledì, 25 febbraio 2009

Oscare 

Recentemente mi sono trovato coinvolto, con un certo interesse, in avvenimenti che più nazional popolari non si può. Prendete S.Remo. E quel pupazzetto adorabile di Arisa, con la sua canzone che è come uno zuccherino di quelli che ti dava la nonna quando fuori erano solo fulmini e saette. A me è piaciuta proprio, cantata con gusto, scrittura musicale semplice ed efficace, testo non banale.

 

Al che l’atroce dubbio: Oddio condivido qualcosa con Bonolis?

 

Poi c’erano pure gli Afterhours, che pur non essendo sicuramente tra le mie band preferite, sono stati come quando incontri un italiano in vacanza in Lapponia. Che va a finire che sei quasi contento che ci sono pure loro in quel posto lì.

 

Poi l’altra sera, già che c’ero, visto che mi capita spesso di invertire il giorno con la notte e che quasi ormai mi resta più facile seguire il palinsesto delle tv americane che di quelle italiane, mi sono visto, già che c’ero, pure tutti i premi oscar.

 

Era davanti al computer e più quella faccenda andava avanti e più le cose si facevano preoccupanti:

 

attrice protagonista, Kate Winslet; cacchio mica male Kate Winslet che anche se ancora non ho visto the Reader, ho però visto Revolutionary Road dove era proprio brava Kate Winslet.

 

Attore non protagonista: Heath Ledger; accipicchia proprio bravo Heath, nel Cavaliere Oscuro che quasi che il suo Joker è stato meglio di quello di Jack Nicholson.

 

Attore protagonista, Sean Penn; corbezzoli che prova quel vecchio frocio di Sean Penn in Milk, che anche se, diciamocelo, qui si tifava tutti per Mickey Rourke che in The Wrestler fa una di quelle parti che sarà difficile dimenticare e che poi a noi ci piace un sacco quando realtà e finzione si mischiano in groviglioni in cui non si capiscono più i confini, resta il fatto che anche Harvey Milk è stato un grandissimo personaggio che ci è piaciuto molto.

 

Miglior film d’animazione, Wall-e; come dire vince il premio per la danza di quest’anno il sig.re Rudolf Nureyev.  Con la Pixar non c’è più storia da anni ormai e Wall-e è uno dei miei film preferiti del 2008, in generale dico.

 

Miglior Regia, Film e varie, Slumdog Millionaire; che, è vero, ci sarà pure un po’ di retorica in eccesso in Slumdog Millionaire, ma resta un film decisamente bello e poi  voi vi ricordate quali film vincevano gli Oscar un tempo? Il gladiatore, Titanic, Braveheart ecc…

 

Quindi la questione è: o io sto abbassando la guardia oppure le cose iniziano a mischiarsi sul serio.

postato da: Hotellunge alle ore 25/02/2009 17:30 | link | commenti (1)
categorie: musica, cinema, mosquitoes
mercoledì, 11 febbraio 2009

Il mestiere di scrivere romanzi di Zadie Smith 




Alcuni scrittori quando stanno scrivendo, non vogliono leggere nessun romanzo.[..] Mentre scrivono, il mondo della narrativa muore: nessuno ha mai scritto, nessuno sta scrivendo, nessuno scriverà più. Provate a consigliare un buon romanzo ad uno scrittore: vi lancierà un'occhiata come se l'aveste appena pugnalato al cuore con un coltello da cucina. La mia scrivania, [invece], è coperta di romanzi aperti. Leggo qualche riga qua e là per nuotare in una certa sensibilità, per suonare una nota particolare, per ritrovare la compostezza quando sono troppo sentimentale, per ritrovare la scioltezza quando sono sintatticamente apprensiva. Penso alla lettura come a una dieta equilibrata: se le mie frasi sono troppo gonfie, troppo barocche, riduco il lipidico Foster Wallace, per esempio, e prendo un pò di fibre con Kafka. Se sto sprofondando nel mio buco di culo da esteta, smetto di preoccuparmi di quello che direbbe Nabokov e prendo Dostoevskij, il santo patrono di quello che antepongono la sostanza allo stile. Dostoevskij ci ricorda che scrivere bene è qualcosa di più che scrivere frasi eleganti. L'unica regola è la qualità.

Quando sto scrivendo le prime cento pagine di un libro, posso mangiare schifezze, guardare schifezze in tv, ascoltare schifezze, parlare di schifezze e perfino essere una schifezza,
ma non posso leggere schifezze. Per esempio non posso leggere il manoscritto dell'amica di mia madre, o le poesie che il compagno di scuola di mio fratello gli ha dato per farmele leggere. Un'altra volta magari, ma ora no. Quando sto scrivendo voglio leggere solo i libri migliori che riesco a trovare.


[di Zadie Smith, trad. Marina Astrologo. Internazionale n.776]

postato da: Hotellunge alle ore 11/02/2009 18:07 | link | commenti
categorie: letteratura, mosquitoes, il mestiere di scrivere citazion
martedì, 10 febbraio 2009

Bruno Liegibastonliegi 



L’industria cinematografica è alla canna del gas. Tra non molto gli sceneggiatori di Hollywood stazioneranno permanentemente di fronte ai portoni delle chiese, mentre il pubblico, se avete visto Idiocracy, bè se l’avete visto sapete di cosa parlo.

 

Dopo i film tratti dai fumetti, dopo quelli tratti dai video games,  finalmente è arrivato il momento dei film tratti dalle canzoni.

 

Non molto tempo fa uscì Albakiara (rigorosamente con la k) mentre in questi giorni arriva nelle sale italiane Questo piccolo grande amore.



Tra quanto un film tratto dai libri di Totti e Gattuso?

postato da: Hotellunge alle ore 10/02/2009 06:05 | link | commenti
categorie: cinema
mercoledì, 04 febbraio 2009

6 Ragioni sul perché ancora non ho un account su Facebook: 



#6: Sempre più addetti alla selezione del personale cercano informazioni sul candidato per un posto di lavoro proprio su facebook.


#5: Sembra che non sia possibile cancellare definitivamente il proprio account (una prova è la possibilità di riattivarlo in ogni momento), i nostri (vostri) dati rimarranno sui motori di ricerca per anni.


#4: Sul serio desideriamo avere un quadro così esplicito di tutta la rete delle nostre “amicizie”?


#3: Non voglio che la mia compagna delle elementari sappia che ho visitato per 67 volte in un giorno la sua pagina.


#2: Avete mai parlato per più di 2 minuti con il vostro barista?


#1: Non vengo bene nudo in foto

postato da: Hotellunge alle ore 04/02/2009 05:20 | link | commenti (2)
categorie: mosquitoes, 5 ragioni
mercoledì, 21 gennaio 2009

Boris !!! 





In realtà non riesco a rendermene del tutto conto. Quanto veramente si sta diffondendo il fenomeno Boris? Alle volte mi sembra che la gente non parli d’altro, altre volte invece, mi sembra che soltanto pochissimi eletti abbiano avuto la fortuna di seguire questa serie andata in onda, per il momento, solo su Fox Italia.


Se siete tra i secondi, se siete tra quelli che non sanno di cosa si sta parlando, allora vi consiglio di lanciare il mulo, o di aprire un torrent e digitare queste cinque magiche lettere: BORIS.



Una volta aperto il file compresso troverete 14 episodi di circa 25 minuti ciascuno per la prima serie e altrettanti episodi per la seconda. Nella prima stagione troverete una troupe impegnata a girare una fiction dal nome inequivocabile: Gli Occhi del cuore. Nella seconda serie, ritroverete pressappoco la stessa troupe che sta girando la stessa inequivocabile serie, Gli Occhi del Cuore 2.


Nella prima serie troverete un direttore della fotografia cocainomane, un regista frustrato, e uno schiavo muto. Nella seconda però; bé nella seconda troverete Corrado Guzzanti.

 

Chevelodicoafà.

 

postato da: Hotellunge alle ore 21/01/2009 06:28 | link | commenti (1)
categorie: cinema, mosquitoes
martedì, 06 gennaio 2009

L'Epifania tutte le feste porta via 





Finalmente oggi arriveranno a destinazione, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Renderanno omaggio, si prostreranno, faranno dono. Anche a noi. Via le luminarie dalle strade, via i presepi, via le formule di cortesia natalizie: Mi raccomando faccia buone feste, Tanti Auguri allora, Già iniziata la palestra? Finalmente i prezzi dei voli low cost torneranno low cost, i cenoni torneranno cene, le ragazze la smetteranno di cercare di indossare complicatissima biancheria e soprattutto se si tornerà a casa la sera senza aver trombato, si sarà solamente andati in bianco, senza terribili profezie in agguato. Insomma finalmente potremmo tornare ad essere gli sfigati che eravamo prima.

 

Tutto tornerà come prima, spero non vi siate abituati. Scordatevi quello che è successo.

 

Perché per una strana alchimia, sotto le feste tutti i punti di riferimento cambiano: le sale cinematografiche si popolano di film inguardabili e di persone che solitamente non ci mettono mai piede, in compenso la tv diventa luogo gradevole, spariscono serial, reality show e trasmissioni calcistiche per lasciare posto a memorabili filmoni che durante l’anno, se va bene, vengono trasmessi alle 3 di notte. Il primo dell’anno, per dire, su La7, trasmettevano i Quattrocento colpi. Acqua passata.

 

Per me, senza dubbio, la scena di Natale rimane questa. Un ristorante dell’appennino, fuori la neve che scende, la sala del ristorante gremita e festosa. I camerieri vestiti di tutto punto che servono piatti di tortellini in brodo bollenti, una coppia seduta ad un tavolo adiacente alla finestra. Entrambi guardano verso la sala, non si dicono una parola. Osservano con sguardo impassibile le altre tavolate consumare con ridanciana voracità una portata dopo l’altra. Loro restano impassibili, silenziosi, come di fronte ad un spettacolo. Poi lui fa un gesto, preme un tasto immaginario, sembra non poterne più, ripete quel gesto più volte. Sua moglie si volta verso di lui, e trascina via questa frase, gli fa: Cambia canale, va.

postato da: Hotellunge alle ore 06/01/2009 17:39 | link | commenti (1)
categorie: mosquitoes
martedì, 16 dicembre 2008

Bellezza e Prosperità 

Manuela Arcuri Porto Cesareo2


I tempi cambiano, bla bla bla, Piero Sansonetti, direttore di Liberazione che bla bla bla, e Vladimir Luxuria perché come porta avanti la bandiera dei trans gender lei bla bla bla.

 

Io sono cresciuto tra Piazza Mazzini e Piazza Garibaldi, giocavo a pallone al Parco Kennedy e quando sono andato a New York ho passeggiato con ammirazione nello Strawberry Field dedicato a John Lennon.

 

Ma in Italia siam fatti così, abbiamo Striscia la Notizia e le veline, abbiamo le letterine, i carramba boys e le zuffe tra le mamme ai provini del Grande Fratello.

 

Che cosa c’è da scandalizzarsi dunque, per una statua dedicata a Manuela Arcuri – chi?- Manuela Arcuri, simbolo di bellezza e prosperità, fatta costruire nel porticciolo di Porto Cesareo in provincia di Lecce?

Manuela Arcuri Porto Cesareo

postato da: Hotellunge alle ore 16/12/2008 19:54 | link | commenti
categorie: mosquitoes, world wild reallife
domenica, 14 dicembre 2008

422#4 

goya1


(leggi la prima la seconda, la terza parte.)



M i chiama nuovamente la Sig.ra Carboni dalla stanza 422. E’ agitata. Appena alzo il ricevitore inizia a farfugliarmi frasi che non capisco. E’ in preda ad un attacco di panico. Le dico: Stia calma, Sig.ra Carboni, mi spieghi che cosa è successo. Ma lei riattacca. Continuo a non capire. Fino a un attimo fa mi sembrava così tranquilla. Il telefono squilla ancora. Un unico squillo. Poi di nuovo il silenzio. Deve essere ancora lei. Provo a richiamarla, uno due tre volte. Alla fine alza il ricevitore. Mi dice: C’è qualcuno alla 424. Istintivamente le dico che non è possibile, ma immediatamente mi rendo conto del mio tragico errore. C’è qualcuno alla 424. Mi ripete urlando. Sta accadendo qualcosa di brutto. Sento delle grida. Mi dice sempre più agitata. Le sente? Eh? Le sente? Le rispondo invitandola a stare calma. Le dico che sarei salito su a controllare. Perché intanto non accende il televisore? Le faccio.


Chiamo l’ascensore, ma sono troppo ansioso per aspettare. Salgo le scale due gradini alla volta; mi viene in mente Sandri, il direttore. Si era raccomandato di fare attenzione con lei. Ci aveva detto di cercare di assecondarla il più possibile, perché se fosse successo qualcosa ci saremmo finiti di mezzo noi. Ma che cosa sarebbe potuto accadere?  Voglio dire, sì ho venduto per errore la stanza vicino a quella della Sig.ra Carboni, e allora? E allora? E allora? E allora?

 

Quello che si presenta davanti ai miei occhi è una scena che non dimenticherò tanto facilmente. La Sig.ra Carboni è seduta al centro della stanza vuota: aveva smontato e fatto sparire tutte le forniture. Non c’è traccia del letto, né della scrivania. Sono state smontate tutte le lampade, tranne una; tutte le sedie sono sparite. Lei è imperturbabile, non c’è la minima traccia di senso di colpa nel suo volto. Anzi mi sembra che mi guardi con severità, quasi a volermi dimostrare che quella è la logica conseguenza per la mia scelleratezza. Che cosa ti aspettavi? sembrano dirmi i suoi occhi. Già, che cosa mi aspettavo. A fatica riesco a guardarla e con un filo di voce le chiedo: Sig.ra Carboni, dove è finito il letto? Devo averla delusa ancora una volta. Sbotta leggermente, come se quest’ulteriore dose di spiegazioni fosse del tutto superflua. Si alza dalla sedia con decisione e con passo marziale esce dalla porta; senza dire una parola, mi invita a seguirla. Volta appena l’angolo e si inchioda davanti alla stanza successiva. La 424. Davanti alla porta ci sono tutti i pezzi che ha tolto dalla camera, accatastati con precisione geometrica. Li aveva murati vivi.

 

 

 

Siamo seduti in uno dei tavolini rotondi davanti al bancone del bar, la sig.ra Carboni ed io. Fuori il buio sta ormai perdendo d’intensità e la Sig.ra Rosanna ha già iniziato a infornare le brioche e a riempire la sala delle colazioni di piccole confezioni di marmellata e di burro. Ogni tanto quando passa davanti a noi, mi guarda e con la mano aperta fa quel gesto, come se volesse tagliare a fettine qualcosa nell’aria e che significa: mannaggia a te. Beviamo una tisana, nelle nostre intenzioni ci avrebbe aiutato a rilassarci e far volare via meglio questi ultimi scampoli di notte.

 

Lei è innamorato. Mi fa. Lo si vede dal suo modo di guardare in faccia le persone.

Io? Bè, no...sì...non saprei. Le rispondo molto sorpreso e imbarazzato.

Non deve giustificarsi, sa. Non c’è nulla di male. Anch’io sono stata innamorata. L’amore della mia vita. Mi dice con una certa rassegnazione, prima di fare una lunga e lenta sorsata da quella tazza bolletnte che sembra essere la sorgente delle sue parole inaspettate.


Sono molto confuso, non riesco a dire una parola, mi sembra addirittura che il suono della mia voce appartenga a qualcun altro. Mi limito a bere anch’io dalla mia tazza, ma l’infuso scotta ancora troppo.


Non deve pensarci. Da quanto tempo è che non si guarda allo specchio? Mi chiede. Istintivamente mi porto le mani ai capelli; cerco di pettinarmi. E' un gesto scioccho, me ne pento subito. Pensare troppo fa male, si prendono strade incontrollabili, ci si perde. Mi dice. Anch’io sono stata innamorata di un uomo; un uomo dolce che quando mi chiamava uccellino significava che voleva che andassi a beccare nella sua mano. Pensare fa male. Ripete. Ci sono molte strade. Mi dice. Ci sono molte strade che ci si distendono davanti agli occhi, senza il bisogno di andarle a cercare. Mi guarda perplesso Ariel? Non ci crede? Noi camminiamo sereni; in tasca la nostra piccola porzione di felicità. Dritti, imperturbabili. Immersi fino al collo dentro quello che facciamo tutti i giorni.  Fino al momento in cui si incontra un bivio. Devi andare a destra o a sinistra. Non c’è nessuna ragione per cui una direzione appaia meglio dell’altra. Destra o sinistra: assolutamente equivalenti. Se giri a destra può accadere che tu ti penta subito e magari sarebbe stato meglio girare a sinistra. Allora ti fermi, ti volti: provi a tornare sui tuoi passi; soltanto che nel frattempo lì è tutto bloccato; provi a cambiare nuovamente strada e allora ecco. Mi dice colpendosi il palmo della mano con il pugno.

E allora ecco che di nuovo non sai più dove devi andare. Va a finire che rimani fermo. Inchiodato. Dopo tanti giri, dopo tanti ripensamenti. Dopo che eri convinto, vero Ariel? che quella sarebbe stata proprio la strada giusta. E' quello che succede. Pensare fa male.


Mi dice con crescente convinzione. E va a finire che rimani bloccato. Lei è rimasto bloccato, vero Ariel? Lei non sa più dove deve andare e allora pensa all’amore, non è vero?


Guardi, mi fa incurvando leggermente le due estremità della bocca come una zia che, andando contro la volontà dei genitori, rivela al bambino tutta la verità su Babbo Natale, guardi che l’amore non esiste mica.

 

Improvvisamente mi sento molto a disagio. Finisco la mia tisana in un’unica sorsata. Lei invece sembra rilassata ormai. E’ tutt’altra persona, rispetto a quella che sono andato a soccorrere al quarto piano. La faccenda del letto, una cosa dimenticata.

Nel frattempo primi clienti sono cominciati a scendere. L’aria si riempie di quella particolare eccitazione mattutina: uno strano mix fatto di sonno, zuccheri nel sangue e fotosintesi clorofilliana. Mi guardo intorno. Dico alla Sig.ra Carboni che devo sbrigare delle cose prima che arrivino le mie colleghe. Lei annuisce. Ha ancora sul volto quel sorriso di prima. Aspetterà che si liberi la stanza accanto alla sua prima di salire di nuovo. Almeno per il momento la cosa non sembra preoccuparla. Si gusta la sua tisana

e continua a fissarmi, è come se dopo ogni sorso il suo sguardo guadagnasse d’intensità.

 

Mi allontano da lei. Sento il riscaldamento dell’hotel concentrarsi sui miei abiti. D’un tratto mi sembra caldissimo. Strofino le mani lungo parte anteriore dei pantaloni. Vado verso il computer, sono le sei e trenta. Ancora mezz’ora e Alicia Keys insieme alla mia collega Federica, senza troppe formalità, accompagneranno Stuart Braithwaite fuori dalla porta. Mi siedo alla scrivania, muovo leggermente il mouse: dal nero dello schermo riappare la mail che stavo scrivendo a Noemi. La rileggo tutto d’un fiato, ignorando il telefono in almeno due occasioni. Gioco con la freccia del cursore sullo schermo. La muovo a destra e a sinistra. La infilo nelle narici di una ragazza sorridente di un banner pubblicitario. Faccio un respiro: Save. Ne faccio un altro: Send. Il cursore compie velocissimi cerchi concentrici, limitandosi a sorvolare sopra i bottoni della pagina; torno indietro: Forward, rimpicciolisco la finestra, la riallargo di nuovo. Save, Send, Forward, Save, Send Forward. Alla fine il mouse si ferma, punta il bottone, ci clicco sopra: Delete.

 

 

(leggi la prima la seconda, la terza parte.)


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(Visita le altre stanze del Lounge Hotel: 354, 604, 332. Se ti sei trovato bene torna con la/il tuo/a ragazzo/a, con i tuoi genitori o con i tuoi amici. Parlane in mezzo ai discorsi dove non c'entra nulla, segnalalo nei forum con interventi off topic.

L'inverno è ormai alle porte, abbiamo bisogno di scaldarci.)

postato da: Hotellunge alle ore 14/12/2008 10:33 | link | commenti (3)
categorie: racconti, lounge hotel, 422
sabato, 13 dicembre 2008

422#3 

bruegel2
(leggi la prima la seconda, e la quarta parte.)


La coppia che mi si presenta davanti al bancone è qui in incognito. E’ facile capirlo. Hanno entrambi un’aria smaccatamente colpevole, ma allo stesso tempo cercano in ogni modo di sembrare disinvolti. Mi ricordano di quando avevo circa quindici anni, quella volta quando sono dovuto entrare in farmacia per cercare di comprare dei preservativi, perché tu sei l’uomo e quindi spetta a te. Mi pare ovvio. La situazione era tutt’altro che semplice perché oltre al fatto che nel posto dove vivevo c’era una sola farmacia, c’era anche il problema che lì ci lavorava la mia professoressa di biologia. Anzi a dir la verità la farmacia era proprio la sua e lei divideva la sua vita tra la scuola e la distribuzione di medicinali a tutto il paese. Per me si trattava decisamente di un brutto affare. Sarei stato in imbarazzo in ogni dannatissima farmacia d’Italia, ma se avessi incontrato la mia professoressa le cose avrebbero assunto dei connotati addirittura drammatici. Ma io ero l’uomo e – Dio salvi il mondo della comunicazione visiva – quello che cercavo era esposto in uno scaffale in cui campeggiavano delle belle immagini di coppie felici. Presi un po’ di cose a caso, dei chewingum, un colluttorio, nella confusione presi anche una scatola di lassativi, ma quello che più importava era che ero riuscito a dimostrare la mia virilità e acquistare un pacco da sei preservativi.

Stimolanti. Che all’epoca non avevo idea di che cosa significasse ma evidentemente mi sembrarono di buon auspicio. Quello che rende questo genere di situazioni così imbarazzanti è l’evidenza generale di quello che si sta per fare. Lo sai tu, ma lo sanno anche tutti gli altri. E’ ovvio per me che se ti chiami Stefano, sei nato a Bologna il 13/7/63, e sei residente in via di Borgo di San Pietro e la tua compagna Camilla è nata a Bologna l’8/11/79 ed è residente in via dei Mille, siete venuti qui in incognito, perché nelle vostre rispettive case probabilmente c’è qualcuno che non sarebbe tanto contento del vostro incontro. Semplice. Nel caso nutrissi qualche dubbio, poi, ci sono le vostre facce. Facce colpevoli, facce di chi pensa in ogni momento, Oddio se mi riconosce qualcuno?

 

In ogni caso è sempre meglio essere prudenti, o un po’ sadici, a seconda dei punti di vista:

 

Letti separati o matrimoniale?

Matrimoniale, matrimoniale. Grazie.

424. Buona notte.


 

Ora, già di per se questa situazione deve avergli fatto scendere un po’ d’entusiasmo, poi, ogni volta che utilizzo l’espressione matrimoniale solitamente cala un piccolo ma percettibilissimo gelo. E’ matematico: prendete due adulteri utilizzate parole come coppia, fidanzati, matrimonio, convivenza ecc. e poi godetevi lo spettacolo delle loro facce. Mentre si guardano, i loro occhi sembrano dire Ma come? La nostra non doveva essere una meravigliosa avventura, libera da tutte le convenzioni, al di là di queste sciocche categorie sociali e poi ci ritroviamo in una camera matrimoniale?  

 

Non è colpa mia, mi dispiace. Mi dispiace.

 

Sì lo so. Sto straparlando, me ne rendo conto. Ma è così che mi sento, esattamente in questo modo. All’inizio eravamo come due cani in un parco. Distanti, ognuno dietro le proprie cose. Non voglio dire che sei un cane. No di certo. Voglio dire che nonostante ognuno di noi facesse la propria vita, eravamo entrambi al corrente della presenza dell’altro. Se non ti piace il cane, va bene un altro animale. Uno qualsiasi. Gli animali si accorgono subito della presenza di un altro simile nei paraggi. Si bloccano all’improvviso, fiutano l’aria intorno. Poi continuano nell’indifferenza a fare quello che stavano facendo, ma condizionati, a quel punto, da quella presenza. Così era per me quando arrivavi qui in hotel, insieme alle tue colleghe, con il capitano che mi guardava circospetto, come un padre di famiglia che vorrebbe proteggere le proprie figlie, ma che sa che una volta scattato l’orologio, non c’è più niente da fare. Così è. Non c’è più niente da fare. Poi siamo saliti in alto, abbiamo superato diversi ostacoli e ci siamo buttati, come in un grande scivolo, di cui non si vede la fine. Stiamo scivolando, stiamo prendendo velocità. Come in uno scivolo di metallo ci siamo buttati senza vedere dove ci avrebbe portato.

 

Tranquillizzo la sig.ra Carboni; le dico che in cucina, posso metterci la mano sul fuoco, nessuno sta cucinando. Tra non molto, mi duole dirglielo, questo sarebbe accaduto, ma nel frattempo, lei avrebbe disposto di tutto il tempo necessario per riaddormentarsi e dimenticarsi una volta per tutte di quella faccenda. Cerco di essere molto risoluto mentre le parlo, così da non darle il tempo di organizzare mentalmente una risposta, e darle altra corda con la quale avrebbe continuato a tormentarmi. La saluto e con grande rapidità attacco il telefono, rimanendo alcuni istanti a fissarlo timoroso, quasi temendo che nonostante avessi riagganciato, lei potesse ancora riuscire a parlarmi.

 

A parte alcune piccole stranezze, la sig. Carboni è una persona assolutamente amabile. Durante tutta la sua permanenza in hotel ci ha chiesto di avere soltanto alcuni piccoli riguardi. Niente di particolarmente complicato. Ad esempio alle cameriere è proibito del tutto entrare nella sua stanza per rassettarla, cambiare le lenzuola e roba del genere. Pensa lei personalmente alla pulizia della sua stanza. Utilizza esclusivamente asciugamani che si porta da casa sua, così come la carta igienica: le cameriere non devono sostituire il rotolo. Porta lei da casa anche quello. Non credo ci sia niente di particolarmente sconveniente nei nostri rotoli. Nessun cliente si è mai lamentato. Ma lei preferisce portarseli da casa sua. Le cameriere lo sanno e girano alla larga dalla stanza 422, quarto piano, quinta porta a destra vista retro. Poi ci chiede sempre, con la massima delicatezza e il massimo garbo, di evitare di assegnare le camere vicino alla sua, in compenso, ci informa di qualsiasi variazione sensoriale avviene da quelle parti. Come la faccenda delle brioche. Oppure state pur certi che da quando c’è la sig.ra Carboni in hotel nessun televisore corre il rischio di rimanere acceso senza qualcuno che la stia guardando. Non so come fa. Ma ci indovina sempre. Telefona e dice: Buona Sera, mi scusi se la disturbo, ma forse nella camera 306 al piano inferiore c’è un televisore acceso su Rai2. C’è qualcuno in quella stanza? Chiede, ma sapendo benissimo che in quella stanza non c’è l’ombra di un cliente. Sarebbe così gentile da andarla a spegnere, a parte la questione ambientale mi dice ma a me dà molto fastidio. Si sente proprio alta. Grazie, sa. Mi dice. Non so come fa, ma ci indovina sempre. Deve avere una specie di ipersensibilità, o dei super poteri. Per me è una noia mortale. Devo salire ai piani, origliare un po’ dietro alla porta, infilare la chiave magnetica e poi...E poi a quel punto ho sempre un attimo di esitazione. Non mi fido mai di quella lucina verde che sta fuori dalla porta e che dovrebbe significare che la stanza è libera. Mi sono immaginato un milione di volte di aprire la porta, accendere la luce e trovarmi davanti, chenesoio, una scena splatter. Un uomo nudo con una maschera in volto che brandisce con cupidigia la testa mozzata della sua vittima-amante. Quando sono davanti a quella porta, non vorrei mai veramente entrare. Le cose stanno così: è notte fonda, nella strada davanti passano pochissime auto. C’è silenzio. Ascoltate. C’è silenzio, ma è un silenzio apparente. Ai piani non ci sono quelle maledette macchine che parlottano tra loro. C’è questa specie di sospensione. Ma se ci si ferma un attimo, se si smette di far rumore, si sente qualcosa. Qualcuno che russa, forse più di uno, tra loro c’è anche qualche donna.  Qualcuno parla o soltanto un film. Si sente qualche gemito e qualche pianto, un bimbo che si è svegliato. Una serata che è andata storta.

Nella testa della sig.ra Carboni devono avvenire le scene più incredibili. Ogni minimo rumore che percepisce è la porta di un universo. Immaginerà volti, situazioni, persone che vivono nel loro monotono mondo silenzioso. Un mondo che non fa per lei.

Entro. La luce è già accesa, così come la tv, sintonizzata su Rai2. Secondo me ha dei super poteri.

 

Proviamo a fare un gioco. Come quando eravamo bambini e non ci conoscevamo ancora. Raccontami un segreto. Raccontami qualcosa che non hai detto mai a nessuno. Un segreto che ci unirà, di cui io sarò custode, che starà sempre lì a vegliare sulla nostra lealtà.

 

Questo è il mio:

 

Avevo quattordici anni, frequentavo la terza media. La mia classe era un disastro, c’erano persone di tutti i tipi. Alcuni di loro hanno fatto una pessima fine, più di uno ha avuto in seguito  problemi seri. Tutto sommato io me la cavavo: con la situazione che c’era, non era molto difficile riuscire a dare di sé un’immagine rispettabile. Tuttavia c’era questo mio amico. Con lui ne ho combinate diverse: me la spassavo veramente; soltanto a ripensarci mi si riempie il cuore; credo di non aver mai riso così tanto di quanto ridevo con lui. Eravamo una coppia, abbiamo passato non so quanto tempo insieme. Si chiamava Tommaso, il padre quell’anno gli aveva regalato una vespa rossa. Dovevi vederla quella vespa. Era nuova di zecca, sembrava essere uscita da un sogno.

Da quel momento avevamo iniziato a essere in tre, Tommaso, la sua vespa rossa fiammante, ed io.

Le cose cambiarono un po’, in un primo momento in maniera impercettibile, poi man mano la situazione per me divenne insopportabile. Il mio migliore amico aveva iniziato a snobbarmi. Ero diventato un peso per lui. La sua popolarità cresceva a dismisura e aveva iniziato a circondarsi di amici che avevano un mezzo di locomozione a due ruote, tra cui alcuni di quelli da cui prima ci tenevamo alla larga; iniziai a odiarlo, ma soprattutto iniziai a odiare quella dannata vespa rossa. Così un giorno senza pensarci due volte gli rubai le chiavi dallo zaino. Al suono della campanella affrettai il passo più velocemente che potevo. Sapevo dov’era parcheggiata. Salii in sella e misi in moto. Una volta per strada iniziai a gironzolare, non sapevo che fare, non avevo un piano. Guidai per una mezz’ora e alla fine raggiunsi il porticciolo turistico: mi fermai davanti al mare. Ero furioso e non pensai neanche per un momento che stavo per fare una grossa stronzata: scesi dalla vespa e l’accompagnai vicino al ciglio del molo. Feci attenzione che non ci fossero persone sotto e la spinsi giù. Fece un bel tonfo ma ci volle un po’ prima che affondasse del tutto. Non mi sono mai veramente pentito di quel gesto. Lui non mi ha più parlato e in pratica quasi tutti in classe fecero lo stesso. Fortunatamente eravamo ormai alla fine dell’anno e da lì a poco non ci sarebbe stato più nessun Tommaso.

 

(...to be continued)

 

(leggi la prima la seconda, e la quarta parte.)

postato da: Hotellunge alle ore 13/12/2008 09:05 | link | commenti
categorie: racconti, lounge hotel, 422